Legge elettorale, il piano del centrodestra può regalare oltre il 60% dei seggi a chi vince: il premio monstre che agita anche la maggioranza

Palazzo Chigi

La legge elettorale del centrodestra entra nella fase più delicata e il rischio politico, per Giorgia Meloni, non sta solo nello scontro con le opposizioni. Sta anche dentro la maggioranza. Perché il testo depositato dal centrodestra promette stabilità, ma nella sua versione più estrema può consegnare a chi vince una quota di seggi da numeri monstre: fino al 61,5% alla Camera e al 62,5% al Senato.

Un’enormità parlamentare, soprattutto se il consenso reale nelle urne restasse molto più basso. Il nuovo vertice è già in agenda: lunedì, al più tardi martedì, la presidente del Consiglio vedrà a Palazzo Chigi Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi per discutere le “auto-correzioni” al testo. Il punto più esplosivo resta il premio di maggioranza: 70 deputati a Montecitorio e 35 senatori a Palazzo Madama. Anche Gianfranco Fini, padre nobile della destra istituzionale, ha mandato un consiglio chiarissimo: quel premio va contenuto.

Il premio di maggioranza che può spingere il vincitore oltre il 60%

A mettere i numeri sul tavolo ci ha pensato il Centro Italiano Studi Elettorali. Secondo l’approfondimento del Cise, il sistema all’esame della commissione Affari costituzionali, se spinto fino alle sue conseguenze massime, può produrre un risultato politicamente pesantissimo. Il testo prevede un tetto per la coalizione vincente: fino a 230 eletti alla Camera e 114 al Senato.

Ma il calcolo non finisce lì, perché bisogna aggiungere i seggi fuori premio: 16 alla Camera e 11 al Senato, cioè gli uninominali della circoscrizione Estero, del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta. Nell’ipotesi limite in cui la stessa coalizione li conquistasse tutti, il vincitore salirebbe oltre il 60% dei seggi. Roberto D’Alimonte ha aperto con questi numeri il convegno sulla legge elettorale alla Luiss, davanti a una platea bipartisan.

C’erano Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, Nazario Pagano per Forza Italia, Ettore Rosato di Azione, Alfonso Colucci del Movimento 5 Stelle e il senatore dem Dario Parrini. Mancava la Lega. E D’Alimonte non ha nascosto l’irritazione, spiegando che Roberto Calderoli sarebbe andato volentieri, ma Salvini lo avrebbe fermato perché il partito doveva occuparsi d’altro.

Palazzo Chigi cerca una correzione prima dello scontro

Il vertice della prossima settimana servirà proprio a evitare che la riforma si trasformi in una trappola. Meloni vuole portare avanti la legge elettorale, ma sa che un testo percepito come troppo punitivo per le opposizioni può aprire un fronte istituzionale pesante. Per questo la maggioranza ragiona su possibili modifiche prima che lo scontro parlamentare diventi ingestibile.

Nazario Pagano ha aperto uno spiraglio alle opposizioni: se il testo può migliorare, la commissione Affari costituzionali può creare un comitato ristretto per ridiscuterlo e cercare accordi. È un segnale politico, non ancora una resa. Ma dimostra che anche nel centrodestra qualcuno vede il pericolo di una legge troppo rigida, troppo blindata, troppo esposta all’accusa di incostituzionalità.

Preferenze, listini e guerra sotterranea nella maggioranza

La partita più insidiosa riguarda il modo in cui distribuire il premio. Pagano non ha escluso una riduzione del pacchetto da 70 deputati e 35 senatori e ha indicato una possibile via: assegnare quei seggi in modo proporzionale dopo il voto tra i partiti della coalizione vincente, eliminando il listino spartito prima delle urne con un accordo politico.

La proposta può piacere a Fratelli d’Italia, perché il primo partito della coalizione avrebbe più forza nel riparto. Ma la Lega guarda l’ipotesi con sospetto. Salvini teme meccanismi che possano schiacciare il Carroccio dentro una coalizione ormai dominata da Meloni. E infatti, a porte chiuse, il partito si sarebbe già detto contrario. Anzi, contrarissimo.

La Lega frena sulle preferenze, FdI prova a intestarsele

Il nodo delle preferenze aggiunge benzina al fuoco. Donzelli ha garantito che Fratelli d’Italia presenterà un emendamento per introdurle. D’Alimonte ha subito colto la crepa, osservando che nella maggioranza ci sono almeno due posizioni favorevoli. Ma Pagano si è sfilato: “Io no”. Poi ha spiegato di conoscere bene quel sistema, avendo vinto nove volte con le preferenze, ma di considerarlo incompatibile con il lavoro parlamentare, perché obbliga gli eletti a una cura costante del territorio e dell’elettore.

Per le opposizioni, però, il punto è politico. Dario Parrini ha provocato la maggioranza sostenendo che il centrodestra avrebbe depositato il testo alla Camera proprio perché lì, sulle preferenze, può scattare il voto segreto, mentre al Senato non sarebbe accaduto. Da qui la sfida: se davvero la maggioranza vuole le preferenze, allora si impegni pubblicamente a votarle con voto palese.

Le opposizioni preparano gli emendamenti comuni

Il dialogo resta lontano. Donzelli ha accusato le opposizioni di avere rifiutato il confronto prima della presentazione del testo, usando una metafora da pranzo apparecchiato: “Ci accusate di esserci apparecchiati da soli il testo, ma quando vi abbiamo consultato per scegliere bicchieri e posate ci avete risposto: fate voi”.

La replica politica, però, arriva nei numeri e nel giudizio durissimo sul modello. Pd e Movimento 5 Stelle valutano emendamenti comuni. Colucci ha liquidato la proposta con una battuta tagliente: un sistema simile, ha detto, esiste solo in Bhutan. E ha aggiunto che ascolta le audizioni per capire cosa trasformare in emendamenti, ma non vede nulla capace di risollevare un testo che giudica a rischio incostituzionalità.

Rosato avverte il centrodestra: “Vi farete male”

Il consiglio più ruvido arriva da Ettore Rosato, padre del Rosatellum. Alla maggioranza dice, in sostanza, di conoscere bene il prezzo politico di una legge elettorale scritta a colpi di maggioranza. “Se andrete avanti, e avete la testa abbastanza dura da farlo, vi farete male”. È il vero bivio per Meloni.

Da una parte c’è la tentazione di blindare il futuro con una riforma capace di trasformare una vittoria elettorale in una maggioranza parlamentare larghissima. Dall’altra c’è il rischio di aprire una guerra istituzionale e politica proprio nel momento in cui il centrodestra avrebbe bisogno di mostrare compattezza. Perché il premio monstre può sembrare un’assicurazione sulla governabilità, ma può diventare anche il detonatore di una battaglia feroce. E questa volta non solo con le opposizioni.