Hormuz, l’Italia prepara la missione con 400 militari: navi già in rotta e voto in Parlamento più vicino

Navi italiane nello stretto di Hormuz

L’Italia si prepara a entrare nella partita dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo diventato uno dei punti più delicati della crisi tra Stati Uniti, Iran e Israele. A Palazzo Chigi si guarda con prudenza alla tregua Usa-Iran, nella speranza che l’accordo regga davvero e non resti soltanto una pausa fragile tra una fiammata e l’altra. Intanto, però, alla Difesa il piano operativo è già sul tavolo. L’obiettivo è contribuire alla sicurezza della navigazione commerciale e alle operazioni di sminamento nel Golfo, dove Teheran avrebbe piazzato trappole marine in un braccio di mare attraversato ogni giorno da petroliere e mercantili.

Il piano italiano per Hormuz

Secondo fonti delle forze armate, l’operazione potrebbe coinvolgere circa 400 militari italiani. Due cacciamine della Marina, il Crotone e il Rimini, sono già salpati dal porto di Augusta il 15 maggio. Dopo aver superato Suez, hanno fatto tappa a Safaga, in Egitto, per una sosta logistica. La tabella di marcia prevede il passaggio all’altezza di Gibuti, dove l’Italia dispone della base militare di supporto “Amedeo Guillet”, struttura strategica dotata anche di aeroporto militare. Da lì allo Stretto di Hormuz servirebbero ancora cinque o sei giorni di navigazione, a seconda delle condizioni del mare.

Il dispositivo è pensato per un’operazione delicata. Crotone e Rimini sono navi progettate per individuare e distruggere mine navali, dotate di sonar e robot filoguidati. Non agirebbero però da sole. I cacciamine dovrebbero essere scortati da unità da combattimento con sistemi di difesa aerea, come il Montecuccoli, e supportati da una nave logistica come l’Atlante. A garantire ulteriore protezione ci sarebbe anche la fregata Rizzo, oggi impegnata nell’operazione Aspides nel Mar Rosso.

Il passaggio politico: serve il voto delle Camere

Il punto militare è quasi pronto, quello politico dipende dai tempi della diplomazia. Il via libera italiano alla missione multilaterale resta subordinato alla tenuta del cessate il fuoco. Il governo vuole una tregua solida, con un orizzonte più lungo di pochi giorni, prima di portare l’operazione in Parlamento. Mercoledì si riuniranno i capigruppo alla Camera per definire il calendario di Montecitorio. Se entro quella data l’accordo tra Washington, Tel Aviv e Teheran sarà formalizzato, la risoluzione per autorizzare la missione potrebbe arrivare alle Camere già questa settimana.

La procedura sarebbe quella già vista per altre missioni internazionali: comunicazioni dei ministri della Difesa e degli Esteri, quindi voto parlamentare. Il ministro Antonio Tajani ha confermato che l’Italia potrebbe contribuire alle operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, nell’ambito di una missione multilaterale da attivare dopo la fine del conflitto. L’esperienza accumulata nelle missioni navali europee, a partire da Aspides nel Mar Rosso, diventerebbe così il modello operativo da portare nel Golfo.

L’incognita del Libano

Resta però un nodo diplomatico non secondario: il Libano. Nelle discussioni italiane pesa la possibilità che la tregua venga estesa anche su quel fronte. Gli Stati Uniti sarebbero orientati ad accettare, mentre il sì di Israele viene considerato tutt’altro che scontato. È una variabile pesante, perché una tregua parziale rischierebbe di lasciare aperta una nuova linea di instabilità proprio mentre l’Italia si prepara a inviare mezzi e uomini in un’area ad altissimo rischio.

Il governo, dunque, accelera ma non scopre del tutto le carte. Le navi sono già in movimento, il piano militare è definito, la maggioranza valuta i tempi del passaggio parlamentare. Ma il semaforo verde dipenderà dalla diplomazia. Hormuz resta il punto in cui sicurezza energetica, rotte commerciali e crisi mediorientale si intrecciano nel modo più pericoloso. E l’Italia, questa volta, potrebbe trovarsi in prima linea non con dichiarazioni, ma con navi, militari e un mandato votato dalle Camere.