Crans-Montana, dopo il rogo l’ultima vergogna: fatture fino a 61 mila euro ai ragazzi feriti e cartelle cliniche ferme alla dogana svizzera

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Come se non bastasse la notte del fuoco, il terrore, i ricoveri, il trasferimento in Italia e settimane di angoscia, adesso sulle famiglie dei ragazzi italiani feriti nel rogo del Constellation arriva anche una coda che ha il sapore dell’assurdo. Dalla Svizzera, infatti, non sono arrivate per prime le cartelle cliniche richieste con insistenza dai genitori, ma le fatture. Conti da capogiro, in alcuni casi superiori ai 61 mila euro, recapitati a chi in quei giorni pensava soltanto a salvare un figlio e riportarlo a casa vivo.

La notizia ha provocato una reazione durissima, anche politica. Giorgia Meloni ha definito quelle richieste economiche “un insulto, oltre che una beffa”, spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano e di aver ottenuto rassicurazioni dalle autorità svizzere: si sarebbe trattato di un errore e le famiglie non dovrebbero pagare nulla. Ma il punto, ormai, non riguarda solo il saldo di quelle cifre folli. Il punto è il quadro complessivo che sta emergendo attorno alla gestione sanitaria e burocratica dei ragazzi feriti.

Fatture ai feriti di Crans-Montana: prima il conto, poi le spiegazioni

La parte più sconcertante della vicenda sta proprio nella sequenza dei fatti. Le famiglie chiedono documenti, chiarimenti, cartelle cliniche. In cambio ricevono fatture pesantissime. Non un dettaglio amministrativo da poco, ma importi che arrivano a decine di migliaia di euro per poche ore di ricovero. Una dinamica che ha fatto esplodere la rabbia dei genitori e che ha reso ancora più amaro il dopo tragedia.

La giustificazione ufficiale parla di invii partiti “per errore”. Una formula che prova a chiudere il caso, ma che non cancella l’impressione di una gestione sconcertante. Perché una cosa è sbagliare una comunicazione interna, un’altra è spedire richieste di pagamento astronomiche a famiglie già devastate da una notte che poteva finire in strage ancora più pesante.

Ed è proprio questo che ha reso il caso politicamente esplosivo. Meloni ha scelto parole durissime non solo per solidarietà istituzionale, ma perché l’intera vicenda ha assunto contorni surreali. Chiedere 70 mila euro a chi ha appena riportato a casa un figlio ferito non è solo un errore tecnico. È il simbolo di una burocrazia che, quando perde il contatto con la realtà, diventa feroce.

Cartelle cliniche bloccate alla dogana: il nuovo caso che fa infuriare le famiglie

Se la storia delle fatture ha fatto indignare, quella delle cartelle cliniche ha trasformato l’indignazione in incredulità. I documenti sanitari richiesti dai familiari dei ragazzi feriti, infatti, risulterebbero bloccati da giorni, forse da settimane, alla dogana svizzera. E la risposta fornita ai genitori è disarmante: nessuno sa spiegare davvero il perché.

La denuncia arriva dal padre di uno dei giovani rimasti coinvolti nell’incendio, che racconta di aver chiesto ancora una volta la cartella clinica del figlio all’ospedale di Sion. Dopo insistenze e solleciti, la risposta sarebbe stata questa: i documenti sono fermi alla dogana. Buste contenenti atti sanitari, dunque materiale delicatissimo, che restano sospese in una terra di nessuno burocratica mentre le famiglie aspettano da tempo di capire fino in fondo che cosa sia stato fatto, come e in quali condizioni.

È questo il dettaglio che rende tutta la vicenda ancora più grottesca. Le fatture, quelle, arrivano. Le cartelle cliniche no. Il conto corre veloce, la trasparenza invece si incaglia.

Gli errori clinici che fanno tremare ancora di più

Ma c’è un elemento che pesa forse più di tutti. Quando finalmente qualcosa arriva dall’ospedale svizzero, non arriva la cartella clinica completa, ma una lettera di dimissioni. E dentro quel documento compare un errore che da solo basta a far crollare la fiducia. Il ragazzo, si legge, avrebbe riportato gravi ustioni alla mano destra. Peccato che la mano ustionata fosse la sinistra.

Non è un dettaglio. Non è una svista qualsiasi. È il tipo di errore che, in un contesto del genere, fa saltare ogni serenità residua. Perché se si sbaglia persino a indicare quale mano abbia subito le ustioni, allora la domanda successiva diventa inevitabile: su che cosa altro si può avere davvero fiducia?

Le famiglie, infatti, non contestano soltanto la lentezza o il caos. Contestano l’affidabilità di una macchina sanitaria che, a loro giudizio, quella notte non era pronta a reggere un’emergenza di quel livello. Sessanta ragazzi da soccorrere, confusione, trasferimenti, ricoveri lampo e ora pure documenti che arrivano in ritardo e con errori. Il sospetto, nemmeno troppo implicito, è che dietro l’immagine ordinata della sanità svizzera si nasconda in questo caso una gestione molto meno impeccabile di quanto ci si aspetterebbe.

Il rogo del Constellation non è finito quella notte

È questo, in fondo, il punto più drammatico dell’intera storia. Il rogo del Constellation non è finito quando le fiamme si sono spente. Continua nei reparti, nelle carte che non arrivano, nei conti spediti ai genitori, nei documenti scritti male, nelle risposte che nessuno sa dare. Continua nel senso di impotenza di famiglie che, dopo aver rischiato di perdere un figlio, devono persino inseguire le prove mediche di ciò che gli è accaduto.

Il governo italiano ha promesso attenzione massima e ha assicurato che la questione delle fatture non ricadrà né sulle vittime né sull’Italia. Ma resta il fatto che, a distanza di tempo, la gestione del dopo-incendio presenta ancora troppi vuoti, troppi pasticci e troppi segnali di superficialità. E ogni nuovo dettaglio, invece di rassicurare, apre un altro fronte di rabbia.

Per questo la vicenda non può essere archiviata come un banale errore amministrativo. Qui non si parla di una posta partita male. Qui si parla di ragazzi feriti, di famiglie lasciate a rincorrere documenti essenziali e di una macchina burocratica che, anziché alleggerire il dolore, lo ha aggravato. Prima con i conti. Poi con il silenzio. E infine con carte che, quando spuntano, raccontano persino la mano sbagliata.