Dalla “remigrazione” ai candidati pro inclusione: la Lega multietnica di Valenza fa tremare i reduci di Pontida

Matteo Salvini

La domanda, tra i corridoi del centrodestra piemontese, gira da ore con un misto di ironia e veleno: è ancora la Lega o è diventato un esperimento di multiculturalismo applicato? Perché la lista presentata dal Carroccio a Valenza, in provincia di Alessandria, rischia di provocare più di un mal di pancia tra i leghisti storici. Quelli cresciuti a pane, Pontida e “Prima il Nord”.

Basta leggere alcuni nomi dei candidati per capire il motivo del cortocircuito politico: Zyber Faruku, Svetlana Miroshnik, Manuel Hysa, Matilda Uku e Abdelsalam Ramadan Abdelghafar Hagag. Una composizione che, raccontano malignamente gli avversari interni, assomiglia più “a un terminal internazionale” che a una lista della Lega di Matteo Salvini.

E il punto non è soltanto l’origine straniera di alcuni candidati. Il vero caso politico nasce dalla distanza sempre più evidente tra la linea nazionale agitata dal leader leghista e ciò che accade nei territori.

Lo slogan “Inclusione e accoglienza” che imbarazza il Carroccio

A far saltare sulla sedia molti militanti sarebbe soprattutto il materiale elettorale di Abdelsalam Hagag. Lo slogan attribuito al candidato parla infatti di “inclusione e accoglienza”. Parole che, fino a qualche anno fa, sarebbero sembrate uscite da un volantino della sinistra progressista e non certo da una lista del Carroccio.

Il tempismo rende tutto ancora più esplosivo. Appena poche settimane fa Matteo Salvini era a Milano a cavalcare il tema della “remigrazione”, parola diventata simbolo della nuova offensiva identitaria della Lega sul fronte immigrazione e sicurezza. Da una parte il leader che alza i toni contro immigrazione e integrazione forzata. Dall’altra pezzi del partito che, nei territori, candidano esponenti stranieri e parlano apertamente di inclusione. Un doppio binario che nel centrodestra inizia a creare più di qualche imbarazzo.

Non è un caso isolato: il precedente di Vigevano

Il caso Valenza, infatti, non nasce nel vuoto. A Vigevano Salvini era già stato costretto a intervenire dopo la candidatura di due esponenti della comunità islamica nelle liste locali della Lega. Una vicenda che aveva provocato polemiche interne e malumori tra gli storici militanti.

Secondo quanto emerso allora, uno dei candidati avrebbe addirittura inserito riferimenti ad Allah nel proprio materiale elettorale. Una situazione che aveva spinto il leader leghista a prendere le distanze e a sconfessare l’iniziativa dei dirigenti locali.

Il problema, però, è che gli episodi iniziano a moltiplicarsi. E ogni nuovo caso rende più evidente una contraddizione politica difficile da nascondere: mentre a livello nazionale la Lega continua a usare un linguaggio identitario e sovranista, sul territorio molti amministratori cercano consenso anche dentro comunità straniere che ormai rappresentano una parte stabile dell’elettorato.

Il centro islamico inaugurato nel giorno della “remigrazione”

Come se non bastasse, un’altra grana è esplosa a Gattinara. Qui il segretario provinciale leghista Daniele Baglione ha inaugurato un centro culturale islamico proprio nel giorno della manifestazione milanese sulla remigrazione promossa dal partito.

Una coincidenza che nel Carroccio definiscono sottovoce “disastrosa”. Anche perché Baglione è considerato un dirigente ambizioso e in crescita dentro il partito piemontese. Ma il tempismo dell’iniziativa rischia ora di trasformarsi in un boomerang politico.

La Lega dei territori cambia pelle

Dietro il caso Valenza, però, c’è qualcosa di più profondo di una semplice polemica elettorale. C’è il cambiamento silenzioso della Lega nei territori. Il partito che negli anni Novanta nasceva attorno alla difesa identitaria del Nord produttivo oggi governa città, regioni e comuni dove le comunità straniere sono ormai parte integrante del tessuto economico e sociale.

In molte realtà locali, soprattutto nel Nord industriale, candidare persone di origine straniera non viene più visto come un tabù ma come una necessità elettorale. Una trasformazione pragmatica che però entra in collisione con la narrazione nazionale costruita da Salvini.

Perché una cosa è parlare di sicurezza, controllo dei confini e immigrazione nei talk show o nelle piazze. Un’altra è costruire liste civiche e amministrative in territori dove l’elettorato è molto più composito rispetto al passato.

Il malumore dei leghisti storici

Ed è qui che riaffiora il malumore dei “reduci di Pontida”, come li chiamano ironicamente dentro il centrodestra. Militanti storici che faticano a riconoscersi in una Lega dove compaiono candidati con slogan su inclusione e accoglienza.

Per anni il partito ha costruito il proprio consenso proprio sulla contrapposizione culturale all’immigrazione incontrollata e sul richiamo alle radici identitarie del Nord. Ora, invece, alcuni amministratori locali sembrano puntare a un modello completamente diverso: integrazione, rappresentanza delle comunità straniere e apertura.

Il rischio politico è evidente. Da una parte la Lega potrebbe allargare il consenso nei territori più multietnici. Dall’altra potrebbe perdere pezzi del suo zoccolo duro storico, quello che vede nel partito l’ultimo argine identitario contro il multiculturalismo.

Il caso Valenza e il peso di Fratelli d’Italia

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la situazione politica locale. A Valenza il Carroccio aveva già dovuto incassare il diktat di Fratelli d’Italia sulla mancata ricandidatura del sindaco uscente Maurizio Oddone. Una scelta che aveva lasciato strascichi e tensioni nella coalizione.

Oddone correrà comunque per un posto in consiglio comunale, ma la sensazione è che la Lega stia attraversando una fase di forte ridefinizione interna. E le candidature multietniche diventano il simbolo più visibile di questo cambiamento.

Salvini davanti al suo cortocircuito politico

Il vero nodo, alla fine, resta Matteo Salvini. Perché il leader leghista continua a parlare a un elettorato identitario, spesso durissimo sui temi dell’immigrazione, mentre una parte del partito locale sembra muoversi ormai su coordinate molto diverse.

È un equilibrio fragile. E il rischio, per il Carroccio, è ritrovarsi schiacciato tra due identità incompatibili: quella sovranista e barricadera utile nelle campagne nazionali e quella pragmatica dei territori, dove spesso contano più i voti da raccogliere che le vecchie bandiere ideologiche.

La lista di Valenza, con i suoi nomi e i suoi slogan, è solo l’ultimo segnale di questa trasformazione. Ma probabilmente è anche il più simbolico. Perché mostra fino a che punto la Lega stia cambiando pelle, proprio mentre continua a raccontarsi come il partito dell’identità e dei confini.