Israele, Netanyahu vince ma non governa: 17 seggi ai partiti arabi, Eisenkot lo blocca. Ora il rebus è tra larghe intese e nuove elezioni

Benyamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni israeliane, ma non ha i numeri per governare da solo. Gadi Eisenkot voleva mandarlo a casa, ma non è riuscito a costruire una maggioranza alternativa. I partiti arabi hanno ottenuto un risultato storico, conquistando 17 seggi, eppure rischiano di ritrovarsi decisivi sulla carta e irrilevanti nella formazione del governo. È il paradosso uscito dalle urne israeliane: tutti rivendicano qualcosa, nessuno dispone dei 61 parlamentari necessari per controllare la Knesset e l’unico uomo che potrebbe trarre vantaggio dallo stallo è proprio il premier che l’opposizione voleva pensionare.

Con l’84,5% delle schede scrutinate, i risultati parziali della Commissione elettorale centrale assegnano 54 seggi allo schieramento di Netanyahu, 49 a quello di Eisenkot e 17 alle due formazioni a guida araba, la Lista Comune e Ra’am. Il Likud resta il primo partito e rafforza la propria posizione, mentre il blocco del cambiamento non riesce a trasformare l’affluenza eccezionalmente alta in una vittoria politica.

Adesso comincia una partita probabilmente più complicata della campagna elettorale. Le possibilità sono tre: un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai partiti arabi, un esecutivo di unità nazionale oppure il ritorno alle urne. E ciascuna presenta ostacoli che potrebbero consentire a Netanyahu di restare al centro della scena.

I 17 seggi arabi cambiano i numeri, ma non bastano a cambiare governo

La vera novità elettorale è l’affermazione dei partiti arabi, protagonisti di una mobilitazione che ha contribuito all’affluenza record. La Lista Comune guidata da Yousef Jabareen e Ra’am di Mansour Abbas arrivano complessivamente a 17 parlamentari, una rappresentanza capace di modificare gli equilibri della Knesset. Il problema è che il loro peso numerico non coincide con la possibilità di entrare in una maggioranza politica.

Il blocco di Eisenkot dispone, secondo i dati parziali, di 49 seggi. Per sostenere un governo di minoranza servirebbe una combinazione delicatissima di voti favorevoli e astensioni da parte delle formazioni arabe. La Lista Comune dovrebbe astenersi, mentre almeno un rappresentante di Ra’am, forse più di uno, dovrebbe sostenere l’esecutivo.

Ma due protagonisti dell’opposizione, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, hanno espresso in passato la propria contrarietà a un governo dipendente dal sostegno dei partiti arabi. Non hanno ancora chiarito se intendano modificare questa posizione.

Il risultato è un cortocircuito politico: il voto arabo è indispensabile per modificare gli equilibri parlamentari, ma una parte delle forze che dovrebbero beneficiarne non vuole costruire un governo grazie a quel sostegno.

Netanyahu prepara la mossa: un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich

La seconda possibilità è quella di un governo di unità nazionale, nel quale Netanyahu e una parte dell’attuale opposizione condividerebbero la responsabilità dell’esecutivo. È uno scenario che potrebbe consentire al premier di restare a Palazzo, riducendo contemporaneamente la dipendenza dai partiti più radicali della sua precedente coalizione.

I principali esclusi potrebbero essere Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, rappresentanti dell’ultradestra nazionalista e religiosa. Il primo ha già dovuto incassare un risultato elettorale inferiore alle aspettative, fermandosi a sei seggi nonostante le previsioni di una crescita fino alla doppia cifra.

La formazione di una maggioranza più ampia e meno condizionata dagli estremisti incontrerebbe, secondo le ricostruzioni politiche, il favore di diversi interlocutori internazionali. Anche Donald Trump potrebbe intervenire per incoraggiare una soluzione di questo genere. L’ipotesi circola negli ambienti politici israeliani, ma non risulta ancora un’iniziativa formale della Casa Bianca.

Netanyahu, però, non ha affatto scaricato i suoi alleati. Nel discorso pronunciato durante la notte elettorale ha ringraziato i «partner leali» e ha sostenuto che «la maggioranza sionista deve unirsi». Parole interpretate anche come un segnale a Ben-Gvir, Smotrich e ai partiti ultraortodossi: il premier non intende rinunciare gratuitamente ai rapporti politici che gli hanno permesso di governare.

