Quei graffi sulle braccia di Alberto Stasi non erano insanguinati. E soprattutto, per il maresciallo che li osservò, non avevano alcuna importanza. Roberto Pennini, tra i primi carabinieri a intervenire nella villetta di Chiara Poggi il 13 agosto 2007, torna su uno dei dettagli più discussi del delitto di Garlasco e smentisce una ricostruzione che continua a circolare da anni: «Non ho mai detto che fossero insanguinati».
L’ex sottufficiale chiarisce che si trattava di arrossamenti, segni talmente poco evidenti da richiedere uno sguardo ravvicinato. Ma le sue parole riportano al centro dell’attenzione anche un’altra circostanza: nessuno fotografò le braccia di Stasi, nonostante Pennini avesse suggerito a un collega di documentare quei segni una volta rientrati in caserma.
«Per me quei graffi erano insignificanti»
Pennini ripercorre l’episodio e spiega perché non insistette affinché i colleghi fotografassero le braccia dell’allora fidanzato di Chiara Poggi.
«Poi non so perché non gliele abbiano fatte, io sinceramente non ci ho più pensato a quella cosa perché per me erano insignificanti», racconta l’ex maresciallo.
Il dettaglio dei graffi tornò a emergere nel 2014, durante gli approfondimenti che accompagnarono il processo d’appello bis a carico di Stasi. Pennini ne parlò davanti alla sostituta procuratrice generale di Milano Laura Barbaini, ma precisa che il ricordo riaffiorò soltanto alla seconda convocazione.
«Quando ci aveva sentito la dottoressa Barbaini erano usciti proprio il giorno prima degli articoli sulla stampa in cui dicevano che erano stati notati questi graffi sul braccio di Stasi», spiega.
A quel punto ricordò di essersi avvicinato al braccio del giovane per distinguere meglio i segni. La descrizione che fornisce oggi è precisa: arrossamenti, non graffi sanguinanti.
I primi due carabinieri entrarono senza calzari
L’ex maresciallo affronta anche la questione delle protezioni utilizzate durante il primo sopralluogo nella villetta di via Pascoli, un altro aspetto che continua ad alimentare interrogativi sulla conservazione della scena del crimine.
«Sono entrati senza i calzari i miei primi due colleghi, dal terzo in poi, dove il terzo ero io, abbiamo usato i calzari e i guanti, perché mi avevano spiegato cosa c’era all’interno», chiarisce Pennini.
La dottoressa del 118 e l’infermiere, aggiunge, indossavano entrambi i calzari. Dunque, secondo il suo racconto, soltanto i primi due militari entrarono nella casa senza protezioni ai piedi.
Pennini rivendica inoltre la qualità delle prime immagini della scena del delitto, che scattò personalmente prima che aumentasse il numero delle persone presenti nell’abitazione.
«Le foto le ho fatte io e quelle nel primo momento dovrebbero essere le più genuine, perché non c’era grande calpestio, solo quello dei miei due colleghi».
Le fotografie mai scattate e il ricordo riaffiorato sette anni dopo
Resta il particolare delle braccia di Stasi. Pennini sostiene di aver indicato a un collega di fotografarle in caserma, ma non sa spiegare perché quelle immagini non arrivarono mai.
La sua testimonianza distingue quindi tre elementi: i segni che ricorda di aver osservato, la scarsa importanza che attribuì loro nell’immediatezza e l’assenza di una documentazione fotografica che permetta oggi di esaminarli direttamente.
Soprattutto, l’ex maresciallo respinge l’aggettivo che ha accompagnato molte ricostruzioni successive. Non ricorda sangue sulle braccia di Stasi e non sostiene di averlo mai riferito agli investigatori. Per lui erano soltanto arrossamenti, un dettaglio che all’epoca giudicò trascurabile e che sette anni dopo tornò al centro delle domande della magistratura.







