Martedì 27 ottobre Israele torna al voto per la prima volta dal 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco di Hamas che ha segnato una svolta nella storia recente del Paese. Dopo tre anni e diversi conflitti, quasi 7,3 milioni di elettori sono chiamati a scegliere il nuovo Parlamento e a decidere se confermare Benjamin Netanyahu alla guida del governo o aprire una nuova fase politica.
La consultazione rappresenta un passaggio decisivo per il futuro di Israele. Netanyahu, il premier più longevo della storia nazionale, cerca un nuovo mandato dopo una stagione segnata dalla guerra, dalle polemiche sulla sicurezza e dalle divisioni interne. Dall’altra parte, un’opposizione eterogenea tenta di costruire una maggioranza alternativa, unita soprattutto dalla volontà di porre fine alla sua leadership.
Gli elettori non scelgono direttamente il primo ministro, ma votano una lista di partito. Israele costituisce infatti un unico collegio elettorale e distribuisce i 120 seggi della Knesset, il Parlamento nazionale, in proporzione ai voti ottenuti dalle formazioni che superano la soglia di sbarramento del 3,25%.
I seggi restano aperti dalle 7 alle 22. Alla chiusura sono attesi gli exit poll, seguiti dallo spoglio delle schede. Un quadro attendibile dovrebbe emergere già nella mattinata successiva, mentre i risultati ufficiali sono previsti entro il 4 novembre.
La maggioranza resta un rebus
Vincere le elezioni non significa necessariamente riuscire a governare. Il sistema parlamentare israeliano impone ai partiti di trovare un accordo per raggiungere la maggioranza assoluta di 61 seggi su 120.
Secondo gli ultimi sondaggi, nessuno dei due schieramenti sembra avere i numeri necessari per governare autonomamente. Il blocco di Netanyahu e dei suoi alleati di destra si fermerebbe a circa 50 seggi, mentre l’opposizione arriverebbe al massimo a 56.
Il fronte contrario al premier non costituisce una coalizione di sinistra in senso stretto. Al suo interno convivono la destra pragmatica di Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, il centro rappresentato da Gadi Eisenkot e Yair Lapid e l’area progressista guidata da Yair Golan.
Le differenze ideologiche restano profonde, soprattutto sulla questione palestinese, sulla sicurezza e sul rapporto tra religione e istituzioni. A tenere insieme queste forze è soprattutto l’obiettivo di chiudere la stagione politica di Netanyahu.
Anche i partiti arabi potrebbero assumere un ruolo decisivo. I sondaggi attribuiscono loro complessivamente tra 14 e 16 seggi, ma gran parte dei leader dell’opposizione esclude un loro ingresso diretto nel governo. Senza il loro sostegno, però, costruire una maggioranza alternativa appare particolarmente difficile.
A complicare ulteriormente i calcoli ci sono le liste vicine alla soglia di sbarramento, come i Riservisti di Yoaz Hendel e Amcha Yisrael dell’ex generale Ofer Winter. I voti destinati ai partiti che non superano il 3,25% potrebbero modificare gli equilibri parlamentari e favorire indirettamente uno dei due schieramenti.
Dopo il voto, il presidente Isaac Herzog affiderà l’incarico a chi riterrà maggiormente in grado di formare una coalizione. Se nessuno riuscirà a trovare un accordo, Israele potrebbe tornare alle urne, mentre Netanyahu resterebbe alla guida del governo fino alla formazione di un nuovo esecutivo.
Netanyahu e il Likud: la battaglia per restare al potere
Benjamin Netanyahu, 77 anni, guida il Likud ed è il premier che ha governato più a lungo nella storia di Israele. Eletto per la prima volta nel 1996, ha mantenuto il potere per gran parte del periodo successivo al 2009.
La sua leadership affronta una delle prove più delicate della sua carriera. Il massacro del 7 ottobre 2023 ha alimentato le critiche sulla gestione della sicurezza nazionale e sulla preparazione delle forze israeliane. Una parte dell’opinione pubblica gli attribuisce una responsabilità politica per quanto accaduto, mentre Netanyahu respinge le accuse e si oppone alla creazione di una commissione d’inchiesta statale.
