Donald Trump aveva promesso un’America lontana dalle guerre infinite, presentandosi come il presidente capace di imporre la pace attraverso la forza. A un mese dalle midterm Usa 2026, quella promessa entra nel bilancio politico della sua seconda presidenza. Le elezioni americane del 3 novembre rinnoveranno la Camera e parte del Senato, ma saranno anche un giudizio sulla Casa Bianca. La guerra con l’Iran concentra il dissenso più netto, mentre le altre crisi internazionali restano sul tavolo del presidente. Soprattutto, politica estera, energia e costo della vita stanno finendo dentro la stessa campagna elettorale. Quasi sette americani su dieci ritengono che il conflitto iraniano non sia valso la pena. Intanto i democratici diventano competitivi anche in diversi Stati conquistati nettamente da Trump nel 2024, dando alle midterm i contorni di un referendum.
Midterm Usa 2026, sette americani su dieci bocciano la guerra con l’Iran
Il dato più significativo arriva dall’ultimo sondaggio AP-NORC, condotto tra il 24 e il 28 settembre su 2.140 adulti americani. Il margine di errore è di 2,9 punti percentuali. Per il 69 per cento degli intervistati, la guerra con l’Iran non è valsa la pena di essere combattuta. Inoltre, il 71 per cento disapprova la gestione della questione iraniana da parte di Trump.
Non significa che la politica estera sia improvvisamente diventata la principale preoccupazione degli americani. È quasi il contrario, ed è proprio questo il passaggio politicamente più interessante. Secondo il Chicago Council on Global Affairs, appena il 2 per cento indica la guerra Usa-Iran come il tema decisivo per il voto. Al contrario, il 37 per cento sceglie inflazione e costo della vita. Ma l’86 per cento ritiene contemporaneamente che il conflitto abbia avuto conseguenze negative proprio sul costo della vita negli Stati Uniti.
La guerra entra dunque nella campagna non soltanto attraverso ciò che accade in Medio Oriente, ma dalla porta molto più concreta del bilancio familiare.
Trump tra Iran, Ucraina e Gaza: il peso delle promesse
Le diverse crisi internazionali devono essere tenute rigorosamente distinte. La guerra in Ucraina era iniziata quasi tre anni prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca e anche il conflitto di Gaza era già in corso: attribuirne l’origine al presidente americano sarebbe storicamente sbagliato. Politicamente, tuttavia, queste crisi entrano nel bilancio della sua amministrazione, perché Trump aveva scelto personalmente di alzare enormemente l’asticella. Si era infatti presentato come il leader capace di ottenere rapidamente risultati che le precedenti amministrazioni non avevano raggiunto.
L’Iran rappresenta un caso differente ed è su questo fronte che il giudizio dell’opinione pubblica americana appare particolarmente severo. Ma il punto decisivo, a poche settimane dalle urne, è che le conseguenze percepite della politica internazionale si sovrappongono alle preoccupazioni economiche che stanno dominando la campagna.
Guerra, benzina e costo della vita entrano nella campagna elettorale
In Ohio Trump è tornato per sostenere il repubblicano Jon Husted nella sfida per il Senato contro il democratico Sherrod Brown. Qui la benzina costa in media 4,16 dollari al gallone, circa il 35 per cento in più rispetto a un anno fa. È un dato politicamente significativo in uno Stato che Trump aveva conquistato nettamente nel 2024 e dove la competizione per il Senato è diventata uno dei principali campi di battaglia delle midterm.
Sarebbe semplicistico attribuire l’andamento dei prezzi a un’unica causa, così come sarebbe scorretto trasformare automaticamente il malcontento economico in un voto contro il presidente. Ma la percezione degli elettori conta nella determinazione del comportamento politico e il collegamento che molti americani stabiliscono tra guerra, energia e costo della vita è ormai entrato nella campagna.
La distanza tra Teheran e una stazione di servizio dell’Ohio diventa così, elettoralmente, molto più corta.
Economia Usa, il costo della vita diventa il problema di Trump
I numeri sull’economia sono persino più pesanti. Secondo AP-NORC, il 65 per cento degli adulti americani attribuisce alle politiche di Trump la responsabilità dei prezzi più alti del normale. Inoltre, il 69 per cento giudica la gestione presidenziale del costo della vita peggiore delle proprie aspettative. Il dato attraversa in parte anche il suo elettorato: il 52 per cento dei repubblicani giudica la gestione del costo della vita inferiore alle proprie aspettative.
È su questo terreno che politica internazionale e politica interna smettono di essere due capitoli separati. Gli americani possono seguire con maggiore o minore attenzione ciò che accade a migliaia di chilometri da casa. Ma incontrano il prezzo del carburante quando riempiono il serbatoio e quello degli alimentari quando entrano in un supermercato.
Trump lo ha capito e ha iniziato una maratona elettorale di 32 giorni, tornando a fare ciò che politicamente conosce meglio: trasformarsi nel candidato permanente.
