Robert Harris, lo scrittore che con Fatherland immaginò un mondo in cui i nazisti avevano vinto la Seconda guerra mondiale, guarda il presente e ritrova alcune ombre che conosce bene. In un’intervista concessa a Caterina Soffici per La Stampa, l’autore britannico parla di Brexit, crisi democratica, immigrazione, cambiamento climatico, destra radicale e potere delle Big Tech. Ma il passaggio più forte arriva quando gli viene chiesto chi sarebbero oggi i “cattivi” in una narrazione distopica contemporanea.
La risposta non lascia spazio a molte interpretazioni: «C’è una sorta di impulso fascista nell’umanità, che ama il controllo autoritario e lo stile law&order e non ama le minoranze e i migranti, le libertà civili. Sicuramente c’è una tendenza di questo tipo in atto. E la minaccia adesso arriva dalla destra e non più dal socialismo o dal comunismo. Anche la Russia è un’autocrazia di destra».
Il ritorno dell’uomo forte
Harris individua nella paura il carburante politico del nostro tempo. Paura economica, paura sociale, paura degli stranieri, paura di perdere status, identità, sicurezza. È in questo clima, spiega, che cresce la tentazione dell’uomo forte. Quando la politica non riesce più a vendere sogni, perché mancano soldi, fiducia e prospettive, una parte dell’opinione pubblica comincia a cercare scorciatoie autoritarie.
Il ragionamento parte dal Regno Unito, travolto da anni di instabilità dopo la Brexit. Harris sintetizza così la crisi britannica: «Una parola: Brexit. È dove tutto il disastro è iniziato». Secondo lo scrittore, l’uscita dall’Unione europea ha impoverito il Paese, ha tradito le promesse fatte agli elettori e ha lasciato dietro di sé una politica più fragile, più rabbiosa e meno capace di governare la realtà.
Ma il tema va ben oltre Londra. L’idea che la destra radicale usi il risentimento come motore politico attraversa ormai molte democrazie occidentali. Harris cita Reform di Nigel Farage e Restore di Rupert Lowe, forze che parlano di remigrazione e deportazioni. La logica è sempre la stessa: trasformare il migrante nel volto visibile della paura.
Migranti visibili, clima invisibile
Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda il confronto tra immigrazione e cambiamento climatico. A Londra, mentre le temperature si avvicinano ai 40 gradi, Harris osserva che molte persone continuano ad avere più paura dei migranti che del clima.
La spiegazione è brutale nella sua semplicità: «Perché gli immigrati sono visibili, il cambiamento climatico finora non lo era. In più i giornali si occupano dei migranti perché di questo parlano i politici. Soffiano sulla paura e sul risentimento ed è un circolo vizioso».
È una frase che vale anche fuori dal Regno Unito. Il caldo estremo uccide, cambia le città, svuota il lavoro, pesa sugli anziani, sulle case, sugli ospedali. Ma non ha un volto unico da indicare. Il migrante sì. E la politica che vive di paura preferisce sempre un bersaglio riconoscibile a un problema complesso.
Elon Musk e il potere fuori controllo delle Big Tech
Quando gli viene chiesto di indicare un “cattivo” contemporaneo, Harris fa il nome di Elon Musk. Non per il personaggio in sé, ma per ciò che rappresenta: una concentrazione di ricchezza, potere tecnologico e influenza politica senza precedenti.
«Elon Musk, il primo trilionario della storia, è un problema. Tra social media, IA, data center, satelliti ha una concentrazione di potere e ricchezza come un Paese europeo di media grandezza e la capacità di influenzare fortemente la politica».
Il punto è politico prima ancora che economico. Le grandi piattaforme tecnologiche non controllano soltanto mercati. Controllano infrastrutture, dati, comunicazione pubblica, reti satellitari, intelligenza artificiale. E quando tutto questo finisce nelle mani di pochissimi soggetti privati, il potere democratico perde terreno.
Harris vede qui una delle tendenze più pericolose del presente: grandi concentrazioni di potere delle Big Tech fuori controllo. Non servono più i vecchi apparati del totalitarismo novecentesco. Bastano piattaforme, algoritmi, dati, capitale e capacità di orientare l’opinione pubblica.
Il suo allarme, quindi, non riguarda soltanto la nostalgia del fascismo storico. Riguarda qualcosa di più moderno e forse più insidioso: l’incontro tra paura sociale, leadership autoritaria, propaganda digitale e potere tecnologico privato. È lì che la distopia smette di essere romanzo e comincia a somigliare pericolosamente alla cronaca.