Il premier deve inoltre affrontare un processo per corruzione, frode e violazione della fiducia pubblica, avviato nel 2020. Netanyahu nega ogni addebito. Il presidente Herzog ha congelato la sua richiesta di grazia.
I sondaggi citati nel testo assegnano al Likud tra 19 e 21 seggi, un risultato inferiore ai 32 conquistati nel 2022. Il partito punta sulla propria base elettorale tradizionale, composta dalla destra nazionalista, da settori popolari delle periferie e da molti elettori sefarditi legati alla figura di Netanyahu, conosciuto come Bibi.
Il premier rivendica i risultati militari contro Hamas, Hezbollah e Iran e valorizza il rapporto con Donald Trump. La sicurezza nazionale e la politica estera restano elementi centrali della sua campagna.
Resta controversa anche la riforma giudiziaria promossa dal suo governo nel 2023, che avrebbe ampliato il potere dell’esecutivo sui giudici. Il progetto aveva provocato manifestazioni di massa in tutto il Paese. Nel 2024 la Corte suprema ha annullato una legge collegata alla riforma, che limitava la possibilità di invalidare le decisioni governative considerate irragionevoli.
Per restare al potere, Netanyahu dovrà fare affidamento sui suoi alleati storici: Shas, Giudaismo unito della Torah, Sionismo religioso e Potere ebraico. Le proiezioni attribuiscono all’intero schieramento circa 50 seggi, rendendo indispensabile una strategia capace di recuperare consensi o assicurarsi nuovi appoggi.
Gadi Eisenkot guida la sfida del centro in Israele
Tra i principali avversari di Netanyahu c’è Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle forze armate israeliane e fondatore del partito Yashar. Sessantasei anni, con 41 anni di servizio militare alle spalle, Eisenkot rappresenta una delle figure più importanti del fronte che punta a cambiare governo.
Entrato in politica con Benny Gantz nel 2022, dopo il 7 ottobre ha partecipato al gabinetto di guerra come osservatore. Nel 2025 ha rotto con Gantz e fondato una nuova formazione politica. La sua candidatura ha anche una dimensione personale. Il figlio Gal è stato ucciso a Gaza nel dicembre 2023, durante la guerra contro Hamas.
I sondaggi attribuiscono a Yashar tra 22 e 23 seggi, collocandolo al primo posto nelle rilevazioni citate. Eisenkot propone una commissione d’inchiesta statale sugli eventi del 7 ottobre, il servizio militare o civile obbligatorio per gli ultraortodossi e i cittadini arabi, una Costituzione e una magistratura indipendenti.
Il suo programma comprende anche misure per ridurre il costo della vita. Sul conflitto israelo-palestinese, tuttavia, mantiene una posizione intransigente: considera necessaria la distruzione di Hamas ed esclude la nascita di uno Stato palestinese durante un suo eventuale governo.
Il suo elettorato comprende il centro contrario a Netanyahu, gli israeliani che apprezzano la sua esperienza militare e gli elettori di destra delusi dal premier. Eisenkot guarda a una coalizione con B’Yachad, Yisrael Beytenu e Democratici. Chiede ai potenziali alleati di condividere quattro principi: uno Stato ebraico e democratico, il rispetto della Dichiarazione d’indipendenza, il servizio militare per tutti e la distruzione di Hamas.
Queste condizioni, però, complicano l’intesa con i partiti arabi e con le formazioni ultraortodosse. Senza un loro sostegno, il blocco rischia di non raggiungere i 61 seggi necessari. Per questo Eisenkot ha evocato anche la possibilità di un governo di minoranza.
Naftali Bennett e Yair Lapid cercano un’alternativa
B’Yachad, la formazione guidata da Naftali Bennett, punta a riunire elettori di centrodestra e moderati contrari alla permanenza di Netanyahu al governo. Bennett, 54 anni, proviene dalla destra religiosa e ha ricoperto la carica di primo ministro tra il 2021 e il 2022. Al suo fianco c’è Yair Lapid, fondatore di Yesh Atid, che gli era succeduto alla guida dell’esecutivo. Nel 2021 i due avevano contribuito a interrompere dodici anni consecutivi di governo Netanyahu.
