Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance parla della fine del mondo, dell’opera di Dio e della possibilità che le sue stesse azioni possano contribuire ad avvicinare la «fine dei tempi». Parole destinate inevitabilmente a fare rumore, soprattutto perché pronunciate dall’uomo che occupa una delle posizioni politiche più importanti degli Stati Uniti e che potrebbe rappresentare il futuro del movimento conservatore americano dopo Donald Trump.
Vance ha affrontato l’argomento durante un’intervista con Bryce Crawford, conduttore evangelico di appena 22 anni seguito da oltre un milione di persone su YouTube. Il terreno è quello della fede cristiana e delle profezie sulla fine dei tempi, tema particolarmente presente in alcuni settori dell’evangelismo americano.
Il vicepresidente non sostiene di conoscere quando arriverà l’Apocalisse. Anzi, mette in guardia dal trasformare la profezia in un’ossessione. Ma quando il discorso arriva al rapporto tra le proprie azioni, Dio e il destino dell’umanità, la risposta diventa decisamente più sorprendente.
Vance: «Sto facendo il possibile per Dio»
«Credo che siamo negli ultimi tempi? Non lo so», spiega Vance. E aggiunge: «Sebbene ne sia affascinato, penso che concentrarsi troppo su questo tema possa essere molto dannoso». Fin qui, una posizione prudente. Poi arriva il passaggio destinato a diventare il centro politico dell’intervista.
Il vicepresidente sostiene di stare facendo «il più possibile per Dio» e affronta quindi le conseguenze ultime delle proprie azioni: se ciò che sta facendo «porterà alla fine dei tempi, bene», afferma. Se invece contribuirà «a costruire un mondo migliore che prosperi e sopravviva a lungo dopo la mia scomparsa», anche questo «sarà fantastico».
Il ragionamento di Vance va dunque letto nel suo complesso. Il vicepresidente non annuncia l’imminenza della fine del mondo e non sostiene di volerla provocare. Al contrario, dice esplicitamente di non sapere se l’umanità stia vivendo gli ultimi tempi e considera potenzialmente pericoloso concentrarsi eccessivamente sull’argomento.
Resta però la forza di una frase pronunciata da uno degli uomini più potenti d’America: se il risultato dell’azione compiuta nel nome di Dio fosse la fine dei tempi, per Vance andrebbe comunque bene.
La religione sempre più centrale nella politica di Vance
Le dichiarazioni acquistano un peso particolare per il ruolo istituzionale di chi le pronuncia. Vance non è un predicatore e neppure semplicemente un esponente della destra religiosa americana: è il vicepresidente degli Stati Uniti. La fede occupa da tempo un posto importante nella sua identità pubblica e politica. In questa occasione, però, il discorso entra direttamente in uno dei territori più delicati della tradizione cristiana: quello escatologico, cioè relativo al destino ultimo dell’uomo e del mondo.
Negli Stati Uniti il tema ha anche una dimensione politica. L’interpretazione delle profezie bibliche, il ritorno di Cristo e la fine dei tempi hanno storicamente un peso in alcune componenti del mondo evangelico conservatore, una parte importante dell’elettorato repubblicano. Per questo una conversazione che, isolata dal contesto, potrebbe apparire semplicemente teologica diventa inevitabilmente politica quando a pronunciare quelle parole è il numero due della Casa Bianca.
Il vicepresidente però frena sull’Apocalisse
C’è un passaggio che impedisce di trasformare le dichiarazioni di Vance in una proclamazione apocalittica. È lo stesso vicepresidente a mettere un limite netto alle interpretazioni. Alla domanda se ritenga che l’umanità sia arrivata alla fine dei tempi, risponde semplicemente: «Non lo so».
Vance ammette di essere affascinato dall’argomento, ma considera dannoso costruire la propria esistenza attorno all’attesa della fine. La prospettiva che propone è differente: agire secondo ciò che considera giusto e lasciare a Dio il giudizio sulle conseguenze ultime. Da qui nasce anche l’altra metà della sua risposta, molto meno apocalittica: Vance dice infatti di voler contribuire alla costruzione di «un mondo migliore» capace di prosperare anche molto tempo dopo la sua morte. Due scenari radicalmente opposti, la fine dei tempi oppure un futuro destinato a durare per generazioni, ricondotti però alla stessa convinzione religiosa.
Tra fede personale e responsabilità politica
È proprio questa sovrapposizione a rendere le dichiarazioni politicamente sensibili. Quando un vicepresidente americano parla dell’eventualità della fine dei tempi, le parole inevitabilmente escono dal recinto della fede personale.
Vance è uno dei protagonisti dell’amministrazione statunitense e partecipa alle decisioni di una potenza nucleare impegnata nei principali dossier geopolitici del pianeta. Ogni riferimento all’Apocalisse pronunciato da quella posizione assume quindi un significato completamente diverso rispetto allo stesso ragionamento espresso da un comune cittadino o da un religioso.
Il vicepresidente, tuttavia, sembra voler prevenire proprio la lettura più estrema: non pretende di conoscere il disegno divino, non annuncia l’Apocalisse e afferma esplicitamente di voler lasciare dietro di sé un mondo migliore e duraturo. Rimane una frase difficilmente destinata a passare inosservata: «Se ciò porterà alla fine dei tempi, bene». E quando a pronunciarla è il vicepresidente degli Stati Uniti, una discussione sulla teologia smette inevitabilmente di essere soltanto una discussione sulla teologia.







