Matteo Salvini prova a cambiare le regole per l’affidamento dei servizi ferroviari Intercity, Bruxelles minaccia di tagliare 2 miliardi dalla decima rata del Pnrr e Giorgia Meloni interviene per fermare tutto. Il governo evita così, almeno per ora, uno scontro pesantissimo con la Commissione europea, ma il prezzo politico ricade interamente sul vicepremier leghista.
La telefonata parte dagli uffici del Dipartimento per gli Affari europei di Palazzo Chigi. Il messaggio rivolto ai tecnici europei non lascia spazio a dubbi: l’Italia ripristinerà la gara suddivisa in più lotti, rispetterà gli impegni inseriti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e cancellerà il tentativo di Salvini di affidare l’intero servizio attraverso un lotto unico.
Una retromarcia obbligata. Se il governo avesse confermato la norma, Bruxelles avrebbe considerato mancato uno degli obiettivi concordati e avrebbe ridotto di circa 2 miliardi la prossima rata del Pnrr. Un danno economico enorme, accompagnato da un colpo alla credibilità di Meloni, che ha sempre rivendicato il rispetto delle scadenze europee come uno dei principali risultati del suo esecutivo.
La norma di Salvini contro gli impegni con Bruxelles
Il ministro delle Infrastrutture aveva inserito nel decreto Pnrr-Infrastrutture una disposizione che modificava l’impianto della legge sulla concorrenza approvata nel 2021 dal governo Draghi. Quella legge prevedeva l’affidamento dei servizi Intercity attraverso una gara articolata in più lotti, una soluzione pensata per favorire l’ingresso di nuovi operatori e ampliare la concorrenza.
Salvini aveva invece scelto il lotto unico, concentrando in un solo affidamento l’intero servizio ferroviario a lunga percorrenza convenzionato dallo Stato. Una modifica che avrebbe reso molto più difficile la partecipazione di concorrenti diversi da Trenitalia, chiamati a sostenere investimenti, strutture e costi tali da poter competere sull’intera rete nazionale.
Per la Commissione europea il principio non riguarda un dettaglio tecnico. La suddivisione in lotti rappresenta uno degli strumenti previsti per evitare che una gara pubblica venga costruita su dimensioni accessibili soltanto all’operatore già dominante. Cambiare quel meccanismo avrebbe significato violare un impegno preciso assunto dall’Italia all’interno del Pnrr.
Il rischio, quindi, non nasceva da una generica divergenza politica con Bruxelles. La norma inserita dal ministero metteva direttamente in discussione il raggiungimento di un obiettivo collegato all’erogazione dei fondi europei.
Palazzo Chigi interviene e sconfessa il vicepremier
La presidenza del Consiglio ha scelto di intervenire prima che il caso diventasse uno scontro formale con la Commissione. I tecnici di Palazzo Chigi hanno rassicurato Bruxelles e garantito il ripristino dell’impianto originario.
La decisione salva la decima rata, ma certifica la distanza tra Meloni e Salvini sulla gestione del dossier. Il vicepremier aveva sostenuto pubblicamente il lotto unico e aveva accolto le richieste dei sindacati. Palazzo Chigi ha invece considerato troppo alto il rischio di perdere 2 miliardi e ha imposto una correzione immediata.
Nelle stanze della presidenza del Consiglio il caso ha provocato forte irritazione. La premier non intende permettere che una norma inserita da un ministro metta in pericolo l’intera trattativa sul Pnrr, soprattutto mentre il governo rivendica la capacità di ottenere da Bruxelles il pagamento delle rate previste.
Meloni ha costruito una parte della propria credibilità europea proprio sulla gestione del Piano. Ogni incidente capace di rallentare o ridurre i trasferimenti offrirebbe alle opposizioni un argomento politico devastante e indebolirebbe la posizione italiana nei negoziati futuri.
Salvini aveva promesso il lotto unico ai sindacati
La retromarcia apre ora un problema politico con le organizzazioni sindacali del settore ferroviario. A giugno, prima dell’approvazione del decreto in Consiglio dei ministri, i sindacati avevano esercitato una forte pressione sul ministero per evitare la gara suddivisa in più lotti.
