Garlasco, i 45mila euro in nero ai legali di Sempio e l’ombra dell’indagine “comprata”: a Brescia esplode il caso Venditti

Andrea Sempio arriva in auto davanti alla Procura di Pavia

Nel nuovo terremoto giudiziario attorno al delitto di Garlasco non ci sono soltanto impronte, intercettazioni e vecchie consulenze rilette dopo quasi vent’anni. C’è anche il capitolo dei soldi. Tanti, in contanti, mai tracciati. Quarantacinquemila euro versati dalla famiglia Sempio ai tre avvocati del primo pool difensivo, prima ancora che Andrea Sempio fosse formalmente indagato nella parentesi tra il 2016 e l’inizio del 2017, dopo il primo esposto della difesa di Alberto Stasi.

È il cuore dell’inchiesta bresciana che coinvolge l’ex pm Mario Venditti e il padre di Andrea, Giuseppe Sempio. Il sospetto investigativo è pesantissimo: che quei soldi non siano stati soltanto il compenso, peraltro in nero, destinato ai legali, ma possano essere entrati in una dinamica più larga. I pm parlano dell’ipotesi di una indagine “comprata”. E a rendere tutto ancora più scivoloso sono proprio le parole degli avvocati sentiti a Brescia.

I 45mila euro in contanti e il primo pool di Sempio

A metà novembre sfilano in Procura a Brescia Federico Soldani, Massimo Lovati e Simone Grassi, i tre ex legali di Andrea Sempio. La cifra è sempre quella: 45mila euro, divisi in tre parti uguali. Soldani spiega che per loro era una somma “congrua” vista la delicatezza del reato e la necessità di studiare molte carte. Poi però, alla domanda su quante carte fossero davvero, la risposta ridimensiona tutto: “Un faldoncino, non di più”.

Il punto decisivo arriva subito dopo: “Tutti e tre abbiamo preso soldi in nero”, ammette Soldani. Lo conferma anche Simone Grassi, civilista, che racconta di essere finito nella vicenda quasi per caso: “Non so nulla di penale se non l’esame all’università”. Poi aggiunge una frase che pesa come un macigno: “Non ho svolto alcuna attività e me ne vergogno”.

Secondo Grassi, ad occuparsi davvero della vicenda era Lovati, che avrebbe anche concordato la cifra complessiva. I soldi, sempre secondo quanto emerge dai verbali, sarebbero arrivati dalla famiglia Sempio in mazzette poi spartite tra i tre.

Lovati e l’ipotesi dei soldi finiti “ad altri”

Il passaggio più esplosivo arriva quando gli inquirenti chiedono a Massimo Lovati se quei contanti possano essere stati girati altrove. Il legale non chiude la porta. Anzi, spiazza tutti: “Non lo escludo, capisco l’ipotesi investigativa, in quanto è legittimo pensare che i contanti possano essere stati passati ad altri”.

È una frase che allarga immediatamente il perimetro dell’inchiesta. Perché il tema non è più soltanto il pagamento in nero di tre avvocati, già di per sé grave sul piano fiscale e professionale. Il tema diventa la possibile destinazione finale di una parte di quei soldi e il sospetto che potessero servire a influenzare, orientare o comunque ottenere qualcosa dentro il percorso investigativo.

In questo quadro si inserisce anche l’ex pm Giulia Pezzino, co-assegnataria con Venditti del fascicolo del 2016, sentita il 20 novembre. Pezzino rivendica la correttezza dell’indagine e nega di avere mai autorizzato il carabiniere Silvio Sapone a parlare con Sempio: “Escludo categoricamente”.

Gli atti secretati e i timbri della Procura

Un altro nodo riguarda il possesso di atti che, secondo i pm, non avrebbero dovuto essere nella disponibilità dei legali. Quando viene contestato il possesso dell’esposto di Stasi in una fase in cui era ancora secretato e Sempio non aveva neppure ricevuto un avviso di garanzia, i difensori provano a sostenere la tesi degli “atti privati”.

La strategia però vacilla quando vengono mostrati i timbri della Procura generale di Milano. Lovati dice di aver ricevuto il materiale dal giornalista Giangavino Sulas, oggi scomparso. Davanti al timbro, però, la risposta si assottiglia: “Prendo atto”. Soldani, invece, finisce in una lunga serie di “non ricordo”, diciotto in tutto, sui contatti preventivi tra Andrea Sempio e il carabiniere Sapone della cosiddetta “squadretta” di Pavia.

