Conte detta le regole a Schlein: “Senza primarie niente alleanza”, il leader M5S lancia la sfida e si vede già a Palazzo Chigi

Giuseppe Conte, Ipa @lacapitalenews

Giuseppe Conte si presenta tirato a lucido, elegante, sorridente, perfettamente dentro la parte. E in effetti la scena, al Tempio di Adriano, somiglia più a una prova generale di governo che a una semplice presentazione di libro. Il suo, certo, Una nuova primavera. Ma attorno al leader del Movimento 5 Stelle il clima è quello delle grandi occasioni, di quei pomeriggi in cui la politica prova a raccontarsi come già vincente. I parlamentari contiani restano in piedi perché le sedie sono occupate da direttori, dirigenti Rai, giornalisti, facce note. E già questo basta a far capire che non si tratta solo di un evento editoriale. Qui si misura un’ambizione. E anche qualcosa di più: una candidatura implicita.

Per un po’ Giuseppe Conte gioca di rimessa, si lascia accompagnare da Giovanni Floris nei ricordi di formazione, nei riferimenti al liceo raggiunto in pullman, nelle suggestioni cattolico-democratiche, nel voto alla Dc quando si era aperta a Pietro Scoppola, fino alla parentesi pannelliana. Una parte quasi da memoir civile, utile a ripulire il profilo e a dargli profondità. Ma il cuore politico arriva dopo, ed è lì che il pomeriggio cambia passo. Perché quando si plana sul tema della leadership del centrosinistra, Giuseppe Conte smette di evocare il passato e mette sul tavolo il futuro. Anzi, detta le condizioni.

Conte alza il prezzo dell’alleanza e mette Schlein all’angolo

La novità vera sta tutta in una frase che suona molto più pesante di quanto sembri: senza primarie, non c’è alleanza organica. Non lo dice così brutalmente, ma il senso è quello. Giuseppe Conte per la prima volta non presenta più i gazebo come uno strumento possibile, uno dei tanti, ma come l’unico meccanismo legittimo per scegliere la guida del cosiddetto campo progressista. E lo fa con un ragionamento che punta a smontare ogni scorciatoia.

L’idea che il leader della coalizione debba essere automaticamente il capo del partito più votato viene liquidata come una logica buona per la destra, non per il centrosinistra. Secondo Giuseppe Conte, infatti, il centrodestra ha una consuetudine di alleanza che il fronte opposto non possiede. Dall’altra parte, dice, non c’è un’abitudine consolidata, non c’è una struttura automatica, non c’è una fedeltà di schieramento paragonabile. E soprattutto il Movimento 5 Stelle, sui territori, non pratica alleanze organiche se non quando condivide davvero il programma. È un modo elegante, ma nemmeno troppo, per dire al Pd che non basta arrivare primi per pretendere di guidare tutti.

Da qui la conclusione: prima si scrive nero su bianco un programma comune, poi si va a votare. E in questa prospettiva, avverte Giuseppe Conte, il Movimento ci sarà. Tradotto: volete davvero il campo largo? Bene, passate dai gazebo. Il messaggio è chiarissimo, e il destinatario ha un nome e un cognome: Elly Schlein.

Le primarie non sono più un’ipotesi: diventano un ultimatum

Il punto politico è proprio questo. Giuseppe Conte non propone, incalza. Non suggerisce, vincola. E lo fa usando contro il Pd una delle sue stesse tradizioni. Perché quando gli viene chiesto cosa accadrebbe se Schlein non fosse d’accordo, la risposta è una stilettata con il sorriso: le primarie, ricorda, sono nella tradizione democratica, quindi sarebbe curioso se qualcuno decidesse di tirarsi indietro. Detto con il garbo di chi non alza la voce, ma con la precisione di chi sta stringendo il nodo.

In realtà, la mossa di Giuseppe Conte è doppia. Da una parte rivendica partecipazione, apertura, coinvolgimento largo, con primarie aperte anche a chi non è iscritto ai partiti. Dall’altra, sa benissimo che quel terreno può diventare favorevole proprio a lui. Perché se il centrosinistra si presenta come una coalizione ancora fragile, sfilacciata e senza una gerarchia definita, Giuseppe Conte può provare a giocarsela come il candidato più solido, più riconoscibile, più spendibile fuori dai recinti del Pd. Il suo discorso sulla partecipazione popolare, sullo slancio visto al referendum, sulla necessità di far votare liberamente tutti, è certo coerente sul piano formale. Ma politicamente è soprattutto una sfida di leadership.

