Oggi, 3 novembre 2026, gli americani tornano alle urne per decidere molto più della composizione del Congresso. Le elezioni di metà mandato diventano un referendum politico su Donald Trump, sul suo secondo mandato alla Casa Bianca e sulla capacità dei repubblicani di conservare il controllo di Washington. In palio ci sono 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 seggi del Senato e 36 governatorati, ma soprattutto gli equilibri di potere che accompagneranno il presidente fino alle elezioni del 2028.
La partecipazione ha già raggiunto numeri impressionanti. Secondo i dati raccolti da Nbc News, oltre 54 milioni di cittadini hanno votato in anticipo, di persona oppure per posta: sette milioni in più rispetto alle precedenti elezioni di metà mandato del 2022. Negli Stati che registrano l’affiliazione partitica degli elettori, i democratici hanno mobilitato 10,7 milioni di votanti contro i 7,8 milioni dei repubblicani. Numeri che raccontano una forte partecipazione, senza però anticipare necessariamente il risultato delle urne.
Trump sotto esame: carovita, guerra con l’Iran e popolarità al 38%
Il presidente arriva all’appuntamento elettorale con un indice medio di gradimento del 38% e una serie di questioni che pesano sul giudizio degli americani. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari e della benzina alimenta il malcontento, mentre la guerra con l’Iran, che dura ormai da otto mesi, continua a dividere l’opinione pubblica. A questi temi si aggiungono le polemiche sulla gestione del governo federale e le accuse di conflitti d’interesse e corruzione che i democratici rivolgono all’amministrazione.
Trump ha trasformato personalmente le elezioni in un giudizio sulla propria leadership, invitando ripetutamente gli elettori a comportarsi come se il suo nome comparisse sulle schede. Negli ultimi trenta giorni ha partecipato a 27 eventi elettorali in 19 Stati, un impegno superiore a quello dei suoi predecessori nelle campagne per le elezioni di metà mandato.
La strategia punta a mobilitare l’elettorato conservatore e a difendere candidati che il presidente ha sostenuto direttamente, tra cui Ken Paxton, impegnato nella corsa al Senato in Texas. Ma proprio la centralità di Trump nella campagna potrebbe trasformare eventuali sconfitte repubblicane in un problema politico per la sua leadership.
Camera dei rappresentanti, ai democratici bastano tre seggi
La battaglia più immediata riguarda la Camera dei rappresentanti, dove i repubblicani difendono una maggioranza estremamente risicata. Ai democratici basta conquistare tre seggi per ribaltare gli equilibri e assumere il controllo dell’assemblea.
Il partito d’opposizione ha concentrato la campagna anche su distretti tradizionalmente repubblicani, compresi territori nei quali Trump aveva ottenuto vantaggi a doppia cifra nelle presidenziali del 2024. I democratici puntano a sfruttare il malcontento economico e la mobilitazione degli elettori contrari alla Casa Bianca.
Una maggioranza democratica alla Camera cambierebbe immediatamente i rapporti con l’amministrazione. Il Congresso potrebbe bloccare una parte dell’agenda legislativa presidenziale e, soprattutto, aprire nuove indagini parlamentari sulla gestione del governo, sugli interessi economici della famiglia Trump e sull’utilizzo dei poteri federali.
I democratici potrebbero convocare funzionari, richiedere documenti e sottoporre l’amministrazione a un controllo parlamentare molto più aggressivo. Non avrebbero però la possibilità di trasformare autonomamente le proprie proposte in legge senza il consenso del Senato e del presidente.
Resta inoltre un problema interno all’opposizione: alcuni deputati dell’ala più progressista hanno già subordinato il sostegno a Hakeem Jeffries, possibile futuro speaker della Camera, a precise concessioni politiche. Una maggioranza troppo stretta potrebbe quindi rendere complicata anche la gestione dei rapporti all’interno del Partito democratico.
Senato, i repubblicani difendono il vantaggio di 53 a 47
La partita più difficile per i democratici riguarda il Senato, dove i repubblicani partono da una maggioranza di 53 seggi contro 47. Per ottenere il controllo dell’assemblea, l’opposizione deve conquistare almeno quattro seggi aggiuntivi, perché in caso di parità il vicepresidente degli Stati Uniti dispone del voto decisivo.
