La battaglia dentro Forza Italia non si combatte più soltanto nei corridoi della politica. Adesso si vede anche in televisione, nei talk, nei giornali amici, perfino nei palchi delle manifestazioni di piazza. Il punto è semplice: nella Forza Italia che Marina Berlusconi ha in testa non sembra esserci più spazio per i riflessi sovranisti, per le ammiccanti contiguità con la destra più estrema, per i doppi forni con la propaganda leghista o meloniana. E questo sta producendo una frattura sempre più evidente con la linea incarnata da Antonio Tajani, considerato da molti troppo incline a non disturbare gli equilibri del governo e troppo prudente nel segnare una distanza netta da certe derive.
La novità è che questa spaccatura, nata nel partito, si sta trasferendo quasi per osmosi dentro Mediaset. Del resto non c’è nulla di sorprendente: Forza Italia è sempre stata più di un partito tradizionale, è nata da un’azienda e da un sistema di potere che ha sempre avuto nella comunicazione il suo sangue circolante. Per questo, quando cambia il baricentro politico della famiglia, prima o poi cambiano anche i segnali che arrivano da Cologno Monzese.
Forza Italia, lo scontro tra Marina Berlusconi e Tajani si allarga
Il nodo è politico, ma anche culturale. Da una parte c’è la corrente che fa riferimento alla famiglia Berlusconi, soprattutto a Marina e Pier Silvio, e che punta a ridare a Forza Italia un profilo più liberal, più moderato, più compatibile con il Partito popolare europeo e con un’idea di centrodestra meno dipendente dai toni barricaderi. Dall’altra c’è il partito reale guidato da Tajani, che in questi mesi ha cercato di convivere con Giorgia Meloni senza rompere troppo, tenendo gli azzurri ben dentro il perimetro della maggioranza e accettando, spesso in silenzio, che il peso politico del partito restasse inferiore alla sua storia.
Questo equilibrio, però, si sta rompendo. E si rompe perché la famiglia Berlusconi non sembra più disposta a tollerare ambiguità. Le ultime uscite di due volti simbolo della rete Mediaset come Mario Giordano e Paolo Del Debbio hanno avuto l’effetto di un campanello d’allarme, se non proprio di una provocazione. Giordano, dal palco della kermesse leghista di Milano, ha urlato “remigrazione”, allineandosi di fatto alla parte più radicale del discorso anti-immigrazione. Un’esibizione che a Cologno non sarebbe stata affatto digerita, proprio perché arriva in un momento in cui Forza Italia prova a smarcarsi da quel lessico e da quel mondo.
Mario Giordano e Paolo Del Debbio agitano Cologno Monzese
Ma se Giordano ha irritato i vertici con la piazzata pubblica, è stato Del Debbio a far saltare davvero molti sulla sedia. Il suo articolo contro Marina Berlusconi e il vertice con Tajani è stato letto come una sfida aperta, quasi una ribellione interna. Non tanto per il dissenso, che in casa Mediaset è sempre stato tollerato entro certi limiti, ma per il bersaglio scelto: la famiglia. E infatti la critica, durissima, secondo cui sarebbe stato inopportuno convocare il segretario di un partito che dovrebbe avere autonomia politica, ha assunto un peso enorme proprio perché usciva dalla penna di uno dei volti di punta dell’azienda.
Dentro Mediaset il pluralismo è possibile, ma a una condizione: che non entri in rotta di collisione con la strategia complessiva della proprietà. E oggi quella strategia sembra abbastanza chiara. La famiglia Berlusconi vuole prendere progressivamente le distanze dai sovranisti, vuole chiudere la stagione degli sconti facili a Giorgia Meloni e vuole riportare Forza Italia su una linea più istituzionale, meno urlata, più europea. In questa prospettiva, i toni da piazza della Lega e le uscite aggressive di certi conduttori diventano non una semplice eccentricità, ma un problema politico.
La nuova linea dei Berlusconi: meno Meloni, più centro
Il ragionamento che si fa attorno alla famiglia è spietato ma lineare. Meloni resta oggi il perno del governo, ma il quadro internazionale e interno può cambiare in fretta. Se il vento europeo dovesse spostarsi, se il peso dei sovranisti dovesse ridursi, se Fratelli d’Italia dovesse trovarsi costretta a inseguire il Ppe per non restare isolata, allora Forza Italia potrebbe tornare a giocare un ruolo di cerniera molto più importante di quello attuale. Per riuscirci, però, deve liberarsi in anticipo dalle contaminazioni più ingombranti.