Eisenkot teme la trappola di Bibi

Il vero ostacolo a un governo di unità nazionale si chiama Gadi Eisenkot. L’ex capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane ha costruito la propria sfida elettorale sull’alternativa a Netanyahu e accettare di governare con lui significherebbe mettere in discussione il principale messaggio rivolto agli elettori.

Ma c’è anche una questione di sopravvivenza politica. Nell’opposizione è forte il timore che Netanyahu possa utilizzare un governo di unità per consolidare il proprio potere, lasciando poi cadere l’esecutivo nel momento più conveniente.

È un rischio che i suoi avversari conoscono bene. Il premier ha già dimostrato una notevole capacità di assorbire alleati, sfruttarne il sostegno e uscire rafforzato da crisi che hanno indebolito altri protagonisti della politica israeliana.

Eisenkot dovrebbe quindi scegliere tra due pericoli: lasciare Netanyahu alla guida di un governo provvisorio oppure entrare in un esecutivo che potrebbe compromettere la propria credibilità come alternativa.

La pressione su di lui potrebbe aumentare anche per effetto dell’intervento del presidente israeliano Isaac Herzog e delle aspettative degli interlocutori internazionali, interessati a una soluzione capace di garantire stabilità.

Tornare alle urne?

La terza strada è quella delle elezioni anticipate. Uno scenario concreto, ma tutt’altro che privo di rischi, soprattutto per l’opposizione. Netanyahu potrebbe puntare su un elemento che ha caratterizzato questa consultazione: l’eccezionale partecipazione degli elettori arabi e degli israeliani rientrati dall’estero per votare.

La sua possibile scommessa sarebbe che una nuova tornata elettorale non riproduca lo stesso livello di mobilitazione. Con un’affluenza diversa, anche la distribuzione dei seggi potrebbe cambiare.

È una valutazione strategica, non una certezza. Ma per Eisenkot significherebbe affrontare un’altra campagna elettorale senza aver dimostrato di poter trasformare il consenso raccolto in una maggioranza di governo.

Prima di arrivare allo scioglimento della Knesset, il blocco dell’opposizione potrebbe tentare di sostituire Netanyahu e il presidente del Parlamento. Anche questa operazione, tuttavia, richiederebbe la collaborazione dei partiti arabi, offrendo al premier un nuovo argomento politico contro i suoi avversari.

Il doppio successo di Netanyahu

Il risultato delle urne contiene un’altra indicazione importante. Netanyahu ha rafforzato il Likud anche a spese di alcuni alleati tradizionali. Shas, uno dei principali partiti ultraortodossi, ha perso terreno rispetto agli undici seggi precedenti, mentre Ben-Gvir non ha ottenuto l’avanzata annunciata dai sondaggi.

Il premier ha quindi consolidato la propria posizione all’interno della destra senza riuscire, almeno nei risultati parziali, a garantire al blocco una maggioranza autonoma. Dall’altra parte, Eisenkot ha raccolto consensi ma non è riuscito a riunire un fronte sufficientemente ampio per sostituire Netanyahu. La convergenza sull’obiettivo di mandare a casa Bibi non si è tradotta in una formula di governo praticabile.

È questa la contraddizione che domina il dopo voto: l’opposizione dispone di un’importante rappresentanza parlamentare, ma le sue divisioni sul rapporto con i partiti arabi e sull’eventuale collaborazione con il Likud limitano le possibilità di trasformarla in potere.

Per Netanyahu, invece, la permanenza alla guida del governo provvisorio offre tempo e margini di manovra. La vera domanda, dunque, non è chi abbia vinto le elezioni, ma chi sia disposto a governare con chi. I 17 seggi arabi hanno impedito ai due grandi blocchi di ottenere una maggioranza autonoma. Ora la possibilità di evitare nuove elezioni dipende soprattutto da una decisione che Eisenkot non vorrebbe prendere: sedersi allo stesso tavolo con Netanyahu e rischiare di consegnargli un’altra vittoria politica.