Legge elettorale, la destra corregge già il Melonellum: dubbi di costituzionalità e campo largo nel caos

Elly Schlein, Giorgia Meloni, Giuseppe Conte – Ipa @lacapitalenews.it

Il Melonellum non è ancora arrivato in aula e già deve cambiare di nuovo. La nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza, appena riscritta una prima volta, entra infatti in una fase delicatissima. Gli sherpa del centrodestra stanno valutando nuovi ritocchi per provare a superare i dubbi di costituzionalità emersi nei contatti informali con gli uffici tecnici delle Camere e confermati da ambienti vicini alla Consulta.
L’obiettivo resta approvare il testo alla Camera e poi chiudere la partita al Senato prima della pausa estiva. Ma il percorso si complica. Le difficoltà tecniche, unite all’ostruzionismo annunciato dalle opposizioni, rischiano di far saltare la tabella di marcia della maggioranza.

Il nodo Trentino e Valle d’Aosta

Uno dei problemi più delicati riguarda Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Nella formulazione attuale, i cittadini di queste regioni non concorrerebbero alla definizione del premio di maggioranza. Una stortura evidente, che gli autori del testo giustificano con la necessità di tutelare le minoranze linguistiche e di evitare loro l’obbligo di entrare in coalizioni pre-elettorali. Il problema è che solo le liste coalizzate possono contribuire alla conta utile per ottenere il bonus seggi.

Così, però, una parte del corpo elettorale resterebbe fuori da un meccanismo decisivo per stabilire gli equilibri parlamentari. La maggioranza sa che questa formulazione espone il provvedimento a ricorsi e a una possibile bocciatura della Corte costituzionale. Per questo gli sherpa del centrodestra studiano una correzione prima dell’approdo del testo in aula, previsto per il 26 giugno.

I candidati occulti e il rischio Consulta

Un altro punto critico riguarda i cosiddetti “candidati occulti”, cioè i nomi inseriti nel listone collegato al premio di maggioranza. Si tratterebbe di 35 candidati al Senato e 70 alla Camera, ma gli elettori ne vedrebbero soltanto una parte. Il rischio è violare il principio della conoscibilità dei candidati, già richiamato in passato dalla giurisprudenza costituzionale. Anche su questo fronte la soluzione appare complicata e la maggioranza dovrà aprire un confronto tecnico nei prossimi giorni.

Il terzo nodo riguarda l’indicazione del presidente del Consiglio nel programma elettorale. Gli uffici parlamentari avrebbero suggerito di tornare alla formula del Porcellum, che indicava semplicemente il “capo della coalizione”. Ma Giorgia Meloni non sembra intenzionata a cedere. Per la premier, senza la norma che consente di indicare chiaramente il candidato a Palazzo Chigi, la nuova legge perderebbe gran parte del suo senso politico.

Il campo largo resta fermo

Mentre la maggioranza prova a correggere il testo senza svuotarlo, il centrosinistra resta bloccato sul problema che il Melonellum rende più urgente: scegliere il candidato premier. Se la legge manterrà l’obbligo di indicare il nome del capo della coalizione, Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, +Europa e Italia Viva dovranno decidere prima del voto chi guiderà l’eventuale alternativa a Meloni. Il problema è che il campo largo, al momento, non esiste davvero. Il tavolo per definire programma e perimetro della coalizione non è mai stato convocato, nonostante gli appelli ripetuti di Avs e +Europa. La rivalità tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein continua a frenare ogni passo avanti.

Conte vuole le primarie, Schlein prende tempo

Nel Movimento 5 Stelle la linea appare chiara: primarie. Conte si sente competitivo e considera il voto degli elettori del campo largo la strada migliore per legittimare il candidato premier. Anche Chiara Appendino spinge in questa direzione e attacca chi teme il confronto: “I gazebo sono la via maestra. Poi, se qualcuno ha paura, lo dica”.

Nel Pd, invece, la situazione è più complessa. Schlein non esclude il confronto, ma preferirebbe un accordo che indichi come leader il capo del partito più votato nella coalizione. Una soluzione che eviterebbe una sfida diretta e potenzialmente lacerante con Conte.
Intanto i big più dialoganti del Partito Democratico, da Dario Franceschini a Goffredo Bettini, provano a convincere la segreteria dem e il leader del M5S ad accelerare.

Finora, però, senza grandi risultati. Il paradosso è evidente. La destra deve correggere il Melonellum perché rischia di inciampare nella Costituzione. Ma il centrosinistra non riesce ancora a sfruttare le difficoltà della maggioranza perché resta prigioniero del proprio nodo politico: chi sfiderà Giorgia Meloni?