Israele, Ben-Gvir tradito dalle urne: «Tutti mi applaudono, poi votano Netanyahu». L’ultradestra si ferma a sei seggi, crolla Shas

Ben Gvir

Itamar Ben-Gvir aveva preparato la festa per celebrare la propria consacrazione politica. Una discoteca a Modi’in, la musica, i sostenitori con la kippah e la prospettiva di trasformare i dieci seggi annunciati dai sondaggi in un trampolino verso un ruolo ancora più importante nel governo israeliano. Poi sono arrivati gli exit poll e la festa si è trasformata in una riunione di reduci.

Il partito dell’ultradestra Otzma Yehudit resta fermo a sei seggi, esattamente quanti ne aveva prima delle elezioni. Nessuna avanzata, nessuna doppia cifra, nessuna dimostrazione di forza. E soprattutto nessuna garanzia di entrare nel prossimo esecutivo.

Il ministro della Sicurezza nazionale ha reagito accusando gli elettori di averlo abbandonato proprio nel momento decisivo. «Siamo stati traditi, ecco la verità. Per strada incontri solo persone che dicono “siamo con voi, viva Itamar”, e però poi nell’urna hanno votato Likud». Una confessione amara che racconta il paradosso di queste elezioni: Benjamin Netanyahu avrebbe sottratto consensi proprio ai partiti che negli ultimi anni gli hanno consentito di governare, lasciando gli alleati più radicali a fare i conti con un risultato inferiore alle aspettative.

Ben-Gvir sognava dieci seggi, ma Netanyahu gli ha portato via gli elettori

Ben-Gvir aveva costruito la campagna elettorale attorno ai temi che hanno caratterizzato la sua esperienza ministeriale: sicurezza, repressione, pena di morte per i terroristi, maggiore facilità di accesso alle armi e linea durissima nei confronti dei palestinesi.

Era convinto che queste posizioni gli avrebbero garantito una crescita significativa. I sondaggi più favorevoli gli attribuivano dieci seggi, quattro in più rispetto alla rappresentanza parlamentare uscente.

Il risultato indicato dagli exit poll, invece, lo lascia a quota sei. Un dato che non equivale a una scomparsa politica, ma ridimensiona le ambizioni del leader e soprattutto la sua capacità di presentarsi come interlocutore indispensabile nella formazione del prossimo governo.

La spiegazione più immediata è il voto utile a favore del Likud. Una parte degli elettori che condivide le posizioni della destra radicale avrebbe preferito sostenere direttamente Netanyahu, anziché affidarsi a un alleato più piccolo.

Ben-Gvir teme soprattutto un governo di unità che coinvolga Gadi Eisenkot, uno scenario nel quale il suo partito potrebbe ritrovarsi all’opposizione. «Sarebbe un errore terribile, e il popolo d’Israele non lo perdonerà», ha avvertito.

La notte della delusione nella discoteca dell’ultradestra

Per festeggiare il risultato, Otzma Yehudit aveva scelto il Gray Club di Modi’in, città situata tra Gerusalemme e Tel Aviv. Pareti nere, specchi, musica a tutto volume e un pubblico composto in gran parte da sostenitori religiosi e nazionalisti. L’atmosfera, però, si è progressivamente raffreddata mentre i numeri prendevano forma. I militanti controllavano i telefoni, confrontavano i risultati e cercavano di capire dove fossero finiti i voti necessari per raggiungere la doppia cifra.

Il ministro ha tentato di rilanciare: «Abbiamo cominciato con un seggio e guardate dove siamo. Continuiamo il cammino per il successo di Otzma Yehudit». Nel suo intervento ha rivendicato le politiche sulla sicurezza e ringraziato anche Bentzi Gopstein, leader di Lehava, organizzazione che si oppone alle relazioni tra ebrei e arabi.

