La guerra comincia sempre lontano, poi arriva nei bilanci, nelle bollette, nei listini, nei prestiti, negli acquisti rimandati. Ed è proprio questo che il Centro studi di Confindustria mette oggi nero su bianco, registrando i primi contraccolpi del conflitto sull’economia italiana. Il quadro, già adesso, è peggiorato. E non di poco. Gli economisti di viale dell’Astronomia parlano di rincari dell’energia, fiducia in caduta, attese in peggioramento e tassi sovrani in risalita. Tradotto: la macchina economica italiana non si è fermata, ma ha già iniziato a sentire il peso della scossa.
Il segnale più immediato arriva dal petrolio. Il prezzo resta alto nonostante la fragile tregua in Medio Oriente e in aprile viene indicato in media a 102 dollari al barile, in aumento rispetto ai 99 di marzo e lontanissimo dai 62 dollari di dicembre. Anche il gas, pur moderandosi leggermente in aprile a 48 euro per megawattora dopo i 53 di marzo, rimane quasi al doppio rispetto ai livelli di fine 2025. È da qui che parte l’effetto domino che colpisce il resto dell’economia: famiglie più caute, imprese più nervose, credito più caro, prospettive più deboli.
Guerra ed energia, Confindustria fotografa i primi danni sull’economia italiana
Secondo Confindustria, l’impatto dello shock energetico è già leggibile in molti dati. La fiducia delle famiglie scende e questo, come spesso accade, anticipa una frenata dei consumi. Le imprese industriali peggiorano le attese di produzione proprio mentre stavano tentando una timida risalita. Anche i servizi, che a inizio 2026 mostravano segnali di accelerazione, iniziano a perdere slancio. A reggere, almeno per ora, sono soprattutto gli investimenti, ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr nel primo trimestre dell’anno.
La fotografia è quella di un sistema che non è ancora in crisi aperta, ma che ha già cambiato umore. Il petrolio alto pesa sui costi, il gas continua a mordere, il dollaro fermo a quota 1,16 sull’euro non aiuta ad alleggerire i rincari per l’Eurozona. E nel frattempo i mercati hanno già iniziato a prezzare il rischio. Lo si vede dalla rotta dei tassi sovrani in Europa, invertita con rapidità: in Italia il rendimento è salito fino al 4,02% dai minimi del 3,36%, in Francia al 3,79%, in Germania al 3,07%. In aprile si è osservata una lieve moderazione, ma il messaggio resta chiaro: la guerra costa anche prima che si trasformi in emergenza piena.
Consumi, industria e servizi: dove la frenata si vede già
Sul fronte dei consumi, i numeri raccontano una prudenza crescente. Nel quarto trimestre il tasso di risparmio delle famiglie era già sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia, ma ora il rischio è che torni a salire proprio per paura del futuro. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte dello 0,2%, soprattutto nei beni alimentari. A marzo anche gli acquisti di auto sono cresciuti appena dello 0,6%. Poco, troppo poco per parlare di fiducia. E infatti il peggioramento del clima tra le famiglie lascia prevedere una nuova stretta alla spesa.
L’industria, nel frattempo, continua a muoversi in equilibrio instabile. A febbraio la produzione industriale è salita di un modestissimo 0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio. Nel primo trimestre la riduzione acquisita è del mezzo punto percentuale. Il Pmi manifatturiero a marzo si colloca in area espansiva a 51,3, ma secondo Confindustria questo dato è sostenuto soprattutto dall’accumulo precauzionale di scorte in diversi settori, una corsa preventiva ad anticipare rincari futuri più che un vero segnale di forza. Anche per i servizi il tono cambia: l’indicatore Sp-Pmi, che a inizio anno mostrava slancio, scende bruscamente a 48,8, cioè in zona recessiva. Significa che la domanda si sta raffreddando.
Export e materie prime: il rischio si allarga oltre il petrolio
C’è poi il nodo dell’export, che fino a febbraio aveva mostrato una certa capacità di tenuta, con un incremento del 2,2% a prezzi costanti dopo la stasi di gennaio. Un ruolo importante lo aveva avuto il rimbalzo delle vendite negli Stati Uniti, concentrate soprattutto nei farmaci e negli altri mezzi di trasporto. Ma questo scenario si è subito complicato con l’inasprimento del quadro internazionale. I nuovi dazi rendono le merci italiane meno competitive e, secondo il Centro studi, la guerra avrà un impatto diretto anche sui 22 miliardi di export verso i Paesi del Golfo, oltre che su forniture critiche come alluminio e fertilizzanti.