E infatti prova perfino a disinnescare l’obiezione più prevedibile: quella dell’uomo solo al comando. Dice che le primarie non devono servire a scegliere un “capo supremo”, ma un semplice attuatore del progetto condiviso. È una formula furba, quasi rassicurante, ma dietro il lessico morbido si intravede benissimo il disegno. Giuseppe Conte vuole la legittimazione popolare. Vuole il sigillo delle urne, anche se di partito allargato. Vuole dire a Elly Schlein, al Pd e a tutto il centrosinistra che la guida non si decide nelle segreterie ma davanti agli elettori. Sapendo che, in una partita del genere, lui potrebbe presentarsi come il candidato più pronto a interpretare una domanda di leadership meno ideologica e più “governativa”.

Silvia Salis liquidata con freddezza, Di Maio usato come bersaglio laterale

A rendere ancora più chiaro il disegno c’è il modo in cui Giuseppe Conte tratta le alternative. Silvia Salis, nome che in qualche discussione viene evocato come possibile figura terza o civica, viene liquidata con un’ironia glaciale: i “papi stranieri”, dice, si facciano avanti e poi si valuterà. Una battuta che ha il sapore di una chiusura anticipata. Non solo perché respinge l’idea di una soluzione esterna ai partiti, ma perché conferma che Giuseppe Conte considera la partita già interna a sé stesso e a Schlein. Tutto il resto, per ora, è folklore.

Poi c’è Luigi Di Maio, che entra nella scena quasi come una comparsa utile a dare un’ulteriore sfumatura al racconto. L’ex ministro, oggi rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo, aveva criticato sui social un passaggio del libro in cui Giuseppe Conte torna a evocare i presunti complotti che avrebbero provato a uccidere il Movimento ai tempi del governo Draghi. La replica del leader pentastellato è una di quelle stoccate che fanno felici le platee: si sorprende che, con tutto quello che accade in Medio Oriente, Di Maio trovi il tempo di leggersi la rassegna stampa italiana. Una battuta secca, costruita per strappare l’applauso e insieme per ristabilire la gerarchia: io sto qui, al centro della scena, tu sei altrove e parli da lontano.

Dietro il libro c’è già la campagna per Palazzo Chigi

Ma il punto decisivo resta un altro: Giuseppe Conte ormai parla come uno che si vede già dentro il passaggio successivo. La presentazione di Una nuova primavera diventa così un pretesto narrativo per qualcosa di più concreto: l’apertura della sua fase di pressing sul centrosinistra. La postura, il tono, il pubblico, la scelta di entrare nel merito della leadership, tutto racconta un uomo che non si accontenta più di fare il federatore di una sigla, ma vuole essere riconosciuto come possibile capo della coalizione. O, per dirla in modo meno pudico, come il candidato premier naturale di un nuovo centrosinistra.

Il bello, o il cinismo, della sua mossa sta proprio qui. Giuseppe Conte si presenta come il garante di un metodo democratico, ma nel frattempo trasforma quel metodo nel terreno più utile alla propria ascesa. Chi potrebbe negargli, del resto, che le primarie siano uno strumento più pulito delle trattative di vertice? E chi, nel Pd, potrebbe permettersi di rifiutarle senza dare l’impressione di voler blindare la leadership per via burocratica? È un pressing intelligente, perché costringe gli altri a muoversi su un terreno che lui ha già scelto.

Per questo la frase più importante del pomeriggio non è solo quella sulle primarie aperte a tutti. È l’intero sottotesto che la accompagna: il Movimento 5 Stelle non entrerà in una coalizione per fare il gregario di nessuno. Se il campo largo vuole esistere davvero, dovrà passare da una legittimazione popolare. E se quella legittimazione dovesse premiare Conte, allora nessuno potrà dire che si è imposto per accordi di vertice o per giochi di palazzo.

In fondo il senso politico dell’operazione è tutto qui. Giuseppe Conte esce dalla presentazione del suo libro come se fosse appena uscito dal primo Consiglio dei ministri di un governo che ancora non esiste. Sorride, stringe mani, si lascia osservare. Ma intanto ha già fatto ciò che gli interessava davvero: ha messo il Pd sotto pressione, ha piantato la bandierina sulle primarie e ha fatto capire che, se nel centrosinistra si vuole parlare seriamente di alleanza, il prezzo d’ingresso lo decide lui. Altro che autobiografia. Qui siamo già al primo capitolo della campagna per Palazzo Chigi.