C’è qualcosa di profondamente osceno nel comportamento di chi partecipa a un’elezione, chiede il voto dei cittadini, pretende di governarli e poi, quando quei cittadini scelgono qualcun altro, decide che il risultato non vale. Non è una semplice manifestazione di cattivo gusto politico, né l’ennesima sceneggiata di un candidato incapace di accettare una sconfitta. È il disprezzo per il principio stesso sul quale si fonda la democrazia: il potere appartiene al popolo, non a chi si è convinto di averne ricevuto il possesso perpetuo.
Flávio Bolsonaro ha perso le elezioni presidenziali brasiliane contro Luiz Inácio Lula da Silva, che ha conquistato il suo quarto mandato con oltre quattro milioni di voti di vantaggio. E cosa fa il rampollo dell’ex presidente? Rifiuta di riconoscere la sconfitta e annuncia di voler chiedere l’annullamento del voto. La ragione sarebbe una proroga di due ore delle operazioni elettorali decisa dalla Corte Suprema, una misura che, dettaglio piuttosto imbarazzante, era stata sollecitata anche dalla sua stessa parte politica.
La democrazia, evidentemente, va benissimo finché produce il risultato desiderato. Quando invece gli elettori si permettono di scegliere diversamente, diventano improvvisamente sospetti, i giudici diventano nemici e le regole diventano un complotto.
Tale padre, tale figlio: la democrazia secondo i Bolsonaro
Il padre, Jair Bolsonaro, è stato condannato a oltre ventisette anni di reclusione per aver partecipato a un progetto golpista volto a impedire il normale passaggio dei poteri dopo la sconfitta elettorale del 2022. Il Brasile ha già conosciuto il prezzo di quella ribellione alle urne: le manifestazioni davanti alle caserme, le pressioni sulle istituzioni, fino all’assalto ai palazzi del potere di Brasilia dell’8 gennaio 2023.
Quattro anni dopo, il figlio ripropone la stessa delegittimazione del risultato elettorale. Non è ancora la stessa condotta del padre, e sarebbe scorretto confondere una contestazione giudiziaria con un tentativo di colpo di Stato. Ma è la stessa cultura politica a emergere: quella per cui la sconfitta non è mai il prodotto della libera volontà dei cittadini, bensì qualcosa da denunciare come illegittimo.
Tale padre, tale figlio, dunque. Non perché le responsabilità penali si trasmettano per via ereditaria, ma perché il disprezzo pubblico per il verdetto delle urne sembra essere diventato il marchio di famiglia.
Ed è un marchio che conosciamo fin troppo bene anche fuori dal Brasile.
Trump e il vizio di considerare illegittima ogni sconfitta
Il modello politico di riferimento è Donald Trump, l’uomo che ha trasformato il rifiuto della sconfitta in una strategia di mobilitazione permanente. Nel 2020 non accettò il risultato delle presidenziali americane e il mondo assistette all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Un evento che avrebbe dovuto segnare un punto di non ritorno nella vita politica statunitense e che invece non gli ha impedito di tornare alla Casa Bianca.
Io sono convinto che Trump stia già cercando il modo di ribaltare politicamente le prossime elezioni di midterm, nelle quali considero molto probabile una sonora scoppola per lui e per i repubblicani. È una mia convinzione, non una notizia accertata, ma nasce dall’osservazione di un comportamento che si ripete: quando il consenso gli è favorevole, Trump lo celebra come espressione della volontà popolare; quando gli è contrario, tende a mettere in discussione il sistema che lo ha misurato.
Il problema non è soltanto Trump. È la scuola politica che ha contribuito a diffondere, quella dei leader che si presentano come interpreti esclusivi del popolo e poi si ribellano proprio al popolo quando smette di applaudirli.
Il trumpismo ha insegnato a una parte della destra internazionale che si può trasformare ogni sconfitta in una campagna contro le istituzioni, ogni controllo in una persecuzione e ogni oppositore in un nemico della nazione. I Bolsonaro hanno assimilato la lezione con uno zelo che dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora rispetto per il voto.