Il problema, infatti, non riguarda solo l’energia. Le imprese iniziano a temere anche i costi delle materie prime non energetiche, dei semilavorati, dei trasporti e delle assicurazioni. Per ora, nota Confindustria, prevalgono ancora pressioni speculative sui prezzi più che reali carenze fisiche di prodotto. Ma se il conflitto dovesse allungarsi, le tensioni sui volumi potrebbero diventare molto più serie. In altre parole: oggi le aziende temono soprattutto di pagare troppo, domani potrebbero dover fare i conti con il rischio di non trovare abbastanza.
Bollette, tassi e spread
Il capitolo più pesante è naturalmente quello della bolletta energetica. Confindustria prova a fare i conti e disegna due scenari. Se la guerra in Iran dovesse chiudersi a giugno, con un petrolio medio annuo a 110 dollari e una ripresa dei flussi commerciali pre-conflitto, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero comunque a pagare 7 miliardi di euro in più all’anno rispetto al 2025. Se invece il conflitto dovesse proseguire per tutto il 2026 e il petrolio salisse a una media di 140 dollari, la stangata arriverebbe fino a 21 miliardi di euro. Per Confindustria, a quel punto, si entrerebbe su livelli non sostenibili.
Già oggi, del resto, la manifattura italiana sconta una bolletta energetica più pesante di quella dei principali concorrenti europei come Francia e Germania. L’incidenza dei costi energetici sui costi totali era salita dal 3,9% del periodo pre-Covid al 4,9% del 2025. Nell’ipotesi più ottimistica per il 2026 arriverebbe al 5,9%. In quella peggiore salirebbe al 7,6%, cioè molto vicina ai livelli critici del 2022, quando toccò l’8,3%. È qui che si gioca la partita vera della competitività: perché un’impresa può reggere qualche mese di prezzi alti, ma se l’energia diventa strutturalmente più cara dei competitor, allora la perdita di terreno diventa inevitabile.
Le imprese temono soprattutto tre cose: energia, trasporti e materie prime
L’indagine rapida realizzata da Confindustria tra le grandi imprese associate mette in fila con chiarezza le preoccupazioni principali. Al primo posto c’è il costo dell’energia, indicato dal 25% delle aziende come criticità già concreta. Subito dietro arrivano i costi di trasporto e assicurazione, al 21,9%, e quelli delle materie prime non energetiche, al 18,4%. Se il conflitto dovesse protrarsi oltre un mese, quest’ultimo fattore diventerebbe addirittura la prima fonte di preoccupazione per il 20,7% delle imprese, seguito ancora dall’energia e dai trasporti.
È un passaggio importante, perché mostra che le aziende non vedono solo il problema della bolletta. Temono la corrosione complessiva dei margini, il logoramento lento ma costante della convenienza produttiva. Segnalano inoltre ostacoli alle esportazioni, rincari dei semilavorati e un aumento del rischio per i siti produttivi localizzati nei Paesi del Golfo. È un’ansia industriale che si muove prima dei numeri ufficiali e che spesso, come insegna l’esperienza, arriva prima anche delle revisioni al ribasso del Pil.
Il sistema tiene ancora, ma il clima è già cambiato
Per ora restano alcuni elementi di tenuta. Gli investimenti non crollano, le costruzioni mostrano ancora una fiducia in aumento, trainata soprattutto dalle attese sull’occupazione, e l’export ha alle spalle un inizio d’anno meno debole del previsto. Ma il clima generale è cambiato. Le famiglie si spaventano, le imprese rinviano, i mercati alzano il prezzo del rischio. È il classico momento in cui l’economia non cade tutta insieme: comincia a piegarsi.
Ed è questa, in fondo, la vera notizia contenuta nell’analisi di Confindustria. Non tanto che la guerra stia già facendo danni, cosa quasi inevitabile, ma che quei danni stiano entrando nei meccanismi ordinari dell’economia italiana con una velocità che preoccupa. Il costo dell’energia è la scintilla. Ma poi arrivano i tassi, gli spread, la sfiducia, i consumi che rallentano, la domanda che si indebolisce, le imprese che iniziano a prepararsi al peggio. Il conflitto non è più soltanto una crisi internazionale. Sta già diventando, molto concretamente, un problema industriale italiano.







