Trump-Leone XIV, lo scontro diventa frontale: “Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso 42mila manifestanti”. Müller lo gela: “Si crede onnipotente, ma solo Dio lo è”

Donald Trump, Gerhard Ludwig Müller e Papa Leone XIV, Ipa @lacapitalenews

Donald Trump alza ancora il livello dello scontro con papa Leone XIV e lo fa nel suo stile più brutale, diretto e incendiario. Il presidente ha affidato a Truth un nuovo affondo contro il Pontefice, invitando qualcuno a “dire al Papa” che l’Iran avrebbe ucciso almeno 42mila manifestanti innocenti e disarmati negli ultimi due mesi, aggiungendo che l’idea stessa di un Iran dotato di arma nucleare sarebbe “assolutamente inaccettabile”. A chiudere il messaggio, la solita firma muscolare del trumpismo: “L’America è tornata”.

Il post che alza lo scontro

Non è soltanto una presa di posizione geopolitica. È qualcosa di più. È il tentativo, neppure troppo mascherato, di mettere pubblicamente sotto pressione il Papa, quasi di richiamarlo all’ordine, come se anche il successore di Pietro dovesse allinearsi alla linea della Casa Bianca. Ed è proprio questo il punto che sta facendo esplodere la polemica, ben oltre il merito del dossier iraniano. Perché qui non si discute solo di Medio Oriente, deterrenza nucleare o repressione interna a Teheran. Qui si consuma uno scontro sul confine tra potere politico e autorità morale.

A dirlo con una chiarezza persino feroce è il cardinale Gerhard Ludwig Müller, uno che certo non può essere liquidato come un progressista ostile a Trump per riflesso ideologico. Tedesco, settantotto anni, figura di riferimento dell’ala tradizionalista della Chiesa, ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Müller è intervenuto con parole che pesano come pietre. L’attacco di Trump a papa Leone XIV, ha detto, è “inaccettabile”. E ancora più dura è la formula scelta per descrivere il presidente americano: “Trump ormai si crede onnipotente, ma solo Dio lo è”.

Il punto centrale dell’accusa

Il cuore della critica del cardinale è tutto qui. Secondo Müller, Trump non si limita a dissentire da Leone XIV. Sta cercando di strumentalizzare la Chiesa, di piegarla a una logica di servizio, di trasformarla in una stampella morale della sua politica estera e della sua visione del mondo. E avrebbe commesso anche un altro errore di fondo: aver pensato che un Papa americano dovesse automaticamente essere dalla sua parte. Una lettura rozza, politica in senso quasi tribale, che per il cardinale è semplicemente irricevibile.

L’autonomia della Chiesa come linea rossa

C’è un passaggio, nell’intervista, che fotografa perfettamente il livello dello scontro. Quando gli viene chiesto se Leone XIV avrebbe potuto usare toni più moderati, Müller risponde secco: “Assolutamente no”. Per il cardinale, il Papa ha non solo il diritto, ma il dovere di criticare pubblicamente anche uno degli uomini più potenti del mondo, perché la Chiesa non è al servizio dei governi, delle superpotenze o delle convenienze strategiche, ma soltanto di Dio. È questa indipendenza, ribadisce, la vera forza del cattolicesimo.

Il Papa non è arruolabile

Non basta dissentire da Roma, suggerisce Müller. Il problema nasce quando il potere politico pretende di trasformare la Chiesa in una sponda, in una legittimazione morale, in un alleato automatico. Ed è proprio questa pretesa che il Vaticano, almeno su questo terreno, respinge con nettezza.

Il paragone con Costantino e Napoleone

Müller spinge il paragone su un terreno storico ancora più pesante e simbolico. Dice che siamo tornati ai tempi dell’interventismo di Costantino o di Napoleone. Non è una battuta colta buttata lì per impressionare. È un’accusa precisa. Costantino, dopo aver concesso libertà ai cristiani, pretese di intervenire direttamente nelle questioni ecclesiastiche. Napoleone, dopo avere ristabilito la Chiesa in Francia con il Concordato, cercò di controllarla politicamente fino a imprigionare Pio VII. In entrambi i casi, il potere temporale pretendeva di usare la religione senza accettarne l’autonomia. Ed è proprio questo, secondo Müller, ciò che Trump starebbe tentando di fare oggi.

Il paradosso è che questa lezione arriva da uno dei cardinali che in passato aveva mostrato aperture verso Trump, soprattutto in contrapposizione a Joe Biden, ritenuto troppo lontano dalla dottrina cattolica su temi come l’aborto. Ma proprio questo rende la sua presa di posizione ancora più significativa. Perché se perfino una figura così lontana dai circuiti progressisti decide di inchiodare Trump, vuol dire che il limite, agli occhi del Vaticano più tradizionale, è stato superato.

Anche Meloni entra nello scontro

Nel frattempo la polemica si allarga anche sul piano politico. Müller interviene infatti pure sul caso Giorgia Meloni, finita nel mirino di Trump per non voler assecondare la sua linea di guerra contro l’Iran. E anche qui il giudizio è netto: la presidente del Consiglio “ha fatto bene” a rispondere così al presidente americano. Un passaggio che suona come un doppio schiaffo a Washington, perché rivendica non soltanto l’autonomia della Chiesa, ma anche quella di un Paese come l’Italia rispetto alla pretesa americana di imporre a tutti la propria visione del mondo.

Uno scontro che va oltre l’Iran

Il risultato è uno scenario in cui Trump appare sempre più deciso a trasformare ogni dissenso in una prova di fedeltà. Vale per gli alleati, vale per i governi amici, vale perfino per il Papa. Ma proprio qui trova un ostacolo che non può liquidare con un post, una battuta o uno slogan. Perché la Chiesa può avere tutti i suoi limiti, le sue divisioni e le sue contraddizioni, ma su un punto continua a considerarsi non negoziabile: non prendere ordini dai potenti della terra.

E allora il punto politico, prima ancora che religioso, è questo. Trump non sta soltanto litigando con Leone XIV. Sta mostrando di non tollerare più nemmeno l’idea che esista un’autorità morale non arruolabile, non intimidibile, non riconducibile dentro il perimetro dell’“America first”. Ed è probabilmente questo, più ancora delle sue parole sull’Iran, ad avere provocato la reazione più dura.