Le rilevazioni citate assegnano a B’Yachad tra 14 e 15 seggi. Il dato rappresenta un elemento importante per il fronte anti-Netanyahu, anche se resta lontano dai 24 seggi ottenuti dalla sola Yesh Atid nel 2022.
Il progetto politico di Bennett e Lapid cerca di conciliare posizioni diverse. Sul fronte della sicurezza, la linea resta rigorosa, mentre il programma prevede un’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre, il servizio militare per gli ultraortodossi e la ricostruzione delle comunità di confine colpite dal conflitto.
Sulla questione palestinese, Bennett mantiene la sua opposizione alla creazione di uno Stato indipendente, mentre Lapid ha irrigidito la propria posizione dopo gli attacchi del 7 ottobre.
Il partito punta soprattutto sul ceto medio laico che in passato ha sostenuto Lapid e sugli elettori di una destra pragmatica vicina a Bennett. L’obiettivo è cambiare il governo senza spostare il Paese verso la sinistra.
B’Yachad guarda a un’intesa con Yashar, Yisrael Beytenu e Democratici. Bennett, però, esclude un nuovo accordo con il partito arabo Ra’am. Questa posizione rischia di rendere ancora più difficile la formazione di una maggioranza alternativa.
Avigdor Lieberman: per Israele sicurezza e Stato laico
Avigdor Lieberman, 68 anni, guida Yisrael Beytenu ed è uno degli oppositori più determinati di Netanyahu. Nato nell’ex Unione Sovietica, nella regione dell’attuale Moldavia, ha fondato il partito nel 1999, dopo aver ricoperto l’incarico di direttore generale dell’ufficio di Netanyahu. Nel corso della sua carriera ha guidato diversi ministeri, tra cui Esteri, Difesa e Finanze. Da alleato del premier è diventato un suo avversario irriducibile. I sondaggi attribuiscono a Yisrael Beytenu circa otto seggi, due in più rispetto alle elezioni del 2022.
Lieberman sostiene una linea dura sulla sicurezza, ma difende una visione laica dei rapporti tra Stato e religione. Il suo programma prevede il servizio militare o civile obbligatorio per tutti, l’insegnamento delle materie fondamentali nelle scuole finanziate dallo Stato e la possibilità di celebrare matrimoni al di fuori del rabbinato.
Propone inoltre di lasciare ai Comuni la decisione sui trasporti pubblici durante lo Shabbat, il giorno di riposo ebraico. Sul piano istituzionale, vuole impedire a una persona sotto processo di formare un governo.
La sua posizione sui palestinesi resta particolarmente rigida. Lieberman si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e propone di sciogliere l’Autorità palestinese, affidando alla Giordania l’amministrazione e l’ordine pubblico nelle aree A e B della Cisgiordania, mentre Israele manterrebbe il controllo della sicurezza. Il suo elettorato comprende soprattutto immigrati russofoni provenienti dall’ex Urss e cittadini laici di destra contrari ai privilegi concessi agli ultraortodossi.
Lieberman sostiene un’intesa con Yashar, B’Yachad e Democratici, ma esclude accordi con Netanyahu, con i partiti ultraortodossi e con le formazioni arabe. Non accetta neppure un governo di minoranza, pur lasciando aperta la possibilità di collaborare con un Likud guidato da un altro leader.
Yair Golan e il rilancio della sinistra in Israele
Yair Golan guida i Democratici, formazione nata dalla fusione tra il Partito laburista e Meretz, storico riferimento della sinistra pacifista israeliana. Sessantaquattro anni, ex vicecapo di stato maggiore, Golan ha vinto le primarie laburiste nel 2024 e ha promosso l’unificazione delle due formazioni. La mattina del 7 ottobre 2023 raggiunse in auto la zona del festival Nova e contribuì a salvare diversi giovani durante gli attacchi.
I sondaggi attribuiscono ai Democratici tra otto e dieci seggi, un risultato superiore a quello ottenuto dai laburisti nel 2022, quando conquistarono quattro rappresentanti, mentre Meretz non riuscì a entrare in Parlamento.
Il programma di Golan difende l’indipendenza della Corte suprema, i diritti civili e il matrimonio civile. Il leader chiede inoltre di ridurre i finanziamenti riservati a specifici settori della popolazione per rafforzare i servizi pubblici e propone un piano contro la criminalità nelle città arabe.
