C’è un filo che unisce alcuni dei casi giudiziari più seguiti degli ultimi anni: Alberto Stasi, Massimo Bossetti, Giacomo Bozzoli e, da ultimo, Mario Roggero. Non è il reato, né la storia processuale. È il carcere di Bollate, l’istituto milanese diventato nel tempo il simbolo di una detenzione diversa.
Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due rapinatori durante l’assalto al suo negozio nel 2021, si è costituito proprio a Bollate. Prima di lui, nel 2015, era entrato direttamente nell’istituto Alberto Stasi, condannato a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, vi è stato trasferito; Giacomo Bozzoli, dopo l’arresto, trascorse una sola notte a Canton Mombello prima del trasferimento.
Il “carcere modello” di Bollate
Bollate è considerato da anni uno dei punti più avanzati del sistema penitenziario italiano. L’istituto punta sulle attività lavorative, sui percorsi formativi, sul trattamento individualizzato e sul reinserimento sociale. Un modello ispirato al principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.
Non è un carcere privo di regole o di controlli. È, piuttosto, una struttura nella quale il detenuto ritenuto idoneo può accedere a opportunità che in molti altri istituti risultano più rare: lavoro, formazione, responsabilizzazione, relazioni con l’esterno costruite in modo graduale. Proprio per questo Bollate è diventato un obiettivo per molti detenuti. E proprio per questo ogni arrivo di un condannato celebre viene osservato con attenzione e alimenta interrogativi.
«Per entrare servono requisiti e tempi lunghi»
Il trasferimento a Bollate non è automatico. Occorrono valutazioni sul comportamento, sulla pericolosità sociale, sull’andamento del percorso detentivo e sull’idoneità al programma trattamentale. In molti casi serve un periodo di osservazione già avviato in un altro istituto. Walter Monaco, ex detenuto, ha spiegato che l’accesso richiede il parere favorevole degli educatori e della struttura di provenienza. «Non tutti possono andarci, ed è giusto che sia così», ha osservato.
Il problema, secondo lui, nasce dal confronto fra le procedure normalmente richieste e il destino di alcuni detenuti molto esposti mediaticamente. La critica è netta: «Se hai soldi o sei famoso mediaticamente finisci a Bollate, mentre tanti altri restano per anni stipati in celle sovraffollate, aspettando un posto».
Il caso Roggero e il sospetto di due velocità
Monaco cita soprattutto il caso di Mario Roggero. Il gioielliere è originario della provincia di Cuneo e, secondo l’ex detenuto, non avrebbe legami con il territorio milanese né un percorso trattamentale già consolidato a Bollate. Da qui la domanda: perché costituirsi direttamente nell’istituto considerato il migliore del Paese?
Le risposte ufficiali non sono pubbliche. L’assegnazione dei detenuti dipende dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e può essere determinata da esigenze organizzative, valutazioni di sicurezza, disponibilità di posti e caratteristiche della singola posizione.
Questo non dimostra l’esistenza di favoritismi. Ma non cancella una percezione diffusa tra i detenuti e le loro famiglie: quella di una giustizia penitenziaria con due velocità, dove alcuni devono attendere anni per ottenere un trasferimento e altri raggiungono più rapidamente l’istituto più ambito.
Il vero paradosso non è che Bollate funzioni. È che continui a essere considerato un’eccezione. Finché il carcere “buono” resterà un privilegio raro, ogni ingresso di un detenuto famoso continuerà a sollevare dubbi. E a ricordare che la dignità della pena non dovrebbe dipendere dalla notorietà di chi la sconta.