I contatti con Sapone e le frasi prima dell’interrogatorio

I pm contestano a Soldani anche alcuni contatti telefonici tra lui, Sempio e Sapone il 21 e 22 gennaio. Il legale risponde ancora: “Non ricordo”. Gli viene poi ricordato che, prima dell’interrogatorio, avrebbe tranquillizzato Sempio dicendogli che gli avrebbero chiesto ciò di cui aveva già parlato con Sapone. Anche qui: “Non ricordo”.

Quando gli viene contestato di aver parlato con Sempio di una possibile archiviazione, Soldani prova a correggere il tiro: “Ho sbagliato a parlare, mai parlato con il pm”. Ma il quadro che emerge dai verbali è quello di un canale anomalo, fatto di anticipazioni, contatti e informazioni che oggi i magistrati bresciani stanno cercando di ricostruire pezzo per pezzo.

Il nome di Tizzoni e i suggerimenti sulla consulenza Garofano

Dentro questa trama entra anche Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi. È Massimo Lovati a tirarlo in ballo, raccontando di avergli chiesto gli atti del 2014 perché era stato suo praticante ed era suo amico. Non solo. Secondo Lovati, sarebbe stato proprio Tizzoni a suggerirgli, tra il 27 e il 30 dicembre, la consulenza di Luciano Garofano, poi mai depositata.

Lovati aggiunge che Tizzoni gli avrebbe dato vari suggerimenti su quell’attività e che i due si sarebbero sentiti più volte. Arriva persino a dire che il legale dei Poggi gli avrebbe anticipato alcuni passaggi dell’inchiesta, compresa l’intenzione del dottor Venditti di sentire il perito Francesco De Stefano. Non era preveggenza, come confermerebbe poi l’ex pm Pezzino, secondo la quale i legali dei Poggi furono da subito molto duri nei confronti dell’esposto di Stasi.

È un passaggio delicatissimo, perché mostra quanto il caso Garlasco, già allora, fosse attraversato da rapporti, conoscenze, scambi di informazioni e diffidenze incrociate tra difese, Procura, carabinieri e parti lese.

Il caso Venditti e il sospetto sull’archiviazione del 2017

Il bersaglio finale dell’inchiesta bresciana resta l’archiviazione del 2017. Andrea Sempio venne indagato dopo l’esposto della difesa di Alberto Stasi e poi archiviato. Oggi, però, quella fase viene riletta alla luce di presunte omissioni, contatti anomali, possesso di atti riservati e passaggi di denaro non tracciati.

I pm contestano anche la scelta di ascoltare Francesco De Stefano, il perito genetista che nel 2014 aveva sostenuto l’inutilizzabilità del Dna. Alla domanda se ci fossero state indicazioni da Tizzoni per sentirlo, la risposta di Pezzino è significativa: “Sì, ritengo di sì”.

Il quadro che ne esce è quello di una indagine vecchia che oggi appare molto meno lineare di quanto sembrasse all’epoca. E il sospetto, devastante, è che l’archiviazione non sia stata soltanto il frutto di una valutazione investigativa, ma possa essere maturata dentro un contesto opaco.

Garlasco, ormai, è anche un’inchiesta sulle indagini

Il delitto di Chiara Poggi continua ad avere una domanda centrale: chi l’ha uccisa? Ma ormai la nuova stagione giudiziaria di Garlasco ha aggiunto un’altra domanda, forse altrettanto esplosiva: come vennero condotte davvero le indagini?

I 45mila euro in nero, gli atti secretati, i contatti con Sapone, i “non ricordo”, il ruolo di Venditti, le parole di Lovati sui contanti potenzialmente passati “ad altri” e le ricostruzioni di Pezzino compongono un mosaico che non riguarda più soltanto Andrea Sempio. Riguarda la credibilità di un pezzo intero della macchina investigativa.

E se davvero l’emersione delle nuove responsabilità di Sempio si intreccia con lo “sgretolamento” di quelle di Alberto Stasi, allora l’inchiesta di Brescia sui soldi e sulla regia diventa una delle chiavi più importanti dell’intero caso. Perché non basta più chiedersi che cosa accadde nella villetta di via Pascoli. Bisogna chiedersi anche che cosa accadde dopo, nelle stanze in cui quella verità avrebbe dovuto essere cercata.