Meno prodotto, stesso prezzo: dal 15 luglio al via le norme contro la shrinkflation, ma è scontro sulla trasparenza

Supermercato banconi 3

A partire dal 15 luglio l’Italia introduce nuove normative per contrastare la shrinkflation, la pratica commerciale di ridurre le quantità di prodotto mantenendo invariati i prezzi. I prodotti più colpiti sono quelli a maggior consumo settimanale. Dunque i generi alimentari e i prodotti per la cura della persona e della casa.

Il Codacons critica queste misure definendole insufficienti. In più l’obbligo di segnalare le variazioni direttamente in etichetta è stato sostituito da un sistema di comunicazione meno immediato lungo la filiera. Le regole impongono ora ai produttori di informare i rivenditori sulle riduzioni volumetriche. Questi devono a loro volta rendere i dati accessibili ai clienti nei punti vendita o online per un periodo di tre mesi. per i consumatori c’è il pericolo della skimpflation. Ovvero il peggioramento della qualità delle materie prime per abbattere i costi di produzione. L’obiettivo dichiarato del provvedimento è garantire maggiore trasparenza e consapevolezza ai cittadini durante i propri acquisti quotidiani.

Lo stratagemma del “rimpicciolimento”

Il termine shrinkflation nasce dalla fusione delle parole inglesi “to shrink” (restringere) e “inflation” (inflazione). Si tratta di una pratica attraverso la quale i produttori riducono il contenuto di un pacchetto mantenendo il prezzo invariato o, in certi scenari, aumentandolo leggermente a fronte di una minore quantità.

Questo metodo viene descritto come uno stratagemma per aumentare i prezzi in modo non trasparente, sfruttando la difficoltà del consumatore nel percepire variazioni minime di peso o volume. Il mercato interessato da questa pratica è imponente: parliamo dei beni di largo consumo, un settore che vale complessivamente 120 miliardi di euro annui. Secondo i dati forniti dal Codacons, la shrinkflation genera aumenti “occulti” dei prezzi che oscillano mediamente tra il 10% e il 18%, con picchi estremi che possono raggiungere il 40% in più.

Tra i prodotti più frequentemente colpiti figurano: cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi e bibite; detersivi e carta igienica;  bagnoschiuma, shampoo e dentifricio. Il Codacons, ipotizzando un impatto minimo dello 0,1% annuo, stima che il costo cumulativo per le famiglie italiane negli ultimi 15 anni sia stato di circa 1,8 miliardi di euro.

Il nuovo quadro normativo, cosa cambia dal 15 Luglio

L’obiettivo primario delle nuove regole è consentire ai cittadini di valutare con maggiore consapevolezza il reale rapporto tra quantità e prezzo. Tuttavia, il percorso legislativo è stato tortuoso. Nel 2024, con il Ddl Concorrenza, il Governo aveva introdotto l’articolo 15-bis nel Codice del Consumo, che prevedeva l’obbligo di indicare direttamente sull’etichetta la riduzione della quantità.

Tuttavia, nel marzo 2025, l’Unione europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia, ravvisando una violazione della direttiva sulla trasparenza del mercato unico. Questo ha costretto il governo a modificare radicalmente l’impianto normativo attraverso il nuovo decreto legislativo notificato alla Commissione Ue il 15 aprile scorso. In assenza di contestazioni da parte di Bruxelles entro il termine del 15 luglio, il decreto è diventato operativo.

Le principali novità

Addio all’obbligo in etichetta: È scomparso il dovere per i produttori di stampare sulla confezione la dicitura: “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità“.

L’obbligo informativo è stato spostato dai produttori ai distributori e rivenditori (sia fisici che online). I soggetti della filiera devono ora scambiarsi una comunicazione standardizzata che indichi la variazione quantitativa e la percentuale di aumento del prezzo riconducibile a tale riduzione.

Le informazioni devono essere rese disponibili ai consumatori nei punti vendita o attraverso i canali digitali. La durata dell’obbligo informativo è stata dimezzata, passando dai 6 mesi originariamente previsti a soli 3 mesi dalla data di immissione in commercio della nuova confezione.

Le norme non si applicano se la riduzione quantitativa è accompagnata da modifiche della ricetta che migliorano la resa o l’efficacia del prodotto, mantenendo invariato il valore complessivo per l’utente.

Il pericolo emergente, la skimpflation

Mentre l’attenzione si concentra sul peso dei pacchetti, il Codacons denuncia l’emergere della skimpflation. Questa pratica consiste nell’abbattere i costi di produzione riducendo la qualità delle materie prime o tagliando i servizi offerti, senza però abbassare i prezzi al pubblico. parliamo della sostituzione di burro o olio d’oliva con oli vegetali meno pregiati, come l’olio di palma o la margarina. E dell’utilizzo di tuorli e albumi in polvere al posto di uova fresche.

La tutela dei consumatori

Ci sono regole specifiche contro il riporzionamento dei prodotti. Questo è un passo avanti nella tutela del consumatore. Il passaggio dall’informazione sull’etichetta a un sistema di comunicazione basato sui canali digitali o sui punti vendita è visto come un arretramento.

Rischia, secondo le associazioni di categoria, di rendere meno immediata la percezione degli aumenti.

La sfida per i consumatori italiani sarà ora quella di navigare un mercato dove la trasparenza è affidata a flussi informativi complessi e dove il risparmio delle aziende potrebbe nascondersi non solo nelle dimensioni ridotte di una scatola di biscotti, ma anche nella qualità degli ingredienti al suo interno.