Sulla questione palestinese, Golan sostiene in prospettiva la soluzione dei due Stati, ma ritiene che riconoscere oggi uno Stato palestinese possa danneggiare gli interessi israeliani. Il suo elettorato comprende la sinistra sionista laica, i manifestanti che hanno contestato la riforma giudiziaria e i progressisti delle grandi città e dei kibbutz.
I Democratici partecipano al fronte contrario a Netanyahu insieme a Yashar, B’Yachad e Yisrael Beytenu. Golan respinge qualsiasi accordo con il Likud ed è il principale leader ebreo del blocco disposto ad aprire la coalizione a Ra’am, il partito arabo guidato da Mansour Abbas.
I partiti arabi possono decidere il risultato
Le formazioni arabe rappresentano uno degli elementi più delicati della partita elettorale. I sondaggi attribuiscono alla Lista unita circa nove seggi, mentre Ra’am potrebbe conquistarne tra cinque e sette. La Lista unita, guidata da Yousef Jabareen, riunisce Hadash, Ta’al e Balad. Jabareen, 54 anni, è un giurista impegnato nella difesa dei diritti umani.
Ra’am è invece guidato da Mansour Abbas, 52 anni, dentista e leader politico islamista. Nel 2021 Abbas aveva portato il partito nel governo formato da Bennett e Lapid, contribuendo alla costruzione di una maggioranza alternativa a Netanyahu. Il suo vice è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia israeliano di origine ebraica. Entrambe le liste erano state escluse dalla Commissione elettorale, ma la Corte suprema ne ha successivamente consentito la partecipazione.
La Lista unita chiede piena uguaglianza per i cittadini arabi, la fine dell’occupazione, la creazione di uno Stato palestinese e l’interruzione dei finanziamenti agli insediamenti. Ra’am sostiene a sua volta la soluzione palestinese, ma punta soprattutto a ottenere risultati concreti per le comunità arabe, a partire dalla lotta alla criminalità.
La Lista unita raccoglie consensi soprattutto tra i cittadini palestinesi di Israele e una parte della sinistra ebraica. Ra’am si rivolge invece anche ai musulmani conservatori del Negev. Le due formazioni potrebbero diventare decisive nella costruzione di una maggioranza alternativa. La Lista unita si è detta disponibile a sostenere dall’esterno un governo senza Netanyahu, mentre Ra’am punta a partecipare direttamente all’esecutivo.
Il problema resta la disponibilità degli altri partiti. Soltanto i Democratici si mostrano aperti a un accordo con Ra’am, mentre Eisenkot, Bennett e Lieberman escludono questa possibilità. Le divisioni interne al fronte anti-Netanyahu potrebbero quindi impedire all’opposizione di trasformare il consenso elettorale in una maggioranza parlamentare.
L’estrema destra punta a rafforzare il proprio peso in Israele
Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich rappresentano l’ala più radicale della destra israeliana. Entrambi sono coloni e occupano ruoli di primo piano nell’attuale governo: Ben-Gvir è ministro della Sicurezza nazionale, mentre Smotrich guida il ministero delle Finanze e segue anche le questioni legate agli insediamenti.
Ben-Gvir, 50 anni, proviene dal movimento kahanista e nel 2007 è stato condannato per incitamento al razzismo. Smotrich, 46 anni, ha costruito la propria carriera politica attorno al nazionalismo religioso e all’espansione degli insediamenti israeliani.
Nel 2022 i due avevano partecipato insieme alle elezioni, conquistando complessivamente 14 seggi. Per questa tornata, però, Ben-Gvir ha rifiutato una lista comune nonostante i tentativi di Netanyahu di favorire un accordo. Smotrich si è invece alleato con Zehut, il partito di Moshe Feiglin.
Le proiezioni attribuiscono a Potere ebraico, la formazione di Ben-Gvir, circa otto seggi. La lista Sionismo religioso-Zehut potrebbe invece ottenere tra sei e otto rappresentanti.
I due leader chiedono l’estensione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania, nuovi insediamenti e la fine dell’Autorità palestinese. Ben-Gvir sostiene una linea di sicurezza ancora più dura e la pena di morte per i terroristi. Smotrich e Feiglin arrivano a proporre l’annessione anche di Gaza e una riforma che permetta alla Knesset di superare le decisioni della Corte suprema.
