Fine vita, Meloni impugna la legge del Veneto e spacca il governo: Salvini si sfila, Calderoli vota contro e Tajani prende tempo

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni sceglie la linea dura sul fine vita e finisce per aprire una frattura nel suo stesso governo. Il Consiglio dei ministri decide di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge approvata dal Veneto, una Regione amministrata dalla Lega, e la discussione si trasforma in uno scontro politico tra alleati. Matteo Salvini prende le distanze dalla decisione, Roberto Calderoli vota contro e Antonio Tajani sostiene il ricorso, ma chiede che il Parlamento approvi finalmente una normativa nazionale. Il problema è che quella legge giace da oltre un anno in commissione al Senato, bloccata proprio dalle divisioni interne alla maggioranza.

La decisione della premier arriva su una materia che continua a dividere profondamente il centrodestra e sulla quale pesano le posizioni delle associazioni contrarie al suicidio medicalmente assistito. Il governo sostiene che spetti al Parlamento stabilire le regole, mentre le Regioni rivendicano la possibilità di organizzare i servizi sanitari necessari a garantire i diritti già riconosciuti dalla Corte costituzionale.

Salvini si sfila, Calderoli vota contro: la rivolta leghista

La tensione esplode direttamente durante il Consiglio dei ministri. Quando arriva il momento di decidere sull’impugnazione della legge veneta, Salvini si sottrae alla discussione e al voto, manifestando apertamente il proprio dissenso.

Calderoli sceglie una strada ancora più netta e formalizza il voto contrario. Per la Lega, l’iniziativa del governo rappresenta uno sgarbo politico nei confronti di una Regione amministrata dal partito, ma anche una questione di autonomia e competenze territoriali.

La premier, invece, non intende concedere eccezioni. La legge del Veneto deve finire davanti alla Consulta, anche a costo di provocare una spaccatura nella coalizione.

Meloni motiva la scelta sostenendo che su una materia così delicata «deve essere il Parlamento e non altri, a legiferare. Lo avevo già detto in passato: serve una legge nazionale».

Una posizione che le opposizioni contestano proprio per l’immobilismo parlamentare. Se davvero il governo considera indispensabile una normativa nazionale, osservano, dovrebbe spiegare perché la maggioranza non sia riuscita ad approvarla.

Tajani invoca una legge nazionale, ma il Parlamento resta fermo

Anche Forza Italia cerca di distinguere la propria posizione da quella della premier, pur sostenendo l’impugnazione.

Antonio Tajani mette a verbale una richiesta precisa: «Una materia tanto delicata deve essere disciplinata dalle Camere, occorre una normativa nazionale».

Sulla stessa linea interviene la ministra dell’Università Anna Maria Bernini: «Non aiuta purtroppo lo “spezzatino” regionale, ci vuole un quadro normativo organico».

Il richiamo all’esigenza di regole uniformi su tutto il territorio nazionale ha una sua logica, ma si scontra con un dato politico: il Parlamento continua a rinviare la soluzione del problema.

Da oltre un anno la discussione sulla legge nazionale non riesce a superare i veti incrociati del centrodestra. Il risultato è un vuoto normativo che lascia alle sentenze della Corte costituzionale e all’organizzazione dei singoli servizi sanitari il compito di affrontare richieste che riguardano persone in condizioni di sofferenza gravissima.

Il governo contesta dunque l’iniziativa delle Regioni senza riuscire, almeno finora, a offrire un’alternativa legislativa nazionale.

L’associazione Luca Coscioni: «La Corte ha già affermato la piena competenza delle Regioni»

La reazione più dura arriva dall’associazione Luca Coscioni, da anni impegnata sul riconoscimento dei diritti delle persone che chiedono di accedere al suicidio medicalmente assistito nelle condizioni previste dalla giurisprudenza costituzionale.

Filomena Gallo e Marco Cappato ricordano che «la Corte ha già affermato la piena competenza delle Regioni» nell’applicazione del diritto all’aiuto medico alla morte volontaria da parte del Servizio sanitario nazionale, quando ricorrono le specifiche condizioni stabilite dalla Consulta.

Secondo l’associazione, il ricorso del governo rischia quindi di trasformarsi in un’iniziativa politicamente significativa ma giuridicamente inefficace.

Gallo e Cappato sostengono infatti che, a meno che «la Corte non smentisca la sua consolidata giurisprudenza, potrà solo rendere più evidente l’impotenza della stessa maggioranza».

La questione riguarda la distinzione tra il potere dello Stato di disciplinare una materia attraverso una legge generale e la competenza delle Regioni nell’organizzazione dei servizi sanitari necessari a dare attuazione ai diritti già riconosciuti.

Sarà la Corte costituzionale a stabilire se la legge veneta abbia rispettato questi confini.

Il vero scontro è sui medici del Servizio sanitario nazionale

Dietro il conflitto istituzionale si nasconde una divergenza ancora più profonda, che riguarda le modalità concrete di accesso al fine vita.

Il nodo principale è il ruolo del Servizio sanitario nazionale. Una parte della maggioranza non vuole che i medici delle strutture pubbliche partecipino direttamente all’erogazione dell’assistenza necessaria al suicidio medicalmente assistito.

Il centrosinistra, invece, considera indispensabile il coinvolgimento del sistema sanitario pubblico e respinge soluzioni che affidino a soggetti privati o a figure esterne compiti fondamentali nell’applicazione di un diritto riconosciuto dalla Consulta.

Non si tratta di una differenza puramente organizzativa. Stabilire chi debba garantire le procedure significa decidere se l’accesso al fine vita possa avvenire attraverso percorsi sanitari pubblici oppure debba dipendere da soluzioni differenti, con possibili conseguenze sui tempi e sulle condizioni di assistenza.

La Corte costituzionale ha già individuato, attraverso le proprie pronunce, le condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile. Il legislatore, però, non ha ancora definito una disciplina organica capace di tradurre quel quadro giuridico in procedure uniformi.

Il paradosso della maggioranza: blocca la legge nazionale e impugna quella regionale

La scelta di Meloni porta alla luce una contraddizione politica difficile da ignorare.

Da una parte il governo sostiene che le Regioni non debbano intervenire autonomamente su una materia tanto delicata. Dall’altra, la stessa maggioranza non riesce a trovare un accordo sulla legge nazionale che considera indispensabile.

Nel frattempo, i pazienti e le loro famiglie devono confrontarsi con procedure complesse, tempi incerti e differenze territoriali nell’organizzazione dell’assistenza.

L’impugnazione della legge veneta non risolve nessuno di questi problemi nell’immediato. Sposta invece il confronto davanti ai giudici costituzionali e apre un nuovo fronte politico tra Palazzo Chigi e la Lega.

La decisione della Consulta potrà chiarire i limiti dell’intervento regionale, ma non sostituirà il lavoro che spetta al Parlamento. Ed è proprio su questo terreno che il governo continua a mostrare le proprie divisioni: tutti invocano una legge nazionale, ma quando arriva il momento di stabilire cosa debba prevedere, l’accordo scompare.