Bolsonaro: il Brasile sceglie Lula, la Serbia sceglie gli studenti
Ma proprio mentre Flávio Bolsonaro tenta di delegittimare la vittoria di Lula, dall’altra parte del mondo arriva un risultato altrettanto significativo.
In Serbia, il movimento nato dalle proteste studentesche contro la corruzione e l’autoritarismo ha conquistato le elezioni parlamentari, infliggendo una sconfitta storica al sistema di potere di Aleksandar Vučić. Il presidente serbo ha riconosciuto il risultato, mentre le strade di Belgrado si sono riempite di cittadini che festeggiavano la vittoria della lista degli studenti.
Quella mobilitazione era cominciata dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, nel novembre 2024, una tragedia costata la vita a sedici persone e diventata il simbolo di una richiesta di trasparenza, responsabilità e fine delle protezioni politiche.
Per quasi due anni, studenti e cittadini hanno continuato a manifestare, resistendo alla stanchezza, alle pressioni e alla tentazione di arrendersi. Poi sono arrivati alle urne e hanno trasformato la protesta in una maggioranza parlamentare.
È difficile immaginare un contrasto più netto: in Brasile il candidato sconfitto cerca di cancellare il verdetto degli elettori; in Serbia una generazione che ha sfidato il potere nelle piazze riesce a cambiarlo attraverso il voto.
Due vicende diverse, accomunate da una domanda che i governanti troppo sicuri di sé farebbero bene ad ascoltare: quanto a lungo pensate che la gente continuerà a sopportarvi?
Dalla Francia all’Italia, la rabbia non è più soltanto una protesta
Le recenti manifestazioni in Francia e quelle contro Giorgia Meloni in Italia appartengono a contesti politici differenti, con rivendicazioni e protagonisti che non possono essere sovrapposti meccanicamente. Ma raccontano una crescente insofferenza verso governi percepiti da molti cittadini come distanti dai problemi quotidiani e troppo concentrati sulla propria rappresentazione del potere.
Non sostengo che ogni manifestante condivida la stessa idea politica, né che ogni protesta annunci automaticamente una vittoria elettorale. Sostengo qualcosa di più semplice: quando persone di generazioni e condizioni sociali diverse tornano a occupare le piazze, i governanti dovrebbero preoccuparsi di ascoltarle, anziché limitarsi a trattarle come un fastidio da contenere.
Per anni abbiamo assistito alla celebrazione del leader forte, dell’uomo solo al comando, del politico che urla più degli altri e trasforma l’arroganza in una virtù. Ci hanno spiegato che il sovranismo avrebbe restituito potere ai cittadini, salvo poi pretendere obbedienza incondizionata proprio da quei cittadini. Ci hanno venduto il nazionalismo come risposta universale, mentre salari, servizi pubblici, costo della vita e prospettive delle nuove generazioni continuavano a rappresentare problemi concreti ai quali gli slogan non offrivano soluzioni.
La gente è stanca di questa recita. È stanca dei despotini e dei despotetti, delle pose muscolari, dei sovranismi isterici, dei governanti che confondono il consenso elettorale con una licenza per fare qualunque cosa. È stanca di essere chiamata in causa soltanto quando serve un voto, una manifestazione di fedeltà o un nemico contro il quale indirizzare la propria rabbia.
Putin, l’Iran, Netanyahu: il mondo non può essere ostaggio dei potenti
Questa insofferenza non riguarda soltanto la politica interna. Riguarda anche un ordine internazionale nel quale la forza militare viene troppo spesso presentata come l’unico linguaggio possibile.
La guerra imperialista scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato in Europa la devastazione di un’aggressione territoriale. La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha aggiunto un altro fronte a un Medio Oriente già sconvolto. E il volto di Benjamin Netanyahu, con quel ghigno che personalmente trovo insopportabile, è diventato ai miei occhi uno dei simboli di una politica incapace di concepire un futuro che non passi attraverso nuovi conflitti.
