Marina Berlusconi frena Meloni sulla nuova legge elettorale: Forza Italia prende tempo e il centrodestra scricchiola

Marina Berlusconi

Non è il pranzo a preoccupare Palazzo Chigi, ma il conto. Giorgia Meloni sembra intenzionata a presentarlo subito, senza nemmeno aspettare il caffè: la nuova legge elettorale. La presidente del Consiglio vuole accelerare, chiudere la partita alla Camera entro l’estate e poi blindare il testo al Senato a settembre, magari con la fiducia. Tradotto: la riforma del voto deve arrivare in porto in fretta, senza troppi margini per imboscate, mediazioni infinite o guerre di posizione dentro la maggioranza.

Il problema è che proprio dentro la maggioranza qualcuno comincia a frenare. E il freno più delicato arriva da Forza Italia, dove Antonio Tajani continua a professare lealtà alla premier, ma intanto invita alla cautela. Dietro di lui si muove la famiglia Berlusconi, con Marina in prima linea e Gianni Letta nel ruolo che conosce meglio: quello del consigliere silenzioso che non alza mai la voce, perché non ne ha bisogno.

Meloni vuole blindare la riforma del voto

La premier ha fretta. La legge elettorale è il dossier più politico di tutti, quello che può decidere non solo la prossima campagna elettorale, ma anche gli equilibri della futura legislatura. Per Meloni, approvare il nuovo sistema significa mettere al sicuro il centrodestra, evitare sorprese e costringere gli alleati a restare dentro uno schema chiaro.

A Montecitorio le audizioni sono appena iniziate, i costituzionalisti sfilano in commissione e il testo deve ancora attraversare il passaggio parlamentare più delicato. Ma a Palazzo Chigi il calendario ideale sarebbe già scritto: primo sì alla Camera prima della pausa estiva, approvazione rapida al Senato a settembre, senza riaprire il cantiere.

È proprio questo il punto che agita gli alleati. Perché una legge elettorale blindata è sempre una prova di forza. E le prove di forza funzionano solo se tutti hanno davvero interesse a seguirti fino in fondo.

Marina Berlusconi e la tentazione del centro

Il vero nervo scoperto è Forza Italia. Meloni sa che senza Tajani la riforma rischia di diventare una trappola. Il leader azzurro, però, appare meno sereno di quanto voglia mostrare. Su di lui pesa la pressione della famiglia Berlusconi, che chiede prudenza, cioè tempo. E in politica, quando qualcuno chiede tempo, spesso significa che non vuole essere chiuso in un angolo.

Marina Berlusconi guarda alla prossima legislatura con un obiettivo preciso: non consegnare Forza Italia mani e piedi alla destra meloniana. L’idea, nemmeno troppo nascosta, è tenere aperta una possibile rotta verso il centro, soprattutto se il risultato elettorale dovesse produrre un equilibrio meno netto del previsto. Un pareggio, o anche solo una vittoria non autosufficiente di Meloni, potrebbe riaprire tutti i giochi.

Non solo sul governo. Anche sul Quirinale. Perché la prossima elezione del capo dello Stato sarà la vera partita di sistema. E Forza Italia, se riuscisse a restare ago della bilancia, potrebbe tornare a distribuire carte molto pesanti.

Tajani dice sì, ma senza strappi

Tajani, ufficialmente, non rompe. Anzi: confermerà la sua lealtà alla premier. Ma la formula è piena di avvertenze. Sì alla riforma, purché non diventi una prova muscolare. Sì al superamento dello stallo, ma senza regalare alle opposizioni sei mesi di accuse al “golpe”. Sì al percorso parlamentare, ma con qualche apertura al dialogo.

È una linea apparentemente ragionevole, ma politicamente molto significativa. Perché dice a Meloni che Forza Italia non vuole essere trattata come un notaio. Vuole discutere, correggere, pesare. E soprattutto non vuole farsi trascinare in una riforma percepita come troppo cucita sugli interessi di Fratelli d’Italia.

Gianni Letta torna a muoversi

In questi giorni si è mosso anche Gianni Letta, con la consueta discrezione. Un segnale che a Roma si traduce facilmente: quando Letta entra in campo, il dossier è serio. La riunione convocata da Tajani con Enrico Costa e Stefano Benigni, custode del dossier sul cosiddetto “Stabilicum”, va letta in questo quadro.

Anche Nazario Pagano, presidente forzista della commissione Affari costituzionali della Camera, apre a possibili correzioni, purché dalle opposizioni arrivi almeno «qualche segnale di fumo». Una formula diplomatica per dire che il testo non è intoccabile. E questo, per Meloni, è già un messaggio.

La Lega resta defilata

Matteo Salvini osserva. Non applaude, non attacca, non si mette di traverso. Per ora resta in disparte, che in questa fase è forse la postura più conveniente. Ma anche dentro la Lega il dossier non è indolore. Al Nord serpeggiano malumori per l’eventuale addio agli uninominali, ai quali molti amministratori e parlamentari restano legati.

Gli uninominali, per la Lega territoriale, non sono solo un meccanismo tecnico. Sono il rapporto diretto con il territorio, il candidato riconoscibile, il pezzo di radicamento locale che sopravvive anche quando il vento nazionale non soffia dalla parte giusta. Abbandonarli significa consegnarsi ancora di più alle logiche dei partiti nazionali e dei listini decisi dall’alto.

Il rischio di una riforma che divide il centrodestra

La nuova legge elettorale dovrebbe servire a rafforzare la maggioranza. Ma, se gestita male, rischia di mostrare tutte le crepe del centrodestra. Fratelli d’Italia vuole consolidare il proprio primato. Forza Italia vuole evitare di diventare una dependance meloniana. La Lega vuole capire quanto spazio le resterà nei territori. Ognuno guarda al testo, ma in realtà pensa al dopo.

E il dopo non riguarda soltanto le prossime elezioni. Riguarda la forma del centrodestra negli anni a venire. Un’alleanza guidata stabilmente da Meloni o una coalizione in cui gli alleati conservano margini di movimento? Un blocco politico compatto o una maggioranza destinata a riaprirsi verso il centro se i numeri lo consentiranno?

La partita vera è il potere dopo il voto

È per questo che la riforma elettorale pesa tanto. Non è un tecnicismo per addetti ai lavori, non è una questione da commissione. È la cornice dentro cui si giocheranno governo, Parlamento e Quirinale. Meloni lo sa. Marina Berlusconi pure. Tajani prova a non farsi schiacciare. Salvini aspetta di capire dove convenga stare.

A Palazzo Chigi la premier vorrebbe chiudere in fretta, ma il conto rischia di essere più salato del previsto. Perché una cosa è approvare una legge elettorale quando gli alleati hanno paura di restare fuori. Un’altra è farlo quando cominciano a immaginare che, forse, il futuro possa passare anche da un’altra porta.