Secondo le organizzazioni dei lavoratori, la frammentazione del servizio avrebbe potuto peggiorare le condizioni occupazionali, favorire il dumping contrattuale e dividere il personale tra aziende diverse. Il confronto aveva raggiunto livelli molto duri ed era sfociato anche nello sciopero.
Salvini aveva definito «condivisibile» la richiesta del lotto unico e aveva accolto la modifica nel decreto. Per il leader della Lega si trattava anche di una scelta politica: presentarsi come garante dell’unità del servizio ferroviario e della tutela dei lavoratori.
Quando sono emerse le trattative tra Palazzo Chigi e Bruxelles, i sindacati hanno immediatamente chiesto al ministro di mantenere gli impegni presi. Ma il margine politico si è ormai ridotto. Il governo non può conservare il lotto unico senza mettere a rischio i fondi europei e Salvini non può difendere la propria promessa senza aprire uno scontro diretto con la premier.
Il nodo delle clausole sociali
Il ritorno alla gara suddivisa in più lotti non elimina i timori dei lavoratori. Il vero terreno di confronto si sposta ora sulle clausole sociali, che dovranno garantire il mantenimento del contratto, delle retribuzioni e dei diritti anche in caso di ingresso di nuovi operatori.
Il Partito democratico ha chiesto al governo di approvare un emendamento che protegga tutti i ferrovieri coinvolti nella futura gara. Il deputato Andrea Casu ha accusato Meloni e Salvini di voler scaricare sui lavoratori il prezzo del pasticcio e ha ricordato che la tutela occupazionale dipende dalle decisioni politiche del governo, non dalle richieste dell’Unione europea.
Bruxelles pretende la concorrenza, ma non vieta all’Italia di fissare condizioni rigide per la protezione dei dipendenti. Il governo può quindi rispettare l’impegno sui lotti e, nello stesso tempo, introdurre una clausola sociale capace di impedire riduzioni dei salari o peggioramenti contrattuali.
Questa diventa ora la strada necessaria per evitare che il dietrofront si trasformi in una rottura aperta con i sindacati.
Il decreto rallenta e il Parlamento corre contro il tempo
Il caso ha già prodotto conseguenze sui lavori parlamentari. L’esame del decreto nell’aula della Camera è slittato a lunedì, mentre la Lega tenta di riscrivere l’emendamento con cui correggere la norma contestata.
La prima formulazione non ha convinto né Palazzo Chigi né i tecnici europei, che l’hanno giudicata troppo vaga. Il nuovo testo dovrà recepire in modo esplicito la decisione di esecuzione del Consiglio dell’Unione europea e confermare la gara articolata in più lotti.
La Camera dovrà approvare il decreto entro martedì. Subito dopo il testo passerà al Senato, dove il voto dovrebbe arrivare mercoledì, poco prima della pausa estiva. La scadenza per la conversione in legge cade il 25 agosto e non consente ulteriori rinvii.
Il Parlamento si trova così costretto a una corsa finale provocata da una norma che il governo avrebbe potuto evitare fin dall’inizio, verificandone la compatibilità con gli impegni europei prima di inserirla nel decreto.
Due miliardi salvati, ma l’incidente politico resta
La trattativa in extremis dovrebbe evitare il taglio della decima rata del Pnrr. Il governo salverà i 2 miliardi, ripristinerà la gara a lotti e chiuderà formalmente il contenzioso con Bruxelles.
L’incidente, però, lascia scorie pesanti. Salvini esce sconfessato su un dossier di sua diretta competenza e deve rinnegare l’accordo raggiunto con i sindacati. Meloni salva i fondi europei, ma deve intervenire ancora una volta per correggere una scelta del suo vicepremier.
Il caso rivela anche una difficoltà più ampia: mentre l’Italia affronta mesi di cantieri, ritardi e disagi sulla rete ferroviaria, il ministero dei Trasporti apre uno scontro con l’Europa su una modifica che rischia di sottrarre risorse indispensabili proprio alle infrastrutture.
Il pasticcio si chiude con una retromarcia, ma la fotografia politica resta. Salvini ha tentato di cambiare una regola legata al Pnrr senza ottenere il via libera di Bruxelles. Meloni ha dovuto fermarlo prima che la scelta costasse al Paese 2 miliardi.







