Da Meloni a Schlein, la politica estera divide le coalizioni e attraversa i partiti: l’Italia sospesa tra Washington, Bruxelles e Mosca

Vladimir Putin e Donald Trump in una foto d’archivio

Le coalizioni italiane condividono l’ambizione di governare, assai meno una visione del mondo. La politica estera, tradizionalmente sottratta alle oscillazioni della competizione interna attraverso il richiamo all’interesse nazionale, è diventata il terreno sul quale affiorano le contraddizioni più profonde degli schieramenti. La linea di frattura non separa più soltanto maggioranza e opposizione, ma attraversa entrambe, insinuandosi persino all’interno dei singoli partiti. Atlantismo, europeismo, sovranismo e differenti atteggiamenti verso la Russia convivono in alleanze costruite per competere alle elezioni, senza necessariamente condividere la medesima interpretazione degli equilibri internazionali.

La guerra in Ucraina ha reso evidente una contraddizione che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente accentuato: le appartenenze geopolitiche non coincidono con quelle parlamentari. Si può essere alleati a Roma e sostenere strategie opposte a Bruxelles, condividere una collocazione politica e divergere sul ruolo della NATO, oppure ritrovarsi sulle medesime posizioni internazionali pur militando in schieramenti contrapposti.

Il centrodestra e le contraddizioni dell’atlantismo

Giorgia Meloni ha consolidato la propria credibilità internazionale attraverso il sostegno all’Ucraina e la continuità degli impegni atlantici, cercando contemporaneamente di preservare un rapporto privilegiato con Trump. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, rappresenta la componente più tradizionalmente europeista della maggioranza, mentre Matteo Salvini, vicepremier e segretario della Lega, contesta la prosecuzione degli aiuti militari a Kiev, riportando nel dibattito governativo una sensibilità sovranista che in passato ha manifestato aperture verso Mosca.

Non siamo davanti a una semplice differenza di accenti. La scelta di continuare a sostenere militarmente l’Ucraina riguarda la credibilità degli impegni internazionali dell’Italia e la sua posizione nei rapporti con gli alleati. Il centrodestra presenta così un’ambivalenza strutturale: rivendica la stabilità dell’esecutivo, ma conserva al proprio interno interpretazioni divergenti delle responsabilità internazionali del Paese.

La contraddizione assume un significato ulteriore quando il sovranismo della Lega incontra alcune posizioni dell’America trumpiana, mentre l’europeismo di Forza Italia e l’atlantismo di Fratelli d’Italia devono misurarsi con le tensioni tra Washington e Bruxelles.

Il campo largo e l’assenza di una dottrina comune

Nel centrosinistra la frattura è altrettanto evidente. Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, sostiene il diritto dell’Ucraina alla difesa e la collocazione euroatlantica dell’Italia, mentre Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, e Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, contestano la prosecuzione delle forniture militari e insistono sulla necessità di una svolta diplomatica.

Le divergenze non si esauriscono nei rapporti tra alleati. Nel Pd convivono una componente riformista saldamente atlantista, rappresentata anche dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, e sensibilità più critiche verso il riarmo europeo. Analogamente, nell’area progressista la comune opposizione a Meloni non ha ancora prodotto una sintesi sulla sicurezza continentale, sui rapporti con Washington e sugli strumenti necessari a garantire la pace.

Il paradosso è che Salvini, Conte e AVS possono convergere nella contrarietà a nuove forniture militari, mentre Meloni, Tajani e una parte significativa del Pd condividono la necessità di sostenere Kiev. Affinità circoscritte, fondate su motivazioni differenti, ma sufficienti a incrinare la rappresentazione di due blocchi ideologicamente omogenei.

Definire filorusso chiunque chieda di interrompere gli aiuti militari sarebbe una semplificazione impropria, così come considerare automaticamente europeista chi sostiene la NATO. La questione riguarda piuttosto la concezione della sovranità, il rapporto tra diplomazia e deterrenza e la disponibilità ad assumere responsabilità coerenti con le alleanze sottoscritte.

Le alleanze elettorali e il vuoto strategico

La fragilità del sistema politico italiano emerge precisamente in questa distanza tra la logica delle coalizioni, orientata alla conquista del consenso, e quella della politica estera, che richiede continuità strategica. Le divergenze possono essere contenute durante una campagna elettorale, ma diventano determinanti quando occorre decidere sulle sanzioni alla Russia, sulla difesa europea o sugli impegni militari dell’Italia.

Il centrodestra governa senza aver risolto tutte le proprie contraddizioni internazionali; il campo largo aspira a sostituirlo senza aver ancora definito una piattaforma geopolitica condivisa. Due condizioni differenti, accomunate dalla difficoltà di subordinare gli interessi dei singoli partiti a una visione complessiva del ruolo italiano.

Il nodo politico non è dunque la presenza di sensibilità diverse, fisiologica in ogni democrazia pluralista, ma la loro mancata composizione in una strategia riconoscibile. Perché le coalizioni possono nascere da un compromesso elettorale, mentre la politica estera non può ridursi a una tregua permanente tra posizioni inconciliabili.

L’Italia discute già di chi potrà guidare il prossimo governo. Resta assai meno chiaro quale idea dell’Europa, dell’Occidente e dei rapporti con le grandi potenze quel governo sarebbe chiamato a rappresentare. Una questione che precede le leadership e supera le appartenenze, perché la credibilità internazionale di una nazione non si misura sulla capacità dei partiti di vincere insieme, ma sulla loro capacità di assumersi insieme la responsabilità delle scelte.