Lele Adani travolto dalle critiche prima di Argentina-Spagna: «La Rai sembra Tele Buenos Aires, preparate i tappi»

Lele Adani

Lele Adani non commenta l’Argentina. La vive, la soffre, la invoca e, soprattutto, la urla. Ogni volta che Messi e compagni segnano, la telecronaca della Rai sembra trasformarsi in una succursale televisiva di Buenos Aires, con Alberto Rimedio costretto a governare accanto a sé un’eruzione sudamericana in cuffia. Alla vigilia della finale mondiale tra Argentina e Spagna, il commentatore tecnico della televisione pubblica è diventato un caso nazionale.

Dopo l’ennesima esultanza incontenibile durante Argentina-Inghilterra, i social si sono riempiti di proteste e ironie, mentre Maurizio Crosetti su Repubblica gli ha dedicato un editoriale dal titolo inequivocabile: «Adani, l’uomo che ha trasformato la Rai in Tele Buenos Aires». Il problema non è soltanto il volume della voce. È l’impressione, sempre più difficile da nascondere, che il commentatore del servizio pubblico smetta di raccontare la partita e cominci a tifarla.

Quando segna l’Argentina, la telecronaca diventa un’invocazione

Adani non ha mai nascosto il proprio amore per il calcio sudamericano. Ne celebra la tecnica, la passione, la sofferenza, la strada, il popolo e naturalmente la «garra», parola diventata ormai il rosario laico di ogni sua telecronaca. Finché la partita rimane in equilibrio, l’ex difensore analizza movimenti, pressioni, linee di passaggio e occupazione degli spazi. La competenza non gli manca e proprio questo rende il fenomeno più curioso: Adani potrebbe limitarsi a spiegare molto bene il calcio, ma quando l’Argentina segna qualcosa si rompe.

Parte allora il flusso di coscienza. La voce sale, le frasi si allungano, Messi smette di essere un calciatore e diventa una manifestazione ultraterrena. L’azione appena conclusa non viene più descritta: viene celebrata. Durante il Mondiale questa trasformazione si è ripetuta abbastanza spesso da diventare prevedibile. Il gol argentino arriva e, ancora prima del replay, milioni di telespettatori sanno che nelle loro case entrerà l’urlo di Adani.

Dopo la partita contro l’Inghilterra, numerosi commenti online hanno accusato la telecronaca di essere apertamente schierata e quindi incompatibile con il ruolo della Rai. La polemica è ormai arrivata anche agli addetti ai lavori, mentre l’azienda sembra intenzionata a confermare la coppia formata da Alberto Rimedio e Adani anche per la finalissima.

Da esperto di calcio a personaggio che interpreta sé stesso

Il paradosso è che Adani conosce davvero la materia. Ha giocato in Serie A, ha studiato tattica, possiede una capacità di lettura superiore a quella di molti ex calciatori passati direttamente dal campo al microfono. Roberto Mancini aveva persino pensato a lui come possibile collaboratore tecnico in Nazionale. Adani ha però scelto la comunicazione, diventando prima opinionista televisivo e poi protagonista di trasmissioni, dirette social e podcast nei quali il calcio viene raccontato come una forma di filosofia epica.

Il successo di quel linguaggio ha finito per trasformarlo in un personaggio. Adani non può più limitarsi a dire che un centrocampista ha recuperato il pallone: deve raccontare il sacrificio, il coraggio e la ribellione dell’uomo contro il destino. Non può descrivere un dribbling: deve trovare al gesto un significato morale.

E soprattutto non può più abbassare la voce. Il pubblico si aspetta l’esplosione, i social aspettano il video e lui sembra sentirsi obbligato a offrire ogni volta un Adani ancora più adaniano. La passione, quando diventa una posa ripetuta, rischia però di produrre l’effetto opposto. Non contagia più: stanca. E la telecronaca, invece di accompagnare la partita, comincia a competere con ciò che accade in campo.

L’incubo della finale tra Argentina e Spagna

Ora arriva la prova definitiva. Domenica l’Argentina del cuore di Adani affronterà la Spagna nella finale del Mondiale. Da una parte la Selección, Messi e tutto l’immaginario calcistico che il commentatore celebra da anni. Dall’altra una squadra che parla la stessa lingua del suo racconto preferito e che offre altrettanta tecnica, palleggio e retorica del calcio vissuto come cultura.

Per Alberto Rimedio si annuncia una serata impegnativa. Dovrà raccontare una finale mondiale e, contemporaneamente, impedire che il collega trasformi il servizio pubblico in una curva argentina con il microfono aperto. Crosetti suggerisce ironicamente di preparare i tappi per le orecchie e chiudere il gatto in bagno. Il rischio, per gli spettatori neutrali, è infatti di trovarsi davanti a una telecronaca nella quale l’Argentina gioca la finale e la Rai sembra aver già scelto da quale parte stare.

Il confronto con lo stile dei grandi telecronisti del passato è inevitabile. Nando Martellini e Bruno Pizzul riuscivano a trasmettere emozione senza sovrapporsi all’evento. Anche Stefano Bizzotto, appena congedatosi dal pubblico prima della pensione, ha costruito la propria carriera sulla precisione e sulla capacità di lasciare parlare le immagini.

Adani ha scelto la strada opposta: riempie ogni spazio, interpreta ogni gesto e trasforma ogni gol in un manifesto. È il motivo per cui alcuni lo adorano e molti altri non lo sopportano più. Domenica potrebbe finalmente contenersi, ricordando di essere il commentatore tecnico della Rai e non il capo ultras della Selección. Ma se l’Argentina dovesse segnare al novantesimo, il gatto farebbe bene a nascondersi da solo.