Non solo le accuse di caporalato nel cantiere del nuovo Consolato americano di Milano. Sul gruppo statunitense Caddell Construction, finito nel mirino della Procura milanese per il presunto sfruttamento di lavoratori indiani, emergono anche vecchie contestazioni negli Stati Uniti legate alla gestione di appalti pubblici e subappalti federali.
I magistrati milanesi hanno disposto il controllo giudiziario dell’azienda nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza un sistema di reclutamento e sfruttamento di operai arrivati dall’India. Secondo l’accusa, i lavoratori avrebbero pagato fino a 5 mila euro per ottenere il visto e il posto di lavoro. Una volta arrivati in Italia, si sarebbero trovati davanti a stipendi molto più bassi di quelli promessi, turni massacranti e continue minacce di licenziamento e rimpatrio.
Il colosso americano ha contratti per 24 miliardi di dollari in cinque continenti
La vicenda coinvolge un’impresa tutt’altro che marginale. Fondata nel 1983 in Alabama, Caddell Construction occupa una posizione di rilievo nel settore delle grandi opere pubbliche americane. L’azienda ha realizzato progetti per il Dipartimento di Stato, il Pentagono e numerose agenzie federali, accumulando contratti per oltre 24 miliardi di dollari in cinque continenti.
Proprio il Dipartimento di Stato ha affidato a Caddell la realizzazione del nuovo Consolato statunitense di Milano, un’opera da oltre 200 milioni di dollari destinata a diventare uno dei principali insediamenti diplomatici americani in Italia.
Il nome della Caddell già in diverse inchieste negli Stati Uniti
Ma il nome dell’azienda era già comparso in diverse inchieste negli Stati Uniti. Nel 2012 il Dipartimento di Giustizia contestò a Caddell irregolarità nei rapporti con Mountain Chief, una società riconducibile ai nativi americani che partecipava a programmi federali pensati per favorire l’accesso delle piccole imprese agli appalti della Difesa. Secondo le autorità americane, la società avrebbe gonfiato il valore dell’assistenza fornita al partner. Per chiudere il procedimento, Caddell accettò di versare 2 milioni di dollari. L’anno successivo arrivò un secondo accordo da 1,15 milioni per ulteriori contestazioni civili legate ad alcuni cantieri militari.
Altre ombre emersero nel caso Camp Lejeune, una delle più importanti basi dei Marine in North Carolina. Un’inchiesta interna ipotizzò l’utilizzo di piccole imprese come schermo per ottenere vantaggi riservati alle aziende svantaggiate. In quella vicenda finì in carcere la titolare di una società subappaltatrice, mentre nei confronti di Caddell non arrivarono condanne.
Tra le commesse della Caddell anche il progetto del Muro con il Messico
Secondo il Project On Government Oversight, organizzazione americana che monitora la trasparenza degli appalti pubblici, nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito raccomandò addirittura l’esclusione della società dalle gare federali. La proposta non venne però accolta e l’azienda continuò a ottenere commesse milionarie dal governo americano.
Tra queste spicca anche il progetto simbolo della prima amministrazione Trump. Nel 2017 Caddell partecipò alla costruzione dei prototipi del muro al confine con il Messico. Due anni dopo una joint venture della società ottenne un contratto da oltre 155 milioni di dollari per realizzare un tratto della barriera anti-migranti.
La lotta della Procura di Milano al caporalato nelle filiere produttive
Negli ultimi tre anni la Procura di Milano, in particolare con il pm Paolo Storari e il Nucleo ispettorato del lavoro dei Carabinieri, ha costruito un vero e proprio filone investigativo sul caporalato nelle filiere produttive, soprattutto nel settore della moda di lusso.
Una delle prime inchieste che hanno fatto emergere il collegamento tra grandi marchi e laboratori cinesi dell’hinterland milanese nel gennaio 2024 ha riguardato la casa di moda Alviero Martini. Gli investigatori contestavano condizioni di sfruttamento, salari sotto la soglia di povertà e ambienti di lavoro degradati presso fornitori e subfornitori. Il Tribunale dispose l’amministrazione giudiziaria della società.
Tra aprile e maggio 2024 a finire sotto la lente della Procura fu la Giorgio Armani Operations. L’inchiesta ipotizzava che alcuni fornitori producessero borse e accessori con manodopera irregolare impiegata fino a 14 ore al giorno, in alcuni casi vivendo all’interno dei capannoni. I giudici contestarono alla società la mancanza di controlli efficaci sulla filiera produttiva. Successivamente l’amministrazione giudiziaria è stata revocata dopo l’adozione di misure correttive.
La strategia della Procura milanese sta facendo scuola in tutta Italia
Nel giugno 2024 il Tribunale di Milano dispose l’amministrazione giudiziaria della società produttiva del gruppo Dior. Secondo gli accertamenti, parte della produzione veniva esternalizzata a fornitori che ricorrevano a opifici cinesi con lavoratori irregolari e condizioni di sfruttamento. Anche in questo caso il fulcro dell’indagine riguardava l’incapacità di controllare realmente la catena dei subappalti.
Nel maggio 2025 i giudici hanno parlato di “eclatante sfruttamento” in diversi opifici cinesi che producevano pe il marchio Valentino Bags. L’inchiesta ha portato all’amministrazione giudiziaria della società che si occupa della produzione di borse e accessori del marchio Valentino. Anche qui il tema centrale era l’omesso controllo della filiera.
A luglio dello stesso anno il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per la Loro Piana, sostenendo che l’azienda avrebbe colposamente agevolato fenomeni di sfruttamento attraverso carenze nei controlli sui fornitori e subfornitori. L’indagine si inserisce nello stesso filone aperto contro altri marchi del lusso.
La Procura di Milano non si limita più a perseguire il singolo caporale o il piccolo laboratorio. Cerca invece di risalire lungo la filiera fino alle grandi aziende committenti, contestando soprattutto la mancata vigilanza su appalti e subappalti. È una strategia investigativa che sta facendo scuola anche in altre procure italiane.







