Trump fuori controllo? Gli psichiatri parlano di «narcisismo maligno» mentre il presidente perde i freni e attacca tutti, perfino il Papa

Donald Trump

Trump fuori controllo? C’è una differenza precisa tra un politico che alza i toni e un politico che sembra non riuscire più ad abbassarli. Donald Trump, in questa fase, appare inchiodato alla seconda condizione. Non sorprende più per la brutalità, non scandalizza più soltanto per la volgarità, non divide soltanto per la radicalità delle sue posizioni. Comincia piuttosto a dare l’idea di un uomo che si muove senza più un vero contenimento, come se il personaggio avesse divorato il presidente e l’istinto stesse ormai vincendo sul calcolo.

Il dato nuovo è questo. Per anni Trump ha costruito consenso proprio sul linguaggio eccessivo, sulla postura aggressiva, sulla rottura permanente delle regole del decoro politico. Era la sua firma, il suo marchio, il motore della sua presa su un pezzo d’America. Oggi però quel meccanismo sembra essersi logorato. Non produce più automaticamente forza. Sempre più spesso produce rigetto.

Il trumpismo senza freni non seduce più come prima

A colpire non è una singola uscita, ma la quantità di episodi che si stanno accavallando. La sensazione di un’accelerazione. Di un peggioramento. Trump non si limita più a forzare il linguaggio: lo porta sistematicamente oltre la soglia. Quando arriva a dire «riporteremo quei figli di puttana all’età della pietra, cancelleremo la loro civiltà», non sta più soltanto recitando il ruolo del leader spietato. Sta mostrando una perdita di freni inibitori che, a forza di accumularsi, comincia a diventare il tema centrale della sua immagine pubblica.

E infatti i numeri, stavolta, non gli danno una mano. Il materiale che mi hai fornito disegna una tendenza precisa: l’approvazione cala, la disapprovazione sale, la fiducia sulla sua lucidità arretra. Non è soltanto una questione di consenso elettorale. È una questione di percezione personale. Cresce l’idea che Trump sia diventato più imprevedibile con l’età, più disordinato, più sbilanciato, meno capace di governare il proprio stesso stile.

La mania di grandezza diventata programma politico

Il punto non è soltanto quello che Trump dice. È anche ciò che sogna di imprimere sul potere come una firma personale gigantesca, quasi fisica. Le fantasie che emergono in questa fase raccontano una personalità che non sembra accontentarsi di governare: vuole monumentalizzarsi. E qui il quadro diventa perfino grottesco.

C’è la distruzione della East Wing della Casa Bianca per fare posto a una enorme sala da ballo. C’è la trasformazione della storica stanza dei trattati in una camera da letto con suite e bagno in marmo. C’è l’annuncio di un Arco di Pace colossale per celebrare i 250 anni dell’Indipendenza. C’è l’idea di un dollaro d’argento con la sua effigie. C’è l’autoconcessione della firma sul biglietto da venti dollari. C’è perfino la riscrittura simbolica del Kennedy Center, già ribattezzato Kennedy Trump Center.

Non sono dettagli di colore. Sono indizi di una stessa pulsione: trasformare la presidenza in una galleria del proprio ego. Ogni spazio, ogni ricorrenza, ogni simbolo deve ricondurre a lui. Non alla storia americana, ma alla propria immagine dentro la storia americana. Ed è qui che quel misto di vanità, grandiosità e aggressività comincia a suonare meno come una maschera e più come un assetto mentale.

Il Papa, la bestemmia politica e il disastro con i cristiani

Poi c’è il capitolo più rovinoso: lo scontro con Papa Leone. Qui Trump ha oltrepassato non solo il limite del buon gusto, ma anche quello dell’intelligenza politica. Ha attaccato un Pontefice che si è presentato fin dall’inizio con una cifra misurata, solida, profonda, e lo ha fatto in modo sguaiato, fino a spingersi oltre con la pubblicazione di quell’immagine in cui si accostava a Gesù Cristo che compie miracoli. Un gesto che per molti può apparire ridicolo. Ma il problema, per Trump, è che non sembra averlo vissuto come una caricatura.

Quando poi ha cercato di sminuire il caso dicendo di aver pensato che fosse l’immagine di un dottore, visto che lui stesso «fa del gran bene a tutti», ha finito per peggiorare la situazione. Perché in quella frase c’è concentrato tutto: l’autocompiacimento, l’assenza di misura, la convinzione di potersi autorappresentare come figura salvifica.

La reazione del mondo cattolico americano è stata durissima. L’arcivescovo Paul S. Coakley ha detto: «Mi rattrista che il Presidente Trump abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre… Papa Leone non è suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime». Il cardinale Blase Cupich di Chicago ha ricordato che la sostanza del messaggio di Papa Leone «dovrebbe essere al centro delle discussioni, non delle distrazioni». E perfino Robert Barron, uomo lontanissimo da qualunque riflesso progressista, ha chiesto scuse pubbliche.

