Nordio, tutti i pasticci del Guardasigilli: dalla grazia a Nicole Minetti al caso Almasri, fino al flop del referendum

Ministro Carlo Nordio – Ipa

Il caso della grazia a Nicole Minetti è solo l’ultimo capitolo di un anno vissuto pericolosamente al Ministero della Giustizia. L’ultimo, ma non il primo. Perché attorno a Carlo Nordio, Guardasigilli del governo Meloni, si è accumulata una lunga serie di pasticci politici, istituzionali e comunicativi che hanno trasformato via Arenula in uno dei punti più fragili dell’esecutivo. Doveva essere il ministero della riforma, della competenza giuridica, della svolta garantista. È diventato invece il luogo delle gaffe, dei dossier esplosi in mano, delle dimissioni burrascose e delle frasi dette nel momento peggiore possibile.

Nordio e il caso Minetti, l’ultimo pasticcio sulla grazia

Il dossier più recente riguarda la grazia concessa a Nicole Minetti. Una vicenda che ha messo in difficoltà il ministero perché l’istruttoria è passata proprio da via Arenula prima di arrivare al Quirinale. Il punto politico è semplice: se ora emergono dubbi sugli elementi presentati nella domanda di clemenza, la domanda diventa inevitabile. Chi ha verificato davvero quelle carte? Chi ha controllato il quadro familiare, sanitario e internazionale raccontato nell’istanza? E perché alcune ombre sono emerse solo dopo le inchieste giornalistiche?

Il Quirinale non svolge indagini autonome e decide sulla base degli atti trasmessi dal Ministero della Giustizia. Per questo il caso Minetti pesa direttamente su Nordio: non tanto per la firma finale, quanto per la qualità del percorso che ha portato quella pratica sulla scrivania del capo dello Stato.

Il caso Almasri e l’aereo dei servizi

Prima della grazia a Minetti c’era stato il caso Almasri, uno degli incidenti più gravi della legislatura. Il generale libico, accusato di torture, era stato arrestato in Italia e poi rimpatriato con un aereo dei servizi segreti italiani, con una gestione che ha aperto un enorme caso politico. Il Tribunale dei ministri aveva avviato un’inchiesta su Carlo Nordio, sul ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e sul sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. L’indagine è stata poi archiviata dopo il no del Parlamento alla richiesta di autorizzazione a procedere.

Ma la vicenda non si è chiusa davvero. Proprio sul caso Almasri, l’ex capa di gabinetto Giusi Bartolozzi rischia il processo per false informazioni ai pm. Un altro pezzo della macchina di via Arenula finito nel tritacarne giudiziario e politico.

Il flop del referendum sulla giustizia

Poi c’è la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere, arrivata con il voto del 22 e 23 marzo. Una bocciatura pesante, letta da molti come il fallimento di quattro anni di politiche sulla giustizia e di una campagna condotta malissimo. Nordio, che della riforma avrebbe dovuto essere il volto forte e credibile, è finito invece al centro delle polemiche per il tono usato e per alcune uscite che hanno irrigidito il fronte contrario.

Dopo la vittoria del no, lo stesso ministro ha fatto mea culpa su alcune frasi, in particolare sull’aver definito il Csm “un sistema paramafioso”. Una formula devastante, più da comizio rabbioso che da Guardasigilli. E infatti gli si è ritorta contro.

Bartolozzi, la zarina caduta dopo il “plotone di esecuzione”

Le dimissioni di Giusi Bartolozzi sono arrivate all’indomani della sconfitta referendaria. Figura centralissima nel ministero, fidatissima di Nordio, veniva descritta come una presenza ingombrante e decisiva nella catena di comando di via Arenula. Il suo addio ha avuto il sapore del regolamento di conti interno.

A pesare non c’era solo il caso Almasri. C’erano anche le sue parole sui magistrati, definiti in televisione un “plotone di esecuzione”. Una frase che, dopo una campagna già incendiaria sulla giustizia, ha reso ancora più evidente il corto circuito politico e comunicativo del ministero.

Delmastro, l’altro addio che pesa su via Arenula

L’ultima grana riguarda Andrea Delmastro, esponente di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia. Già condannato in primo grado per il caso Cospito, Delmastro si è poi trovato travolto da un’altra vicenda, quella dei presunti affari con la famiglia Caroccia, ritenuta vicina al clan di stampo camorristico dei Senese. Una storia che ha reso inevitabile il passo indietro.

Anche qui, il danno per Carlo Nordio è doppio. Politico, perché perde un pezzo della sua squadra. Simbolico, perché il ministero che dovrebbe incarnare rigore, legalità e distanza da ogni zona grigia si ritrova invece associato a frequentazioni, affari e rapporti imbarazzanti.

Alla fine, il problema di Nordio non è un singolo scivolone. È l’accumulo. Minetti, Almasri, referendum, Bartolozzi, Delmastro: ogni caso potrebbe essere raccontato come incidente isolato, ma tutti insieme compongono un quadro molto più pesante. Il Guardasigilli era arrivato a via Arenula con l’immagine dell’ex magistrato colto, liberale, garantista, capace di dare ordine e visione alla giustizia italiana. Oggi rischia di essere ricordato soprattutto per l’anno dei pasticci. E in politica, a volte, non è la riforma mancata a segnare un ministro. È la somma degli inciampi.