Salvini vuole “riquerelare” Saviano, ma la legge che ha votato gli chiude la porta: il boomerang perfetto dopo l’assoluzione

Matteo Salvini – Ipa @lacapitalenews.it

Salvini vuole “riquerelare” Saviano, ma questa volta rischia di trovarsi intrappolato in una gabbia costruita anche con le sue stesse mani. Dopo l’assoluzione di Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione per averlo definito nel 2018 “ministro della malavita”, il leader della Lega ha annunciato pubblicamente di voler “riquerelare” lo scrittore. Una reazione istintiva, politica prima ancora che giudiziaria, che però si scontra con due ostacoli pesanti: la riforma Nordio, votata nel 2024 anche dalla maggioranza di cui fa parte Salvini, e il principio per cui sugli stessi fatti non si può aprire un nuovo processo una volta arrivato un proscioglimento.

La sentenza di assoluzione di Saviano è arrivata il 17 aprile 2026 al termine di un procedimento molto lungo, nato da post social pubblicati otto anni fa. Il Tribunale di Roma ha ritenuto non sussistente il reato di diffamazione, assolvendo lo scrittore. Salvini, invece di fermarsi, ha rilanciato: “Lo riquerelerò per questo”, dicendo anche che ci riproverà. Ma il problema, per lui, è che il terreno processuale su cui pensa di muoversi oggi non è più quello di qualche anno fa.

La legge Nordio e il boomerang che colpisce Salvini

Il punto centrale è giuridico, ma ha un sapore politicamente ironico. La legge Nordio, entrata in vigore il 25 agosto 2024, ha modificato l’articolo 593 del codice di procedura penale, restringendo il potere del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento per i reati a citazione diretta, cioè quei procedimenti che vanno a giudizio senza udienza preliminare. Tra questi rientra anche la diffamazione a mezzo stampa o attraverso altri mezzi di comunicazione. In sostanza, dopo l’assoluzione di Saviano, il pm non può proporre appello in un caso come questo.

Il dettaglio che rende il caso ancora più tagliente è che questa riforma è stata approvata nel 2024 dal Parlamento e sostenuta dalla maggioranza. E dunque anche dal partito di Salvini. Il leader leghista si ritrova così a contestare gli effetti di una norma che il suo schieramento ha voluto e difeso come parte del riassetto della giustizia penale. È il classico cortocircuito della politica italiana: quando la legge serve a colpire gli avversari è una riforma, quando si ritorce contro diventa una trappola.

Perché una nuova querela contro Saviano è una strada quasi chiusa

C’è poi un secondo ostacolo, forse ancora più netto. Salvini parla di “riquerelare” Saviano, ma se si riferisce agli stessi fatti del 2018 la strada appare sbarrata. Il principio del ne bis in idem, recepito dall’ordinamento processuale, vieta infatti di essere giudicati due volte per il medesimo fatto quando c’è già stata una pronuncia definitiva o comunque un proscioglimento su quello stesso episodio. Cambiare il tono politico delle dichiarazioni non basta a creare un nuovo reato né a riaprire un procedimento già esaurito.

Questo significa che l’annuncio di Salvini somiglia più a una risposta politica che a una vera opzione giudiziaria. Serve a tenere acceso il conflitto con Saviano, a parlare al proprio elettorato, a ribadire che la sentenza non viene accettata sul piano simbolico. Ma sul piano processuale, almeno allo stato delle regole oggi vigenti, i margini sono strettissimi. E proprio il fatto che il pm non possa appellare l’assoluzione rende il quadro ancora più netto.

Saviano assolto e il paradosso politico della maggioranza

Il caso, però, non è solo tecnico. È politico, e parecchio. Perché dentro questa vicenda c’è un intero racconto sul rapporto tra propaganda e norme. Salvini si ritrova beffato non da un cavillo nascosto, ma da una riforma sbandierata come bandiera identitaria del governo. Il ministro Carlo Nordio l’ha presentata come un intervento di razionalizzazione del processo penale. Ora, però, quella stessa stretta sulle impugnazioni finisce per congelare un procedimento che il leader della Lega vorrebbe tenere aperto almeno sul piano pubblico.

La Cassazione, peraltro, ha già chiarito in un’ordinanza del 2025 che per l’impugnazione vale il principio del tempus regit actum: conta il momento in cui viene pronunciata la sentenza. Dunque, anche se i fatti contestati a Saviano risalgono al 2018, l’assoluzione è arrivata nel 2026 e si applica il regime processuale attuale, quello introdotto dalla legge Nordio. Tradotto in modo brutale: Salvini non paga il passato, ma il presente normativo del suo stesso campo politico.

Salvini vuole “riquerelare” Saviano

Alla fine, il paradosso è tutto qui. Salvini perde la causa contro Saviano, annuncia di voler ripartire all’attacco, ma scopre che la macchina giudiziaria che immaginava di usare è stata nel frattempo smontata proprio dal suo fronte politico. Non è solo una sconfitta processuale. È un boomerang perfetto, uno di quelli che in politica fanno più male perché tornano indietro con la firma di chi li ha lanciati.