Hantavirus sulla nave Hondius, il comandante rassicurò tutti: “Non è contagioso”. Ma per 21 giorni gli allarmi sono rimasti sottovalutati

Hantavirus

A rivederla oggi, con la nave ferma e il focolaio di Hantavirus ormai accertato, la rotta della MV Hondius sembra una lunga sequenza di segnali sottovalutati. Non una colpa automatica, non una sentenza già scritta, perché all’inizio diagnosticare il virus era complicato. Ma i tempi raccontano molto: tra il 6 aprile, quando il 70enne olandese Leo Schilperoord manifesta sintomi importanti, e il 27 aprile, quando a bordo vengono attivati i protocolli per contenere il contagio, passano ventuno giorni. Tre settimane intere.

Schilperoord, ornitologo olandese considerato il possibile “paziente zero”, viaggiava con la moglie Mirjam sulla nave da crociera della Oceanwide Expeditions, salpata da Ushuaia con 114 passeggeri e 61 membri dell’equipaggio. Febbre, diarrea, mal di testa: i primi sintomi compaiono tra il 4 e il 6 aprile. L’uomo viene visitato dal medico di bordo e dal suo assistente, ma la compagnia non ha chiarito quale sia stata la prima diagnosi.

Il comandante ai passeggeri

Leo Schilperoord muore l’11 aprile. La mattina dopo, il comandante Jan Dobrogowski convoca passeggeri ed equipaggio nella sala briefing. La nave sta puntando verso Tristan da Cunha, uno degli arcipelaghi più remoti del pianeta. Le parole del capitano, riprese in un video dal travel blogger turco Ruhi Çenet, oggi suonano pesantissime: «Per quanto tragico possa essere, crediamo che la morte sia dovuta a cause naturali». Poi la rassicurazione: «Qualunque sia il problema di salute di cui soffriva, il dottore mi ha detto che non è contagioso, quindi la nave è sicura. Faremo il possibile per continuare il viaggio in modo sicuro e dignitoso».

È il primo grande snodo della vicenda. Perché il medico escluse una malattia infettiva? Quali accertamenti erano stati realmente possibili nella piccola struttura sanitaria di bordo? E soprattutto: quella rassicurazione pubblica rifletteva una valutazione medica solida o rispondeva alla necessità di non creare panico?

La crociera prosegue, i passeggeri scendono a Tristan da Cunha

Dopo la morte di Schilperoord, la crociera va avanti. Il 13 aprile la Hondius attracca a Tristan da Cunha. Per due giorni i passeggeri scendono sull’isola, entrano in contatto con la piccola comunità locale, partecipano anche a una conferenza nella scuola. Nessuno sospetta che a bordo possa esserci un virus pericoloso.

Nel frattempo, sulla nave la vita continua quasi normalmente. I passeggeri condividono spazi comuni, pasti, attività. Il corpo di Leo Schilperoord si trova nella stiva congelata. La moglie Mirjam, secondo il racconto del vlogger Çenet, resta quasi sempre nella sua cabina. «Tutti siamo andati ad abbracciarla e a confortarla», dirà poi. Un gesto umano, naturale, ma oggi letto alla luce di un possibile contagio.

Mirjam sta male, poi muore a Johannesburg

Il 24 aprile la Hondius arriva a Sant’Elena, prima tappa con aeroporto. Scendono 32 passeggeri, tra cui Mirjam Schilperoord e la salma del marito. La donna sale su un volo Airlink per il Sudafrica. Il viaggio dura quattro ore e quarantacinque minuti. Secondo Çenet, che era su quell’aereo, Mirjam non stava bene: era su una sedia a rotelle, con la testa reclinata di lato, già visibilmente provata dalla malattia.

Il 26 aprile Mirjam Schilperoord muore in ospedale a Johannesburg. A quel punto non si tratta più di un decesso isolato. La morte di due coniugi, entrambi presenti sulla stessa nave, avrebbe dovuto far scattare immediatamente ogni allarme. Invece, secondo quanto dichiarato dalla Oceanwide Expeditions, la notizia del secondo decesso arriva alla plancia della Hondius solo il 27 aprile, con 24 ore di ritardo.

Il piano anti-contagio scatta solo dopo il secondo decesso

Il 27 aprile succede anche un’altra cosa: un passeggero britannico sta molto male. Questa volta il comandante dispone l’evacuazione medica aerea mentre la nave incrocia al largo di Ascensione. Solo da quel momento, secondo la compagnia, vengono avviate l’indagine epidemiologica a bordo e le misure del piano “Shield”, con isolamento, protocolli di igiene e monitoraggio sanitario.

Il problema è che ormai sono passati ventuno giorni dai primi sintomi del paziente zero e sedici dalla sua morte. Troppi, alla luce di ciò che sarebbe emerso dopo. Oceanwide respinge le accuse di negligenza e sostiene che solo il 4 maggio sia arrivata la certezza della presenza dell’Hantavirus nel passeggero evacuato il 27 aprile. Ma il cortocircuito resta: sui giornali internazionali la notizia dell’infezione circolava già il 3 maggio.

Tutti gli allarmi sottovalutati sulla Hondius

La catena degli eventi lascia sul tavolo molte domande. La prima riguarda la rassicurazione del comandante dopo la morte di Schilperoord. La seconda riguarda la mancata attivazione precoce di misure prudenziali, almeno dopo il decesso di un passeggero con sintomi compatibili con una malattia sistemica. La terza riguarda la gestione della moglie Mirjam, rimasta a bordo per giorni, visitata dai sanitari e poi fatta scendere a Sant’Elena mentre già non stava bene.

C’è poi il tema del contesto geografico. La nave era salpata dalla Patagonia, area in cui tra il 2018 e il 2019 si era già sviluppato un focolaio di Hantavirus con diversi morti. Non significa che quella diagnosi fosse immediata o scontata. Ma rende più difficile capire perché l’ipotesi infettiva sia stata esclusa così rapidamente nel messaggio rivolto ai passeggeri.

La crociera zero e il nodo delle responsabilità

La MV Hondius rischia ora di diventare, nell’immaginario pubblico, la “crociera zero” dell’Hantavirus. Una definizione forte, forse prematura, ma inevitabile davanti a tre settimane di contatti, abbracci, spostamenti, sbarchi, voli internazionali e ritardi informativi. Il virus, se confermato nel ceppo andino, ha una caratteristica che lo rende più delicato da gestire: può trasmettersi, seppure raramente, anche tra esseri umani attraverso contatti stretti e prolungati.

Il punto non è trasformare ogni scelta della compagnia in una colpa già accertata. Il punto è ricostruire la sequenza. Prima i sintomi del paziente zero. Poi la morte. Poi la rassicurazione pubblica: “Non è contagioso”. Poi lo sbarco dei passeggeri. Poi la moglie malata, il volo per Johannesburg, il secondo decesso, l’informazione arrivata in ritardo, l’evacuazione medica del passeggero britannico e solo allora i protocolli anti-contagio.

È questa cronologia a pesare. Perché nelle emergenze sanitarie il tempo è tutto. E sulla Hondius, almeno a guardare le date, il tempo sembra essere stato perso proprio quando avrebbe potuto fare la differenza.