La stagione dei miliardi del Pnrr si avvicina alla conclusione e Matteo Salvini presenta il conto. Dal palco del Meeting di Rimini il ministro delle Infrastrutture e vicepremier ha lanciato una richiesta destinata a pesare sulla prossima legge di Bilancio: «Serve uno scostamento di bilancio di almeno venti miliardi. Io stesso, per il mio ministero, avrei bisogno di almeno sei o sette miliardi».
Non proprio spiccioli per un governo che ha costruito buona parte della propria credibilità europea sulla prudenza dei conti pubblici. E soprattutto una richiesta che, secondo le ricostruzioni, non sarebbe stata preventivamente concordata né con Giorgia Meloni né con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Salvini ha aggiunto anche un messaggio politico: «Non devo chiedere il permesso a Bruxelles». Ma proprio Bruxelles rappresenta uno dei principali problemi dell’operazione.
Salvini chiede 20 miliardi, Giorgetti deve tenere sotto controllo il deficit
Uno scostamento di bilancio significa, nella sostanza, finanziare nuova spesa aumentando il deficit. Ed è esattamente il terreno sul quale il governo sta cercando di procedere nella direzione opposta. L’Italia è infatti impegnata nel percorso per uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Giorgetti ha finora difeso una linea prudente, mentre Meloni ha più volte rivendicato l’affidabilità conquistata sui mercati e nei rapporti con le istituzioni europee.
Uno scostamento nell’ordine dei 20 miliardi rischierebbe quindi di mettere in discussione l’equilibrio costruito negli ultimi anni. Salvini indica però un’emergenza concreta: il finanziamento delle grandi opere e soprattutto l’aumento dei costi delle materie prime, che ha fatto lievitare il prezzo di numerosi cantieri. La richiesta ha infatti raccolto il sostegno del mondo delle costruzioni. Anche Anas, attraverso il presidente Andrea Gemme, ha rilanciato la necessità di un grande piano per le infrastrutture stradali, la sicurezza e la resilienza della rete. Resta da capire dove trovare i soldi.
La fine del Pnrr apre un buco negli investimenti
Dietro lo scontro sulla manovra c’è infatti un problema destinato ad accompagnare qualsiasi governo nei prossimi anni: che cosa succederà quando finirà il Pnrr? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha riversato sull’economia italiana una quantità di risorse difficilmente replicabile attraverso il normale bilancio dello Stato. Dei quasi 200 miliardi complessivamente stanziati, oltre 50 sono stati destinati alle infrastrutture.
Circa 26,5 miliardi sono andati alle opere ferroviarie, quasi 24 miliardi al patrimonio edilizio, in particolare degli enti locali, 7,5 miliardi al trasporto pubblico e oltre 5 miliardi alla logistica e alle infrastrutture portuali. Una gigantesca iniezione di investimenti che ha riempito l’Italia di cantieri e sostenuto una parte importante della crescita degli ultimi anni. Quando quella fonte straordinaria verrà meno, bisognerà decidere quali opere continuare a finanziare e soprattutto con quali risorse. Ed è su questo terreno che Salvini ha deciso di aprire con largo anticipo la battaglia politica d’autunno.
La partita di Salvini dentro la Lega
La richiesta del vicepremier ha infatti anche un evidente significato politico. Salvini deve contemporaneamente confrontarsi con la concorrenza interna ed esterna sul proprio elettorato e con una Lega nella quale la linea economica di Giorgetti è spesso molto distante dalla sua. Da una parte c’è il ministro dell’Economia che predica prudenza, riduzione del deficit e credibilità sui mercati. Dall’altra il segretario del Carroccio chiede più investimenti, meno vincoli e una manovra capace di mettere risorse nelle infrastrutture e nelle tasche degli italiani. Con le elezioni politiche del 2027 sempre più vicine, una nuova finanziaria costruita soltanto sulla prudenza rischierebbe di essere difficilmente vendibile all’elettorato leghista. Da qui l’offensiva partita da Rimini.
Il rischio di riaprire la guerra con Bruxelles e i mercati
Il problema è che l’Italia continua ad avere un debito pubblico enorme e qualsiasi aumento significativo del deficit deve fare i conti non soltanto con la Commissione europea, ma soprattutto con chi quel debito deve finanziarlo. La riduzione dello spread e il miglioramento della percezione internazionale dell’Italia sono stati favoriti anche dalla stabilità politica e dalla linea relativamente prudente seguita dal governo sui conti.
Marcello Sorgi, sulla Stampa, mette in guardia proprio da questo rischio: l’Italia, sostiene, non può più permettersi politiche di forte espansione della spesa pubblica finanziate attraverso nuovo debito. Non soltanto per le possibili reazioni dell’Europa, ma per quelle dei mercati e quindi per il costo degli interessi pagati dallo Stato. Il paradosso politico è evidente. Salvini chiede a Giorgetti di aprire i cordoni della borsa, mentre Giorgetti deve evitare che proprio l’apertura di quei cordoni comprometta il percorso di risanamento dei conti.
E Giorgia Meloni si trova nel mezzo. La fine del Pnrr rischia così di aprire molto prima del previsto la vera battaglia economica della maggioranza: come continuare a finanziare investimenti e grandi opere quando finiranno i miliardi straordinari europei senza tornare a finanziare tutto a debito. Salvini ha già dato la sua risposta: servono almeno 20 miliardi. Adesso toccherà a Giorgetti spiegare se quei soldi esistono davvero.