Il loro elettorato comprende soprattutto coloni e sionisti religiosi, ma Ben-Gvir ha ampliato il proprio seguito anche tra i giovani delle città, attratti dalla sua retorica intransigente.
Le due formazioni restano alleate di Netanyahu e dei partiti ultraortodossi. Il loro peso parlamentare potrebbe rivelarsi decisivo: più il premier avrà bisogno dei loro seggi per raggiungere la maggioranza, più i leader dell’estrema destra potranno chiedere concessioni politiche.
Gli ultraortodossi e il nodo del servizio militare in Israele
Shas e Giudaismo unito della Torah rappresentano un altro pilastro del blocco che sostiene Netanyahu. I due partiti difendono gli interessi delle comunità ultraortodosse e chiedono di mantenere le agevolazioni legate allo studio religioso.
Aryeh Deri, 67 anni, guida da decenni Shas, formazione che raccoglie soprattutto gli ultraortodossi sefarditi. Nel 1999 è stato condannato per corruzione e nel 2022 per reati fiscali. Nel 2023 la Corte suprema gli ha impedito di assumere un incarico ministeriale.
Giudaismo unito della Torah riunisce invece le principali componenti ultraortodosse di origine europea. Il suo capolista è Ya’akov Asher.
Le rilevazioni attribuiscono a Shas tra sette e otto seggi, contro gli undici ottenuti nel 2022. Giudaismo unito della Torah dovrebbe invece mantenersi tra sette e otto rappresentanti.
Il punto centrale del loro programma riguarda l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche. Nel 2024 la Corte suprema ha stabilito che non esiste più una base legale per mantenere l’esenzione generalizzata, aprendo un confronto politico che continua a dividere il Paese.
I due partiti difendono inoltre i finanziamenti alle istituzioni religiose e i sussidi alle famiglie numerose. Si oppongono al matrimonio civile e all’introduzione di trasporti pubblici durante lo Shabbat. Il loro elettorato segue in larga parte le indicazioni dei rabbini. Shas raccoglie consensi anche tra i tradizionalisti dei quartieri popolari.
Le due formazioni restano vicine a Netanyahu, con cui hanno firmato un accordo di cooperazione. Nel luglio 2025 hanno però ritirato i propri ministri dal governo proprio a causa delle tensioni sul servizio militare.
La richiesta di una leva obbligatoria per tutti, sostenuta da Eisenkot e Lieberman, rende difficile un loro avvicinamento all’opposizione. Anche in questo caso, il risultato elettorale determinerà il peso negoziale dei partiti e la loro capacità di influenzare il prossimo governo.
Una partita che può cambiare gli equilibri di Israele
Le elezioni del 27 ottobre rappresentano un passaggio cruciale per il futuro politico di Israele. Netanyahu punta a conservare il potere facendo leva sulla sicurezza nazionale, sui risultati militari rivendicati dal suo governo e sulla fedeltà della destra tradizionale.
L’opposizione, invece, prova a sfruttare le divisioni nella maggioranza e il malcontento seguito agli eventi del 7 ottobre per costruire un’alternativa. La sua principale debolezza resta la distanza tra le diverse componenti, soprattutto sul rapporto con i partiti arabi e sulla questione palestinese.
I risultati determineranno non soltanto la composizione della Knesset, ma anche il peso dell’estrema destra e dei partiti ultraortodossi nelle trattative per il nuovo esecutivo.
Se nessuno dei due blocchi raggiungerà la maggioranza assoluta, la partita si sposterà nelle settimane successive al voto, tra negoziati, accordi e possibili cambi di alleanza.
Per Netanyahu, la sfida consiste nel trasformare il sostegno dei suoi alleati in una maggioranza parlamentare stabile. Per l’opposizione, invece, la priorità sarà superare le divisioni interne e trovare un’intesa capace di porre fine alla sua lunga leadership.
Il verdetto delle urne dirà se Israele sceglierà la continuità o aprirà una nuova fase politica, in un Paese ancora segnato dalla guerra, dalle tensioni istituzionali e dalle profonde fratture della società.







