Stato di polizia, il governo Meloni accelera sul riconoscimento facciale: archivio dei volti di milioni di cittadini nelle piazze, negli stadi e nelle stazioni

Roma, Camera dei deputati Informativa della Presidente del Consiglio sull’azione di governo, Ipa @lacapitalenews.it

Il volto di milioni di cittadini potrebbe finire in un archivio della polizia senza che abbiano commesso alcun reato, senza essere indagati e senza risultare sospettati di alcunché. È questo il cuore dello scontro politico esploso attorno al decreto legislativo con cui il governo Meloni recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, ma introduce norme che, secondo le opposizioni, estendono in maniera significativa i poteri dello Stato nell’utilizzo del riconoscimento facciale.

La maggioranza difende il provvedimento come uno strumento indispensabile per contrastare terrorismo, criminalità organizzata e minacce alla sicurezza pubblica. Per Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, invece, il testo rappresenta un cambio di paradigma: per la prima volta lo Stato potrebbe raccogliere e conservare preventivamente i dati biometrici di cittadini che non hanno alcun collegamento con un’indagine.

Il riconoscimento facciale arriva prima del reato

Il passaggio più contestato riguarda la possibilità di acquisire preventivamente i dati biometrici delle persone che accedono a luoghi nei quali venga individuata un’esigenza di ordine pubblico. Piazze durante manifestazioni, stadi, stazioni ferroviarie, concerti o grandi eventi potrebbero diventare aree sottoposte a una raccolta sistematica dei tratti del volto e di altri elementi biometrici.

Il decreto prevede che queste informazioni possano essere conservate fino a sette giorni. Se nel frattempo dovesse verificarsi un reato oppure emergere nuovi elementi investigativi, gli investigatori potrebbero utilizzare quel patrimonio di immagini per identificare persone, ricostruire movimenti e verificare presenze.

È proprio questo il punto che accende la polemica. Le opposizioni sostengono che il principio della raccolta preventiva ribalti la logica tradizionale dell’indagine penale: invece di cercare il responsabile dopo un reato, lo Stato costruirebbe in anticipo una banca dati di cittadini innocenti da utilizzare all’occorrenza.

Le opposizioni: «Nasce uno Stato di polizia»

Il via libera arrivato in Commissione Affari europei del Senato ha provocato una durissima reazione delle opposizioni. Nel dossier predisposto dagli uffici legislativi di Palazzo Madama si evidenzia come il decreto consenta la costituzione di un archivio contenente volti, orari e luoghi frequentati da persone che non risultano sospettate di alcun illecito.

Secondo il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi, il provvedimento rappresenta «un altro mattoncino per lo Stato di polizia». Il parlamentare accusa la maggioranza di aver liquidato una questione enorme con un iter accelerato e senza il necessario approfondimento parlamentare, parlando di una compressione del dibattito su un tema che investe direttamente le libertà fondamentali dei cittadini.

L’accusa politica è pesante. Per le opposizioni, infatti, il decreto non si limita a disciplinare l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle indagini, ma apre la strada a una forma di controllo preventivo della popolazione attraverso strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

Sicurezza contro libertà: il nuovo terreno dello scontro

Il governo respinge ogni accusa e rivendica la necessità di fornire alle forze dell’ordine strumenti adeguati per affrontare un contesto internazionale segnato dal terrorismo, dalla criminalità organizzata e da minacce sempre più difficili da prevenire con i mezzi tradizionali.

La maggioranza sostiene che i dati raccolti potranno essere utilizzati esclusivamente nei casi previsti dalla legge e che il sistema sarà sottoposto a controlli e autorizzazioni giudiziarie. Le opposizioni replicano che il problema nasce molto prima dell’utilizzo delle informazioni: contestano infatti la possibilità stessa di acquisire e conservare dati biometrici di cittadini estranei a qualsiasi indagine.

Lo scontro, quindi, va ben oltre il riconoscimento facciale. Riguarda il modello di società che si intende costruire e il delicato equilibrio tra sicurezza collettiva e tutela delle libertà individuali. Per la maggioranza si tratta di aggiornare gli strumenti investigativi alle nuove tecnologie. Per le opposizioni il rischio è quello di normalizzare una sorveglianza sempre più estesa, trasformando eccezioni nate per contrastare il terrorismo in strumenti destinati a incidere sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Il confronto parlamentare è soltanto all’inizio, ma una cosa appare già evidente: il decreto sull’intelligenza artificiale è destinato a diventare uno dei terreni di scontro più duri della legislatura. Perché quando il volto di ogni cittadino può essere acquisito, analizzato e conservato dallo Stato prima ancora che esista un reato, il confine tra prevenzione e controllo della popolazione diventa inevitabilmente il centro del dibattito politico.