Fino a pochi mesi fa, il Partito repubblicano sembrava avviato a difendere senza particolari difficoltà la propria maggioranza. L’autunno ha però modificato il quadro dei sondaggi, costringendo il partito di Trump a impegnare risorse economiche e organizzative anche in Stati considerati relativamente sicuri.
Le sfide più delicate comprendono Maine, North Carolina e Ohio, ma i repubblicani devono difendersi anche in Texas, Alaska, Iowa e Kansas. Il partito ha intensificato gli investimenti persino in Stati tradizionalmente conservatori come South Carolina e Mississippi.
Il Michigan rappresenta invece una delle principali opportunità repubblicane di conquistare un seggio attualmente democratico. Qui le divisioni interne al Partito democratico hanno complicato la campagna di Abdul El-Sayed, creando un terreno favorevole agli avversari.
La conquista del Senato avrebbe conseguenze ancora più profonde rispetto a quella della Camera. I democratici potrebbero ostacolare la conferma dei candidati scelti da Trump per incarichi federali di primo piano e incidere direttamente sulle future nomine alla Corte suprema, qualora si liberasse un seggio.
Impeachment e inchieste: cosa cambierebbe con un Congresso democratico
Una vittoria dell’opposizione in entrambe le Camere aprirebbe una fase di confronto istituzionale particolarmente duro. I democratici hanno già annunciato l’intenzione di approfondire le attività dell’amministrazione Trump, gli interessi finanziari della famiglia presidenziale e le decisioni con cui la Casa Bianca ha riorganizzato diversi settori del governo federale.
La Camera potrebbe inoltre avviare una nuova procedura di impeachment contro il presidente. L’eventuale messa in stato d’accusa richiederebbe la maggioranza semplice dei deputati, mentre per arrivare alla rimozione dall’incarico servirebbe il voto favorevole dei due terzi del Senato, una soglia che gli attuali equilibri politici rendono estremamente difficile raggiungere.
Il potere più concreto dell’opposizione consisterebbe quindi nella capacità di condurre indagini, convocare audizioni e ostacolare le iniziative legislative e le nomine dell’amministrazione.
Trump ha fatto ampio ricorso agli ordini esecutivi durante il secondo mandato, riducendo il peso del normale percorso legislativo. Una maggioranza democratica potrebbe comunque utilizzare gli strumenti parlamentari, le decisioni di bilancio e le procedure di conferma per esercitare una pressione costante sulla Casa Bianca.
Il rischio di contestazioni e ricorsi dopo il voto
Un altro interrogativo riguarda la reazione del presidente qualora i repubblicani subissero una sconfitta significativa. Da mesi i democratici denunciano il rischio di nuove contestazioni sulla regolarità delle elezioni, richiamando le precedenti controversie sui risultati elettorali.
In Alaska è già esploso un caso particolare. Trump ha chiesto al dipartimento di Giustizia di intervenire sulla certificazione dei risultati nell’eventualità di una sconfitta del senatore repubblicano uscente con uno scarto inferiore ai voti raccolti da un candidato dal nome quasi identico. Un giudice ha però archiviato il caso, mentre lo stesso senatore repubblicano ha dichiarato che accetterà l’esito delle urne anche in caso di sconfitta.
Il sistema elettorale americano affida agli Stati la gestione e la certificazione dei risultati. Eventuali riconteggi, contestazioni e ricorsi potrebbero quindi prolungare l’incertezza nei collegi più combattuti, soprattutto qualora gli scarti risultassero particolarmente ridotti.
Le midterm decidono anche il futuro del Partito repubblicano
Il voto del 3 novembre riguarda anche gli equilibri interni al Partito repubblicano in vista delle presidenziali del 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo, ma intende conservare un ruolo centrale nella scelta del suo successore e nella definizione della linea politica del partito.
Un risultato favorevole ai repubblicani gli consentirebbe di rivendicare l’efficacia della propria mobilitazione elettorale e di consolidare il peso politico dei candidati a lui più vicini. Una perdita significativa di seggi, invece, potrebbe riaprire il confronto tra le diverse anime del partito e incoraggiare alcuni esponenti conservatori a prendere le distanze dalle scelte della Casa Bianca.
Gli americani votano dunque per eleggere deputati, senatori e governatori, ma il significato politico dell’appuntamento supera i confini dei singoli Stati. Il risultato determinerà quanto spazio di manovra avrà Donald Trump negli ultimi due anni del suo mandato e quale Congresso dovrà affrontare fino al 2028.