La serata ha restituito anche l’immagine di un movimento che continua a identificarsi con i simboli più duri della propria battaglia politica. Tra i sostenitori comparivano spille raffiguranti un cappio, richiamo alla battaglia di Ben-Gvir per la pena di morte nei confronti dei terroristi. Ma il vero problema non è la fedeltà dei militanti presenti in sala. È il numero degli elettori che, al momento di votare, hanno scelto qualcun altro.

Crolla anche Shas: gli ultraortodossi perdono terreno nonostante la crescita demografica

La delusione non riguarda soltanto l’ultradestra nazionalista. Anche Shas, uno dei principali partiti ultraortodossi israeliani, registra una flessione significativa.

La formazione guidata da Aryeh Deri, che disponeva di undici seggi, scenderebbe a otto secondo le proiezioni di Canale 12, mentre altri exit poll la collocano addirittura a sei. Il Giudaismo della Torah Unito, l’altra grande forza politica ultraortodossa, risulterebbe invece stabile o in lieve arretramento.

Il risultato appare particolarmente significativo perché la popolazione ultraortodossa continua a crescere grazie a un tasso di natalità elevato. L’aumento demografico, tuttavia, non si traduce automaticamente in una crescita elettorale dei partiti che tradizionalmente la rappresentano.

Una parte degli elettori potrebbe non riconoscersi più nelle proprie formazioni storiche. Un’altra potrebbe aver scelto Netanyahu, rafforzando il Likud a spese degli alleati religiosi.

Nel caso di Shas pesa anche un cambiamento della sua base elettorale. Il partito aveva costruito il proprio consenso non soltanto tra gli ultraortodossi, ma anche tra gli ebrei mizrahi, di origine mediorientale, e nelle fasce sociali più povere, grazie a una forte identità comunitaria e a programmi di sostegno economico. Oggi quel legame sembra essersi indebolito.

Leva militare e privilegi economici: il nodo che divide Israele

Tra le ragioni della perdita di consenso dei partiti ultraortodossi c’è anche il crescente risentimento di una parte della società israeliana nei confronti delle esenzioni dal servizio militare e dei sostegni economici destinati alle comunità religiose.

La questione della leva è diventata particolarmente divisiva in un Paese segnato dalla guerra e dal peso del servizio militare sulle famiglie. Le agevolazioni riconosciute a determinate categorie di studenti religiosi alimentano da tempo tensioni politiche e sociali. Anche il sistema dei finanziamenti pubblici alle istituzioni ultraortodosse è oggetto di contestazioni.

Shas, che in passato riusciva ad attirare elettori esterni al proprio mondo religioso, potrebbe aver pagato proprio questa crescente distanza. Il risultato suggerisce che l’appartenenza comunitaria non basti più, da sola, a garantire la fedeltà elettorale e che una parte dei consensi tradizionali sia confluita verso il Likud.

Netanyahu cannibalizza gli alleati, ma la partita del governo resta aperta

Il dato politico più evidente delle prime proiezioni è la capacità di Netanyahu di attrarre voti anche all’interno dell’area che ha sostenuto i suoi governi. Ben-Gvir non ottiene l’espansione che immaginava, Shas arretra e le formazioni religiose devono interrogarsi sulla tenuta del proprio elettorato.

Questo non significa che l’ultradestra israeliana sia scomparsa, né che i partiti ultraortodossi abbiano perso il proprio peso nella società. Significa però che la loro forza parlamentare potrebbe risultare inferiore alle aspettative, con conseguenze dirette sui negoziati per la prossima maggioranza.

Ben-Gvir, che aveva trasformato la campagna elettorale in una rivendicazione delle proprie politiche più radicali, si trova ora nella posizione di dover sperare che Netanyahu abbia ancora bisogno di lui.

Il ministro che sognava un ruolo ancora più potente potrebbe ritrovarsi senza un posto al tavolo del governo. E nella notte elettorale di Modi’in, mentre la musica copriva le conversazioni dei militanti, la domanda era diventata una sola: dove sono finiti tutti quelli che promettevano di votare Ben-Gvir?