Trump, in un solo colpo, è riuscito a fare ciò che politicamente doveva evitare: alienarsi ambienti religiosi che in passato gli avevano garantito sponde, tolleranza o almeno indulgenza. Ed è qui che il danno d’immagine smette di essere episodico e diventa strutturale.

La crepa dentro il mondo Maga

Se fossero solo i democratici a parlare di squilibrio, Trump potrebbe liquidare tutto come odio partigiano. Ma il punto è che il malessere si allarga dentro il suo stesso campo. E questo cambia tutto.

Marjorie Taylor Greene, non certo una moderata, ha invocato addirittura il 25esimo emendamento e ha definito la sua retorica contro l’Iran «non una minaccia vigorosa, ma pura follia». Alex Jones ha affondato con una frase persino più brutale: «Farfuglia e sembra che il cervello non funzioni molto». Candace Owens lo ha definito «un pazzo genocida». Tucker Carlson e Megyn Kelly, seppure con toni diversi, si sono a loro volta staccati.

Sono voci estreme, spesso inaffidabili, perfino tossiche. Ma proprio per questo sono significative. Se anche nel sottobosco che per anni ha vissuto di trumpismo si comincia a parlare apertamente di follia, farfugliamento, perdita di lucidità e pulsione autodistruttiva, allora il problema non è più confinabile nella propaganda ostile. Sta entrando nella percezione comune.

Gli psichiatri e l’ipotesi del «narcisismo maligno»

Su questo terreno si è inserita, inevitabilmente, la discussione clinica. Con tutte le cautele necessarie, perché la diagnosi a distanza è un terreno scivoloso e la regola Goldwater resta un riferimento importante. Ma il punto, anche qui, non è la sentenza medica in sé. È il fatto che la domanda stia diventando pubblica, insistente, quasi inevitabile.

Secondo il professor John Gartner, psicologo clinico ed ex professore alla Johns Hopkins, Trump presenta un «narcisismo maligno». Non un semplice narcisismo da uomo potente, ma una configurazione di personalità distruttiva. Allen Frances, che pure respinge la diagnosi a distanza, lo definisce comunque un «narcisista da primato mondiale», pur sostenendo che questo non basti, in termini tecnici, a configurare da lontano una menomazione clinicamente significativa.

Ma al di là delle etichette, il quadro che emerge è quello di sempre: grandiosità, bisogno compulsivo di centralità, incapacità di riconoscere i propri errori, tendenza a piegare la realtà al proprio racconto, riduzione dell’autocontrollo. E poi un altro elemento, sempre più osservato: la confusione dei discorsi. Le deviazioni continue dalla traccia. La difficoltà a tenere il filo senza rifugiarsi in formule generiche. Emblematica, in questo senso, l’ossessione per l’espressione «due settimane», che ricorre su tutto, dalle tregue ai negoziati, come una toppa verbale ripetuta fino allo sfinimento.

Trump fuori controllo?

La Casa Bianca respinge tutto e rilancia la versione opposta: Trump sarebbe lucidissimo, anzi “più lucido che mai”, e userebbe l’imprevedibilità come arma per tenere gli avversari sotto pressione. Ma è una linea difensiva che convince sempre meno. Perché l’impressione, da fuori, non è quella di una regia fredda e spietata. È quella di una personalità che ormai si scopre troppo, che eccede troppo, che sbaglia il bersaglio e soprattutto che non sa più fermarsi in tempo.

Ed è qui che il caso Trump diventa più serio del solito. Perché un leader può vivere di eccessi finché gli eccessi producono potere. Ma quando gli stessi eccessi cominciano a generare solo rottura, isolamento e sospetto, allora la domanda non è più se il personaggio funzioni ancora. La domanda è se l’uomo che gli sta dentro riesca ancora a governarlo.

Trump, per adesso, risponde come sempre: insultando. Di Carlson, Owens e degli altri dissidenti ha detto: «Sono persone stupide, lo sanno loro, lo sanno le loro famiglie e lo sanno anche tutti gli altri!… Sono PAZZI, FOMENTATORI DI DISORDINI, e diranno qualsiasi cosa sia necessaria per un po’ di pubblicità “gratuita” e a buon mercato». Anche qui, nessuna deviazione dalla sua liturgia personale: lui ha sempre ragione, tutti gli altri mentono, tradiscono o impazziscono.

Solo che stavolta, dall’altra parte, non c’è più soltanto un nemico politico. Ci sono i sondaggi, i suoi ex alleati, pezzi del mondo cristiano, la Chiesa cattolica americana, e perfino una parte di quel conservatorismo che per anni gli ha perdonato tutto. E quando un presidente continua a gridare mentre attorno a lui si allarga il silenzio degli imbarazzi, il problema non è più il rumore. È la crepa.