Non intendo mettere sullo stesso piano tutte le responsabilità, le cause o le circostanze di guerre differenti. Ma rifiuto l’idea che i cittadini debbano considerare inevitabile un mondo nel quale i governanti decidono di bombardare, invadere e minacciare mentre alle popolazioni viene chiesto soltanto di pagare, soffrire e tacere.
Non è una questione di appartenenza alla destra o alla sinistra. È una questione di limiti del potere, di responsabilità davanti ai cittadini, di rispetto per la vita umana. Nessun capo di Stato dovrebbe sentirsi così grande da considerare sacrificabili le esistenze degli altri.
E nessuna democrazia dovrebbe abituarsi all’idea che la forza conti più del diritto.
Quando la gente si stufa, la storia cambia
Per questo considero la vittoria di Lula in Brasile e quella degli studenti in Serbia due notizie politicamente straordinarie. Non perché garantiscano un futuro migliore, né perché chi ha vinto sia immune da errori, contraddizioni o responsabilità. Ma perché dimostrano che il potere può ancora essere sfidato e sconfitto attraverso gli strumenti della democrazia.
I cittadini brasiliani hanno scelto Lula, nonostante la pressione politica e la forza del bolsonarismo. Gli studenti serbi hanno trasformato quasi due anni di mobilitazione in un risultato elettorale capace di interrompere un lungo dominio politico. Sono fatti che dovrebbero ricordare a tutti, soprattutto a chi si crede indispensabile, che nessuna leadership è eterna.
Ed è qui che il comportamento di Flávio Bolsonaro diventa particolarmente odioso. Milioni di persone si sono recate alle urne, hanno espresso una preferenza e hanno affidato alle istituzioni il compito di contarla. Lui, anziché riconoscere la volontà degli elettori, pretende di rimettere in discussione l’intero risultato. Non gli basta aver ricevuto decine di milioni di voti: vorrebbe che quelli ottenuti dal suo avversario contassero meno.
Bolsonaro e l’arroganza del potere, vince chi urla di più
È l’arroganza di chi pensa che la democrazia sia uno strumento da utilizzare finché conviene e da screditare quando smette di servire.
Eppure la lezione che arriva da Brasilia e Belgrado è esattamente opposta a quella che i nuovi aspiranti uomini forti vorrebbero impartirci. I cittadini non sono sudditi, gli elettori non sono comparse e le istituzioni non sono proprietà personali. Si può governare per anni, controllare apparati, dominare il dibattito pubblico, riempire le piazze di sostenitori e convincersi che nessuno potrà mai prendere il proprio posto. Poi arriva il momento in cui le persone decidono che ne hanno abbastanza.
Io credo che quel momento stia maturando in molte parti del mondo. Non sarà un processo lineare, non avrà ovunque gli stessi protagonisti e non produrrà necessariamente gli stessi risultati. Ma c’è una domanda che accomuna chi contesta l’arroganza dei potenti, chi protesta contro la corruzione, chi rifiuta le guerre e chi non vuole più sentirsi trattare come un suddito: perché dovremmo continuare a consegnare il nostro futuro a persone che non rispettano nemmeno il nostro diritto di scegliere?
Flávio Bolsonaro può contestare le elezioni nelle sedi previste dalla legge. Quello che non può pretendere è che la sua sconfitta cancelli la volontà di milioni di brasiliani. Suo padre ha già tentato di mettere il potere al di sopra delle urne, e la giustizia gli ha presentato il conto.
Il figlio farebbe bene a imparare almeno questo dalla storia della propria famiglia: le elezioni non sono un contratto che vale soltanto quando si vince.
Perché quando la gente si stufa davvero, non basta più un cognome, una bandiera o un uomo forte a fermarla. Quando la gente si stufa, la storia cambia.







