Italia sempre più vecchia, gli occupati sono solo 935mila in più dei pensionati

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L’Italia invecchia. Pensioni e stipendi viaggiano ormai praticamente appaiati. Ma nel Mezzogiorno ci sono più persone a riposo che lavoratori. Con 24,1 milioni di occupati e quasi 23,2 milioni di pensioni, il margine di attivo tra chi lavora e chi percepisce un trattamento previdenziale si è ridotto ad appena 935.337 unità.

Entro il 2029 è atteso l’esodo di oltre 3 milioni di persone, mentre la spesa pensionistica sfiorerà i 390 miliardi di euro. Lo dice l’ultimo report della Cgia. Denatalità e aumento dell’aspettativa di vita, spingono l’Italia verso un grave declino demografico con ricadute dirette sul mercato del lavoro e sulla spesa previdenziale.

Tre milioni di italiani pronti all’uscita dal lavoro

Le previsioni indicano che entro il 2029 usciranno dal mercato del lavoro oltre 3 milioni di persone. Ben il 74%, 2.244.700 sono lavoratori delle regioni centro-settentrionali. I numeri dell’ufficio studi dell’associazione degli artigiani dicono che la regione con il maggior numero di pensionamenti in vista è la Lombardia con 567.700 lavoratori, seguita dal Lazio (305.000), dal Veneto (291.200) e dall’Emilia-Romagna (261.000).

L’analisi per ripartizioni geografiche mostra una domanda di sostituzione di 913.000 unità nel Nord-Ovest, 698.100 nel Nord-Est, 633.600 nel Centro e 797.300 nel Mezzogiorno. Oltre la metà dell’esodo complessivo il 52,9%, pari a 1.608.300 persone, coinvolgerà dipendenti del settore privato.

Spesa pensionistica in crescita: viaggia verso i 390 miliardi di euro

Negli anni ’80 del secolo scorso il rapporto era di 3 occupati per ogni pensione. Questi numeri reggevano i costi previdenziali. In futuro le pensioni peseranno sempre di più sui conti statali.

L’uscita dal lavoro di milioni di occupati eserciterà una pressione crescente sui conti della previdenza pubblica. Quest’anno la spesa complessiva per il pagamento degli assegni tocca i 351,8 miliardi, con un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente, in linea con un’inflazione stimata al 2,8%.

Tuttavia, sostiene sempre la Cgia, entro il 2029, a legislazione vigente, l’esborso complessivo salirà di 36,8 miliardi, attestandosi alla cifra di 388,6 miliardi. Si tratta di una crescita del 10,5%, a fronte di una dinamica inflattiva prevista nello stesso arco temporale pari a soli 5,8 punti percentuali.

La nuova questione meridionale: più pensionati che occupati

L’intera ripartizione del Mezzogiorno registra un saldo negativo complessivo di 881.708 persone, contandovi più pensioni erogate che lavoratori attivi. I disequilibri regionali più accentuati si riscontrano in Puglia (-263.020), Calabria (-220.349) e Sicilia (-186.462). A livello provinciale, i saldi negativi più ampi d’Italia riguardano la Città Metropolitana di Reggio Calabria (-90.368), Taranto (-87.189), Lecce (-85.508) e Messina (-76.936).

L’elevata quantità di trattamenti erogati nel Sud non è ascrivibile in prevalenza a pensioni di vecchiaia o anticipate, ma a un’ampia diffusione di trattamenti assistenziali e di invalidità, scaturita dalla combinazione di denatalità, invecchiamento della popolazione, bassi tassi di occupazione e lavoro irregolare. Nel Mezzogiorno si osservano soltanto quattro eccezioni provinciali con saldo positivo: Ragusa (+16.241), Pescara (+3.454), Matera (+1.127) e Catania (+475).

I disequilibri interessano anche diverse aree del Centro-Nord: regioni come Liguria (-4.767), Umbria (-24.094) e Marche (-10.489) presentano un saldo regionale negativo. Inoltre, ben 11 province settentrionali vedono i pensionati superare gli occupati: la situazione più disallineata si registra a Savona (-9.326), seguita da Biella (-9.153), Rovigo (-5.652), Vercelli (-5.351), Massa-Carrara (-2.731), Sondrio (-1.869), Ferrara (-1.548), Alessandria (-1.227), La Spezia (-602), Belluno (-213) e Lecco (-188). Delle 102 province monitorate dall’ufficio studi Cgia, soltanto 54 mantengono un saldo positivo, guidate dai principali poli d’attrazione economica come Milano (+420.696), Roma (+361.548) e Brescia (+112.480).

Piccole imprese e invecchiamento della forza lavoro

Le conseguenze del declino demografico si scaricano direttamente sull’organizzazione aziendale, penalizzando in particolar modo le piccole e micro imprese. Il blocco del ricambio generazionale impedisce il rimpiazzo dei lavoratori in pensione con un numero sufficiente di giovani, riducendo la capacità produttiva e creando crescenti difficoltà nel reperimento di competenze specialistiche nei settori tecnici e manifatturieri.

A questo quadro si aggiunge l’elevata età media della forza lavoro attiva: nel 2024 la quota media nazionale di dipendenti privati over 50 si attestava al 32,7%. L’incidenza più alta si registra in Friuli-Venezia Giulia (35,7%), seguito da Liguria (35,6%), Basilicata (35,1%), Toscana (34,5%), Piemonte e Molise (entrambe al 34,3%). Le regioni con le percentuali di over 50 relativamente più contenute sono Puglia (30,6%), Valle d’Aosta (30,4%), Sicilia (30,2%), Calabria e Trentino-Alto Adige (entrambe al 29,8%).

Le leve per il futuro: integrazione di donne e giovani

Sebbene negli ultimi quattro anni l’occupazione in Italia sia aumentata di 1,2 milioni di unità, il Paese rimane nelle ultime posizioni in Unione europea per tasso di occupazione giovanile e fanalino di coda per quello femminile. Per mitigare l’impatto dei 3 milioni di uscite previste entro il 2029, la Cgia individua nell’allargamento della platea occupazionale – attraverso il pieno inserimento lavorativo di donne e giovani – una priorità strategica per garantire la tenuta del sistema economico e previdenziale nazionale.