Informazione senza giornalisti, il grande inganno dell’IA: non è innovazione, è saccheggio della democrazia

Informazione senza giornalisti

Non chiamatela innovazione. Non chiamatela sperimentazione. E soprattutto non chiamatela informazione.

Un sito che pubblica notizie di politica, cronaca, economia e salute senza impiegare giornalisti, senza un direttore responsabile iscritto all’albo e senza una redazione reale non rappresenta il futuro dell’editoria. Rappresenta la sua contraffazione industriale.

Il caso di we-news.com, piattaforma con sede a Hong Kong che si presenta come «una testata di informazione in tempo reale che copre l’Italia e il mondo», ha finalmente costretto le istituzioni a guardare in faccia il problema. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria, Alberto Barachini, ha segnalato il sito al presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella. La Federazione nazionale della Stampa italiana e il Sindacato giornalisti del Trentino-Alto Adige hanno presentato un esposto. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli ha chiesto l’intervento dell’Autorità e del ministero della Giustizia, invitandoli a valutare anche un possibile sequestro amministrativo cautelare.

Era ora.

Una testata senza giornalisti è una messinscena

Il punto non riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nelle redazioni. I giornalisti possono utilizzare strumenti tecnologici per analizzare dati, trascrivere documenti, organizzare archivi, verificare informazioni e velocizzare alcune fasi del lavoro. La responsabilità, però, deve restare umana. Qualcuno deve scegliere, controllare, verificare, firmare e rispondere degli errori.

Nel caso segnalato, invece, il sito avrebbe sostituito l’intera redazione con presunti «agenti IA editoriali». Non emerge un direttore responsabile iscritto all’albo. Nessun giornalista impiegato. Non compare una registrazione conforme alle norme italiane. Eppure la piattaforma adotta l’aspetto, il linguaggio e l’organizzazione di una vera testata.

Questa non è trasparenza. È simulazione.

Il lettore vede sezioni tematiche, titoli, articoli e una struttura editoriale. Crede di trovarsi davanti a una redazione. In realtà interagisce con un sistema automatico che produce testi senza esperienza diretta, senza fonti proprie, senza responsabilità professionale e senza alcun obbligo deontologico.

Un algoritmo non telefona a un testimone. Non controlla un verbale, non riconosce il dolore di una famiglia, non distingue una confidenza da una dichiarazione pubblicabile. Non entra in tribunale, non segue un consiglio comunale, non verifica una cartella clinica, non rischia una querela e non risponde davanti a un Ordine professionale.

Raccoglie, combina e restituisce parole. Talvolta corrette, talvolta plausibili, talvolta false. Sempre irresponsabili.

Il furto delle notizie prodotto da altri

Dietro la retorica dell’automazione si nasconde anche un gigantesco saccheggio del lavoro giornalistico. Le macchine non scoprono le notizie. Le assorbono.

Qualcuno, prima dell’algoritmo, ha seguito il fatto. Un cronista ha raggiunto il luogo, ha parlato con le persone, ha letto gli atti, ha verificato le dichiarazioni, ha corretto gli errori e ha assunto la responsabilità della pubblicazione. Poi una piattaforma automatica prende quel lavoro, lo rimescola, lo ripropone e lo monetizza senza sostenere i costi della professione.

È un modello parassitario: non produce informazione, consuma quella prodotta dagli altri.

La Fnsi ha parlato di società straniere che si impadroniscono dello spazio digitale e diffondono pseudo-informazione capace di falsare il dibattito pubblico. La definizione coglie il centro del problema. Questi siti competono con le testate autentiche senza rispettarne le regole, senza pagare redazioni, senza tutelare il diritto d’autore e senza garantire il controllo delle fonti.

Possono pubblicare migliaia di articoli al giorno, invadere i motori di ricerca, intercettare pubblicità e sottrarre lettori a chi produce realmente le notizie. Non devono neppure essere credibili: basta che sembrino credibili per pochi secondi, il tempo necessario a ottenere un clic.

Così l’informazione diventa una discarica di testi verosimili. La verità non scompare per censura. Affoga nella quantità.

Difendere i giornalisti significa difendere i cittadini

Qualcuno proverà a liquidare la vicenda come una battaglia corporativa. È la difesa più comoda e anche la più falsa.

L’Ordine non tutela soltanto un mestiere. Tutela un sistema di responsabilità costruito per proteggere i cittadini. Il direttore responsabile, la registrazione della testata, il diritto di rettifica, la deontologia professionale e l’obbligo di verificare le fonti non costituiscono privilegi medievali. Costituiscono garanzie democratiche.

Quando un giornale sbaglia, esiste una persona che ne risponde, quando un giornalista diffama, la vittima può agire. Quando una testata viola le regole, la magistratura e l’Ordine possono intervenire. Ma quando un algoritmo senza volto produce una falsità, chi risponde? L’agente artificiale? Il server? La società registrata dall’altra parte del mondo?

La domanda contiene già la risposta.

Barachini ha ragione quando afferma che siti di questo tipo minacciano le fondamenta della democrazia. La democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive della possibilità per i cittadini di ricevere informazioni verificabili, riconoscere chi le produce e contestare chi mente.

Per questo Agcom e ministero della Giustizia devono intervenire con rapidità. Devono verificare la natura della piattaforma, l’eventuale violazione delle norme sulla stampa, l’uso ingannevole di strutture che simulano una redazione e il possibile sfruttamento illecito dei contenuti prodotti dalle testate professionali.

E il Parlamento deve smettere di contemplare il fenomeno come se rappresentasse una pioggia inevitabile. Servono regole chiare: obbligo di indicare in modo evidente i contenuti generati dall’IA, responsabilità giuridica del proprietario, divieto di presentarsi come testata senza rispettare le norme previste per le testate e tutela effettiva del lavoro giornalistico saccheggiato dalle macchine.

La tecnologia può aiutare il giornalismo. Non può impersonarlo.

Chi costruisce una falsa redazione, riempie il sito di articoli automatici e si presenta al pubblico come fonte d’informazione non sta anticipando il futuro. Sta vendendo una copia senza autore, senza coscienza e senza responsabilità.

Un giornale senza giornalisti non è un giornale. È una fabbrica di apparenze. E una democrazia che permette alle apparenze di sostituire i fatti ha già cominciato a rinunciare a se stessa.