Pnrr e giovani, i numeri inchiodano il governo: all’Italia solo le briciole mentre l’Europa investe sul futuro

Studenti – ipa @lacapitalenews.it

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrebbe dovuto rappresentare l’occasione storica per investire sulle nuove generazioni. Invece, secondo il rapporto Il divario generazionale realizzato dalla Fondazione per la ricerca economica e sociale Ets con il contributo dell’Università Luiss, i giovani sono rimasti ai margini della più grande operazione finanziaria europea del dopoguerra.

I numeri raccontano una realtà difficile da contestare. L’Italia ha destinato agli under 35 appena 4,9 miliardi di euro, pari al 2,54% delle risorse complessive del Pnrr. Una quota che colloca il nostro Paese molto distante dai principali partner europei. La Spagna ha investito l’11,7% delle risorse del proprio Piano nelle politiche giovanili, la Germania il 9,5%, mentre persino la Grecia, che partiva da una situazione occupazionale più difficile di quella italiana, ha destinato ai giovani il 6,4% dei fondi disponibili.

Il grande assente del Recovery: una strategia per gli under 35

Secondo gli autori dello studio, il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse stanziate, ma soprattutto l’assenza di una strategia organica. Il Pnrr italiano non ha mai previsto una missione specificamente dedicata alle nuove generazioni e le misure rivolte ai giovani sono rimaste disperse tra interventi diversi, senza una visione complessiva.

La rimodulazione del Piano ha inoltre ridotto alcuni interventi che avrebbero dovuto sostenere direttamente gli under 35. Il caso più emblematico riguarda la “Sezione speciale turismo” del Fondo centrale di garanzia, l’unica misura espressamente dedicata all’imprenditorialità giovanile, chiusa anticipatamente per la scarsa adesione dei potenziali beneficiari.

Tagli alla ricerca e precariato universitario

Un altro capitolo riguarda università e ricerca. Dal sostegno alla ricerca universitaria sono stati sottratti 390 milioni di euro, successivamente redistribuiti verso altre voci del Piano. Una scelta che ha alimentato polemiche soprattutto nel mondo accademico.

È vero che parte delle risorse è confluita nelle borse di studio e negli alloggi universitari, con 308 milioni aggiuntivi destinati agli studenti e altri 238 milioni per lo student housing. Tuttavia il nodo principale resta quello della stabilizzazione dei ricercatori assunti grazie ai fondi straordinari del Recovery.

Secondo l’Associazione italiana dei dottorandi e dottori di ricerca, tra il 2025 e il 2026 scadranno oltre 35 mila contratti precari attivati proprio grazie ai finanziamenti del Pnrr. Il Ministero dell’Università ha annunciato un piano per assumere 2 mila ricercatori con fondi strutturali, ma il numero appare insufficiente rispetto all’enorme quantità di posizioni che rischiano di scomparire.

Lavoro e Neet: l’Italia resta in fondo alla classifica

I risultati si riflettono anche sul mercato del lavoro. L’Italia occupa il penultimo posto in Europa per tasso di occupazione nella fascia tra i 20 e i 29 anni. La media europea raggiunge il 65,5%, mentre il nostro Paese si ferma al 47,6%, davanti soltanto alla Bosnia Erzegovina.

Non va molto meglio sul fronte dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Nonostante un miglioramento rispetto agli anni precedenti, la quota italiana resta al 15,2%, seconda soltanto alla Romania nell’intera Unione Europea.

Per Luciano Monti, professore di Politiche dell’Unione europea alla Luiss, il problema nasce da una mancanza di coordinamento e di visione di lungo periodo. Secondo il docente, il Piano avrebbe dovuto considerare i giovani come un investimento strategico in capitale umano, mentre troppo spesso li ha trattati come un problema da gestire. Una scelta che rischia di lasciare un’eredità pesante proprio alla generazione che avrebbe dovuto beneficiare maggiormente delle risorse europee.