La pazienza di Giorgia Meloni è arrivata al capolinea. Dietro le quinte di Palazzo Chigi non si parla d’altro: la clamorosa debacle sulla legge elettorale alla Camera ha lasciato il segno, tanto che sul tavolo della premier ci sarebbe già una data per il ritorno alle urne, fissata al 4 aprile 2027. Il messaggio recapitato agli alleati Antonio Tajani e Matteo Salvini è tanto chiaro quanto gelido. La vera sfida, da qui a quella data, sarà gestire una coalizione che nel segreto dell’urna si sdoppia e si divide, minacciando di sgretolare definitivamente l’alleanza di centrodestra nata nel 2022.
Lo spettro dei franchi tiratori e l’incognita Quirinale
A svelare il retroscena sulle tensioni nella maggioranza è un’analisi del Corriere della Sera, nata dopo la bocciatura del delicato emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale. La prima domenica di aprile del 2027 rappresenterebbe lo scenario ideale per andare al voto, ma la sconfitta a Montecitorio ha messo a nudo le fragilità della coalizione.
Nel frattempo, a Palazzo Chigi cresce il timore che la riforma elettorale si trasformi in un boomerang o che venga giudicata incostituzionale dalla Consulta. Per blindare i partner, Meloni è pronta a usare la prossima Legge di Stabilità come arma di pressione nei confronti della Lega e di Forza Italia, dove si guarda con sospetto all’influenza della linea di Marina Berlusconi. Sullo sfondo resta poi l’incognita del Quirinale: Sergio Mattarella potrebbe non concedere il via libera alle Politiche anticipate senza pretendere un accorpamento con la tornata delle elezioni amministrative.
Il nodo delle pensioni d’oro e la strategia parlamentare
La tensione è altissima e a complicare i piani c’è anche un dettaglio temporale sollevato da Repubblica: il diritto alla pensione per i parlamentari scatterà precisamente il 14 aprile 2027, pochissimi giorni dopo la data ipotizzata per il voto. Qualora la premier decidesse di porre la fiducia sulla legge elettorale alla Camera, un’eventuale bocciatura segnerebbe la fine immediata dell’esecutivo.
Sulla tabella di marcia del testo c’è chi spinge per chiudere la partita prima della pausa estiva e chi, più prudentemente, suggerisce di attendere ottobre per evitare che la Corte Costituzionale abbia il tempo di bocciare il provvedimento prima del tempo.
Francesco Filini, coordinatore nazionale del programma di FdI, ha espresso tutta la sua irritazione per l’imboscata parlamentare, scagliandosi contro i deputati che si sono nascosti dietro l’anonimato del voto segreto: «Si è trattato del primo e unico passo falso della maggioranza in quattro anni di percorso parlamentare, avvenuto unicamente per colpa dello scrutinio coperto. Per andare avanti serve compattezza e unità d’intenti fino all’ultimo giorno».
Accuse di tradimento: “La Lega è sovranista solo a parole”
Mentre FdI valuta se blindare il testo al Senato eliminando lo scrutinio segreto, il clima tra gli alleati si fa incandescente. Edoardo Ziello, alla guida di Futuro Nazionale e firmatario dell’emendamento bocciato, nega la nascita di assi alternativi a destra ma lancia pesanti accuse di tradimento, puntando il dito direttamente contro il Carroccio: «I veri responsabili del tradimento vanno cercati in altre forze politiche, a partire dalla Lega che si professa sovranista solo a parole. I traditori della maggioranza sono coloro che si esprimono contro Meloni sfruttando il segreto dell’urna, ma che poi ipocritamente votano a favore nei passaggi di fiducia. La premier farebbe bene a diffidare da chi calpesta gli impegni presi».







