Paolo Barelli lascia Forza Italia tra le polemiche: “I partiti non si guidano da fuori”, schiaffo ai fratelli Berlusconi e caos azzurro

Paolo Barelli, Ipa @lacapitalenews

Paolo Barelli se ne va, ma non in silenzio. Se ne va facendo rumore, molto rumore. E soprattutto se ne va lasciando dietro di sé una scia di veleno politico che racconta molto meglio di qualsiasi comunicato ufficiale lo stato reale di Forza Italia. Altro che normale avvicendamento, altro che fisiologico cambio di passo. Qui siamo davanti a un partito che prova a rifarsi il trucco mentre litiga davanti allo specchio.

Barelli entra a piedi a Palazzo Chigi, agitato come chi sa di essere arrivato a un passaggio che non può più controllare. Ne esce un’ora dopo da un’uscita posteriore, ma nel frattempo ha già fatto saltare il tappo. Perché invece di limitarsi a salutare, ringraziare e mettersi in fila come da rito di partito, sceglie di parlare. E quando parla, il bersaglio è chiarissimo. Non Tajani, non i malumori interni, non una generica fase di rinnovamento. Il bersaglio è Cologno Monzese. Tradotto: Marina e Pier Silvio Berlusconi.

Barelli sfida Cologno e rompe il copione

La frase che inchioda tutti arriva secca: «Normalmente i partiti si guidano dall’interno». È un affondo che non ha bisogno di traduzioni. Barelli riconosce ai figli del Cavaliere l’affetto, il legame di sangue, il diritto quasi sentimentale a interessarsi di Forza Italia, ma poi affonda il coltello: la quotidianità è un’altra cosa, e per governarla bisogna starci dentro. È una frase politica, ma anche una sfida. Perché dice in sostanza che l’amore per il partito non basta a guidarlo dal salotto di famiglia o dalla sede di Mediaset.

Il punto è che Barelli sa benissimo perché è stato spinto all’uscita. La sconfitta referendaria ha acceso la voglia di cambiamento degli eredi Berlusconi, che nel vertice con Antonio Tajani hanno chiesto un cambio di passo, facce nuove, un’altra postura, un’altra immagine. E lui è diventato uno dei simboli da sacrificare per dare il senso del rinnovamento. Ma invece di accettare il ruolo della vittima sacrificale, Barelli ha scelto di trasformare le proprie dimissioni in un atto d’accusa.

“Non mi ha dimesso nessuno”: la rabbia contro il partito

L’altro passaggio decisivo è quello in cui nega di essere stato scaricato. «Non sono stato dimesso da nessuno», dice, con una rabbia che si sente quasi parola per parola. E dentro quella frase c’è tutta la sua insofferenza verso un partito che, a suo avviso, avrebbe tentato di accompagnarlo alla porta facendo pure finta che fosse una decisione condivisa. Barelli respinge anche le indiscrezioni sulla raccolta firme per sfiduciarlo e smonta le ricostruzioni su un suo eventuale approdo nel sottogoverno come contropartita.

Anche qui il tono è indicativo. Non è il linguaggio di uno che sta trattando serenamente una ricollocazione. È il linguaggio di uno che si sente messo da parte e che non vuole regalare a nessuno il racconto di un passaggio morbido. Per questo insiste sul fatto di non aver chiesto ministeri, di non aver posto alcuna condizione, di non aver nemmeno considerato il tema Federnuoto come un ostacolo reale. In sostanza: non mi state promuovendo, non mi state compensando, mi state facendo fuori. E io non vi facilito il lavoro.

Enrico Costa arriva, ma Barelli gli ricorda chi l’ha fatto crescere

Nel frattempo il partito si prepara a eleggere Enrico Costa come nuovo capogruppo. Una scelta che dovrebbe servire a raffreddare il clima e a dare l’idea di un compromesso ordinato. Ma Barelli riesce a mettere sabbia anche lì. Parlando di Costa, formalmente usa parole amichevoli. Lo definisce una brava persona, un amico, uno specialista della Giustizia. Però gli ricorda pubblicamente chi lo ha portato dentro, chi gli ha dato peso, chi gli ha costruito uno spazio politico. «Sono io che l’ho fatto vicepresidente della commissione Giustizia», dice. E in quella frase c’è una carezza che suona come uno schiaffo: puoi anche prenderti il mio posto, ma ricordati da dove vieni e chi ti ci ha portato.

È un modo per marcare il territorio fino all’ultimo, per dire che il potere interno non si cancella con un cambio di targhetta sulla porta. E infatti Paolo Barelli, mentre esce dalla scena principale, manda segnali anche sul piano identitario. Si prende gioco della polemica sulla romanità che non funzionerebbe, tira fuori la solita ironia sui romani che “hanno comandato il mondo” e persino gli antenati, rivendicando padre milanese, madre trentina, zia Armida Barelli e l’emancipazione femminile. Sembra quasi un flusso in piena, e in effetti lo è. Ma proprio per questo è rivelatore: quando un dirigente politico arriva a parlare così, vuol dire che il partito non è in ordine. È in confusione.

Gli azzurri corrono ai ripari, ma il danno ormai è fatto

Le sue parole infatti mandano in tilt Forza Italia. Non solo per i toni, ma per il momento in cui arrivano. Perché mentre il partito sta cercando di vendere all’esterno un riassetto controllato, Barelli mostra l’opposto: un gruppo nervoso, attraversato da rancori, sospetti e guerre di posizionamento. Dai vertici gli chiedono di abbassare il volume, di correggere il tiro, di rimettere un po’ di cerone su una faccia che si è improvvisamente mostrata troppo nuda. E così, qualche ora dopo, arriva la nota riparatrice.

Barelli si adegua formalmente, dichiara conclusa la propria esperienza da presidente del gruppo, annuncia che formulerà una proposta per la successione e ribadisce il proprio sostegno al governo. Tutto molto istituzionale, molto ordinato, molto meno sincero di ciò che aveva detto poco prima davanti ai cronisti. La nota serve a mettere una toppa. Ma la toppa, in politica, spesso evidenzia ancora di più lo strappo.

Intanto Forza Italia continua a muoversi come un partito che deve redistribuire incarichi per sedare gli umori. Non solo Costa, ma anche il resto della filiera dirigente del gruppo, a partire dal vicepresidente vicario. Si parla di Patrizia Marrocco, mentre sullo sfondo resta il gelo tra Antonio Tajani e Giorgio Mulè. Segno che la partita non si chiude con l’uscita di Paolo Barelli, ma continua dentro una geografia di fedeltà incrociate, vecchi rancori e nuovi equilibri imposti dall’alto.

La verità è che queste non sono semplici dimissioni. Sono un atto politico ostile, quasi una denuncia pubblica del nuovo corso. Barelli ha voluto dire una cosa precisa: Forza Italia non può diventare una dependance gestita da fuori, per quanto gloriosa sia la famiglia che porta quel cognome. Se ne va, ma lasciando il sospetto più velenoso possibile: che il partito stia smettendo di essere una comunità politica per trasformarsi in una creatura telecomandata. E quando uno che fino al giorno prima era al centro del sistema arriva a dirlo ad alta voce, vuol dire che il problema non è più solo suo. È di tutti.