Trump: «Fate finta che sia io a candidarmi»
Il presidente ha scelto di mettersi personalmente al centro delle midterm. Durante la tappa di Durant, in Oklahoma, il primo ottobre ha chiesto ai propri sostenitori: «Pretend I’m running please», letteralmente: «Fate finta che sia io a candidarmi».
Non è soltanto una battuta da comizio. È la sintesi della strategia repubblicana. Trump vuole trasferire sui candidati del GOP la capacità di mobilitazione che continua ad avere sulla propria base. Alle elezioni di metà mandato, infatti, una parte degli elettori che votarono per lui nel 2024 potrebbe non presentarsi alle urne. Ma la strategia contiene anche il rischio opposto: trasformando le midterm in un voto sulla propria presidenza, offre ai democratici lo stesso argomento per mobilitare chi vuole contrastarlo.
Ed è proprio qui che arriva uno dei numeri più interessanti dell’intera campagna.
Sondaggi Usa, il 45 per cento considera le midterm un voto contro Trump
Secondo il sondaggio nazionale NPR/PBS News/Marist di settembre, il 45 per cento degli elettori registrati considera il voto per il Congresso soprattutto un voto contro Trump. Il 24 per cento intende invece sostenere il presidente, mentre per il 30 per cento Trump non sarà un fattore importante nella decisione.
È una fotografia, non una previsione del risultato del 3 novembre. Ma mostra il paradosso della Casa Bianca: Trump vuole trasformare le elezioni congressuali in una mobilitazione personale. Una quota più ampia dell’elettorato dichiara però di voler usare quelle stesse elezioni per esprimere un voto contrario al presidente.
La polarizzazione diventa così il carburante di entrambe le parti.
Democratici competitivi anche negli Stati vinti da Trump
Il secondo segnale arriva dalla geografia elettorale. I democratici risultano competitivi in dieci Stati conquistati da Trump nel 2024 con margini a doppia cifra: Ohio, Alaska, Iowa, Texas, Florida, Kansas, Nebraska, Mississippi, South Carolina e Kentucky.
Le situazioni sono profondamente differenti e parlare di dieci Stati sul punto di cambiare colore sarebbe scorretto. Il dato politicamente rilevante è un altro: i repubblicani sono costretti a destinare denaro, organizzazione e attenzione a territori che all’inizio del ciclo elettorale avrebbero dovuto richiedere molte meno risorse.
Il Senato è controllato dal GOP con 53 seggi contro 47 democratici e indipendenti che votano con loro. Ai democratici serve quindi un guadagno netto di quattro seggi per raggiungere la maggioranza, il che significa conquistare terreno repubblicano mantenendo contemporaneamente i propri seggi vulnerabili. La strada resta complessa e nessun sondaggio permette oggi di trasformare una competizione aperta in un risultato acquisito.
Ma la mappa elettorale si è allargata.
Elezioni Usa, l’Ohio diventa il laboratorio delle midterm
Il caso più significativo è probabilmente l’Ohio. Il sondaggio Marist del 24-27 settembre assegna a Sherrod Brown il 51 per cento tra gli elettori registrati, contro il 43 per cento di Husted. Il margine di errore è di 3,8 punti.
Si tratta di una rilevazione effettuata a più di un mese dal voto, non di una previsione del risultato. Un altro dato aiuta a spiegare il ritorno di Trump nello Stato: il 41 per cento considera il voto per il Congresso principalmente un voto contro il presidente. Il 25 per cento dichiara invece di volerlo sostenere, mentre per il 33 per cento Trump non rappresenterà un fattore rilevante.
Uno Stato conquistato nettamente da Trump appena due anni fa diventa così uno dei laboratori della nuova campagna americana.
Le elezioni di metà mandato diventano un referendum su Trump
Trump conserva tuttavia un patrimonio politico che sarebbe un errore sottovalutare. La sua base resta fortemente mobilitata, il presidente domina il Partito repubblicano e continua a possedere una capacità di occupare lo spazio politico e mediatico che nessun altro dirigente del GOP può eguagliare. Una parte consistente dell’elettorato conservatore continua inoltre a sostenere la sua politica internazionale e a interpretare diversamente i risultati economici della Casa Bianca.
Per questo il risultato del 3 novembre resta aperto.
Qualcosa rispetto al 2024, però, è cambiato. Due anni fa Trump chiedeva agli americani di riportarlo alla Casa Bianca promettendo un Paese più prospero e meno coinvolto nei conflitti; oggi affronta elezioni nelle quali costo della vita, prezzi dell’energia e guerra con l’Iran sono entrati nel bilancio politico della sua presidenza. E soprattutto la battaglia non si combatte più soltanto nell’America incerta, ma anche in una parte di quella che nel 2024 aveva scelto nettamente Trump.
Le elezioni del 3 novembre dovrebbero scegliere deputati e senatori. Il presidente ha deciso di metterci sopra anche il proprio nome.
«Fate finta che sia io a candidarmi», ha chiesto agli elettori.
Potrebbero prenderlo alla lettera.







