Elly Schlein vuole una sinistra radicale, Giuseppe Conte vuole una coalizione nella quale nessuno possa decidere senza fare i conti con lui. Il centrosinistra prova a costruire l’alternativa a Giorgia Meloni, ma prima ancora di discutere come governare l’Italia deve capire come evitare di farsi la guerra in casa. Le dichiarazioni dei due leader a Piazzapulita, su La7, raccontano un campo progressista che cerca l’unità mentre accumula condizioni, veti e distinguo.
La segretaria democratica rivendica la propria identità politica, il presidente del Movimento Cinque Stelle mette nel mirino Matteo Renzi, riapre lo scontro sulle armi all’Ucraina e prepara il ritorno del reddito di cittadinanza. Tutto mentre la coalizione deve ancora trovare un accordo sulle primarie e sulla scelta del candidato premier.
Schlein rivendica la radicalità, ma Conte detta le condizioni
«Da quando sono arrivata mi dicono che sono troppo radicale e lo rivendico. Il coraggio della radicalità serve, accanto al pragmatismo di trasformare quell’idea in una soluzione», dichiara Elly Schlein. La segretaria del Pd cerca di conciliare due esigenze che spesso entrano in collisione: mobilitare l’elettorato progressista con proposte ambiziose e convincere gli italiani che il centrosinistra possiede anche la capacità di trasformarle in provvedimenti concreti. Una formula suggestiva, almeno finché non arriva il momento di stabilire quali idee debbano prevalere quando gli alleati non condividono le stesse priorità.
Giuseppe Conte, nel frattempo, affronta il problema con un approccio decisamente meno filosofico. Il suo primo bersaglio è Matteo Renzi, che il presidente pentastellato considera un potenziale fattore di instabilità per qualsiasi futuro esecutivo progressista. «Chiedo garanzie non personali, ma di poter costruire un progetto solido e coerente, che nessuno possa avere in mano il pallino e creare lo scatto per un interesse di partito e mandare a rotoli un governo. Ne discuterò con Schlein», afferma Conte, lasciando intendere che la partecipazione di Italia Viva alla coalizione richiederà precise condizioni politiche.
La preoccupazione non nasce dal nulla. Nel gennaio 2021 Renzi ritirò le ministre di Italia Viva dal secondo governo Conte, provocando una crisi che portò alla fine dell’esecutivo. Ma il leader del Movimento Cinque Stelle dovrebbe ricordare anche un altro precedente, decisamente più vicino alla propria esperienza politica: nel luglio 2022 il M5s non partecipò al voto di fiducia sul decreto Aiuti al Senato, aprendo la crisi che avrebbe portato alle dimissioni di Mario Draghi. Due vicende differenti, certo, ma entrambe dimostrano quanto possa diventare fragile una maggioranza quando uno dei suoi protagonisti decide di cambiare strada. Sentire Conte chiedere garanzie contro chi potrebbe far cadere un governo introduce quindi una discreta dose di ironia nella discussione.
Ucraina e reddito di cittadinanza, le altre mine sotto il campo largo
Il vero ostacolo alla costruzione di un programma comune, tuttavia, riguarda la politica estera. Il Movimento Cinque Stelle continua a contestare l’invio di armi all’Ucraina, mentre il Partito democratico sostiene la necessità di aiutare Kiev a difendersi dall’aggressione russa. Conte non mostra alcuna intenzione di abbandonare la propria posizione e, quando gli chiedono quanto sia disposto a negoziarla, rovescia la domanda sugli alleati: «Bisogna capire quanto è negoziabile la posizione degli altri che vogliono mandare le armi, anche».
Tradotto in termini politici, il presidente pentastellato non considera affatto scontato che debba essere il Movimento ad avvicinarsi alla linea del Pd. Anzi, invita implicitamente Schlein e gli altri partner a rivedere le proprie posizioni. Il problema riguarda uno dei pilastri della politica internazionale italiana e non una questione secondaria da risolvere con qualche compromesso lessicale. Un governo deve decidere se sostenere militarmente Kiev, quali rapporti mantenere con gli alleati europei e come comportarsi all’interno della Nato. Su questi temi non basta dichiarare che il dialogo continua: prima o poi bisogna scegliere.
Conte rilancia anche il reddito di cittadinanza, uno dei provvedimenti simbolo della sua esperienza a Palazzo Chigi e una delle principali bandiere elettorali del Movimento. «Meloni ha fatto una battaglia ideologica. Ha fatto la guerra ai percettori di reddito. Ma non lo ha cancellato. Ha fatto cassa sulle fasce povere», sostiene il leader pentastellato, che annuncia una nuova versione della misura. Alla domanda sull’eventuale ripristino risponde: «Lo chiami reddito di cittadinanza 2.0».
Una promessa che parla direttamente all’elettorato dei Cinque Stelle, ma che impone alla coalizione di affrontare questioni tutt’altro che semplici: le risorse economiche necessarie, i criteri per ottenere il sussidio, i controlli e il rapporto tra assistenza e inserimento lavorativo. Anche in questo caso Conte mette sul tavolo una proposta identitaria e lascia agli alleati il compito di trovare una posizione condivisa.
Primarie, Conte teme le tifoserie e il centrosinistra cerca ancora un leader
Resta infine la questione della leadership. Il centrosinistra discute delle primarie come possibile strumento per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio, ma Conte teme che la competizione possa trasformarsi in uno scontro tra apparati e militanti. «C’è il rischio che le primarie siano primarie fra tifoserie militanti. A chi vince dobbiamo dare il tempo di costruire il profilo di un leader non di partito ma di schieramento, chi vince deve parlare con la comunità che si sente un po’ perdente», osserva il presidente del Movimento.
Il ragionamento contiene un problema politico concreto. Le primarie possono individuare un vincitore, ma non garantiscono che tutti gli sconfitti accettino senza riserve la sua guida. Soprattutto quando i partiti arrivano al confronto con programmi diversi e con leader che devono difendere il proprio consenso. Per Conte, inoltre, la scelta del candidato premier non può prescindere dalla costruzione preventiva di un accordo politico capace di tenere insieme le diverse anime della coalizione.
Il risultato è un centrosinistra che continua a parlare di alternativa alla destra senza aver ancora risolto alcune delle contraddizioni più evidenti al proprio interno. Schlein rivendica il coraggio della radicalità e promette pragmatismo, mentre Conte chiede garanzie contro Renzi, pretende un confronto sulla politica ucraina, rilancia il reddito di cittadinanza e mette in guardia dalle primarie trasformate in una guerra tra tifoserie. Tutte posizioni che rispondono a precise esigenze politiche, ma che rendono complicata la costruzione di un progetto unitario. E mentre Giorgia Meloni osserva le manovre degli avversari, il campo largo continua a cercare una risposta alla domanda fondamentale: come può governare insieme chi non riesce ancora a mettersi d’accordo sulle condizioni per farlo?