È qui che il conflitto con Tajani diventa quasi inevitabile. Perché il ministro degli Esteri ha fin qui interpretato il ruolo del garante della convivenza con Meloni, mentre la famiglia sembra immaginare una stagione successiva, in cui gli azzurri debbano tornare a essere un soggetto autonomo, dialogante con il centro, spendibile anche oltre l’attuale perimetro della maggioranza.
Mediaset, Tajani e il progetto di una Forza Italia rifondata
In questo scenario, a Tajani sarebbe stata prospettata una via d’uscita ordinata nella prossima legislatura: la presidenza del Senato, qualche candidatura blindata e poco altro. Non una cacciata, ma una sistemazione onorevole. Il messaggio di fondo, però, sarebbe chiarissimo: la fase politica del tajanismo come gestione ordinaria del partito starebbe arrivando al capolinea. Il progetto successivo sarebbe quello di rifondare Forza Italia con una guida diversa, più in sintonia con il nuovo corso della famiglia. Il nome che circola è quello di Alberto Cirio, governatore piemontese e volto rassicurante di un centrodestra moderato, amministrativo, meno ideologico.
Non è un semplice avvicendamento. È una ridefinizione profonda della missione del partito. Una Forza Italia riposizionata al centro, capace di parlare ai moderati, di dialogare con i popolari europei e, se necessario, di diventare decisiva in un Parlamento bloccato. È questa la prospettiva che agita i nervi di chi oggi, dentro Mediaset e dentro il partito, si sente più vicino alla destra muscolare che alla tradizione del centro liberale berlusconiano.
Il fantasma del Nazareno e lo scenario Pd-Forza Italia
Ed è qui che entra in gioco l’ipotesi più delicata, quella che ufficialmente tutti negano ma che in molti evocano sottovoce: in caso di pareggio nella prossima legislatura, potrebbe prendere forma un governo imperniato su Pd e Forza Italia, con l’aggiunta dei centristi e magari di una Lega depurata da Salvini, guidata da figure come Luca Zaia o Massimiliano Fedriga. Fantapolitica? Forse. Ma non del tutto.
Il fatto che nelle riunioni importanti sia tornato a circolare anche il nome di Gianni Letta viene letto da molti come il segnale di una memoria politica che non è mai morta. Quella del dialogo trasversale, della trattativa tra mondi formalmente avversari, dello spirito del Nazareno. E se questa è la prospettiva che davvero viene studiata, allora si capisce perché Marina e Pier Silvio non possano permettersi una Forza Italia troppo schiacciata sulle posture sovraniste.
Perché la guerra dentro Mediaset è solo all’inizio
In questo quadro, Mediaset diventa il primo laboratorio dello scontro. Perché è lì che si formano i messaggi, si consolidano le narrative, si misurano i limiti della tolleranza interna. Se la linea cambia, cambieranno prima o poi anche gli equilibri televisivi. Non necessariamente con epurazioni traumatiche, ma con un progressivo restringimento dello spazio concesso a chi usa il microfono per spingere il partito e l’azienda in direzione opposta a quella scelta dalla proprietà.
Mario Giordano e Paolo Del Debbio, in questo senso, sono diventati il sintomo di qualcosa di più grande. Non il problema in sé, ma il segnale che il vecchio equilibrio tra famiglia, partito, azienda e destra di governo non regge più come prima. E quando in casa Berlusconi si decide di cambiare stagione, di solito non lo si fa per capriccio.
Il congresso di Forza Italia, in fondo, è già cominciato. Solo che non si celebra ancora sotto le insegne ufficiali di un partito. Si celebra tra i palazzi del potere, nei vertici riservati, nei retroscena su Tajani, nei malumori di Cologno Monzese, nelle fughe in avanti dei conduttori e nei calcoli sul dopo Meloni. Il punto vero è che Marina Berlusconi sembra aver scelto. E la sua nuova Forza Italia, almeno per come si lascia intravedere oggi, vuole stare il più lontano possibile dal sovranismo gridato.







