Nordio chiude la porta: l’abuso d’ufficio non torna e ora il ministro sdogana pure le “mazzette modeste”

Carlo Nordio non lascia spiragli, l’abuso d’ufficio, cancellato dal governo, non tornerà. E il ministro della Giustizia lo dice alla Camera con una formula che non ammette interpretazioni: “La risposta sull’introduzione del reato di abuso di ufficio è nettamente negativa”. Una chiusura secca, politica prima ancora che tecnica, che mette un punto – almeno nelle intenzioni del governo – a una delle questioni più controverse degli ultimi mesi.

Il Guardasigilli respinge così le pressioni di chi chiede di rimettere mano alla norma anche per evitare possibili problemi sul piano europeo. E lo fa rilanciando: secondo Carlo Nordio, l’Italia ha già un apparato anticorruzione talmente ampio e sofisticato da non aver bisogno dell’abuso d’ufficio. Anzi, sostiene che proprio Bruxelles avrebbe preso atto della solidità dell’arsenale repressivo e preventivo italiano.

Nordio blinda la cancellazione dell’abuso d’ufficio

Il cuore politico del suo intervento sta qui. Carlo Nordio non difende soltanto la scelta fatta: la trasforma in una bandiera. Rivendica che la Corte costituzionale abbia confermato la discrezionalità degli Stati nel costruire i propri strumenti di contrasto alla corruzione e insiste sul fatto che l’Italia possiede già un sistema molto più ricco di quello di altri Paesi europei.

Per rendere l’idea, il ministro cita reati che all’estero faticherebbero persino a comprendere, come la concussione per induzione o la turbativa d’asta. E snocciola un numero preciso: ben 17 articoli che compongono il pacchetto normativo contro la corruzione. Tradotto: per il governo il reato di abuso d’ufficio non serve, perché il sistema dispone già di strumenti sufficienti.

Il messaggio all’Europa: “Siamo già coperti”

Nordio punta molto anche sul piano internazionale. Vuole chiudere il dossier europeo prima ancora che diventi un problema politico più grande e dice di aver già dimostrato a Bruxelles che l’Italia rispetta pienamente gli obiettivi anticorruzione. Il messaggio è chiaro: nessuna retromarcia, nessuna correzione, nessun passo indietro.

È una posizione che ribalta completamente la lettura delle opposizioni e di parte del mondo giuridico, convinti invece che l’eliminazione dell’abuso d’ufficio abbia aperto un vuoto pericoloso. Ma il ministro sceglie di non arretrare di un millimetro e anzi rilancia l’idea che il problema non stia nelle norme tolte, ma semmai nella capacità di applicare bene quelle già esistenti.

Il caso delle “mazzette modeste” e la nuova miccia politica

Come se non bastasse, Carlo Nordio alza ancora la temperatura del dibattito quando affronta il tema della “modestia” o “tenuità” del prezzo della corruzione. La questione nasce da una interrogazione che richiama alcune sue affermazioni precedenti e il ministro decide di difenderle senza girarci troppo attorno.

Il ragionamento che propone è questo: se il codice penale utilizza concetti come “tenuità del fatto” o “modesta quantità” perfino in ambiti delicatissimi come la droga, allora non ci sarebbe nulla di scandaloso nell’applicare lo stesso vocabolario anche alle cosiddette mazzette o al pretium sceleris della corruzione. Una frase che, inevitabilmente, fa esplodere di nuovo la polemica. Perché in un Paese già segnato da un rapporto tormentato con il tema della corruzione, evocare la possibilità di distinguere anche la “modestia” della mazzetta significa toccare un nervo scopertissimo.

Un linguaggio che pesa quanto una norma

Il punto, infatti, non è soltanto tecnico. È politico e simbolico. Quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio usa parole come “modestia” e “tenuità” accostandole alla corruzione, il messaggio che arriva fuori dall’Aula è molto più forte del ragionamento giuridico che lui prova a costruire. E il rischio è quello di offrire un’immagine ancora più permissiva di un impianto già accusato da molti di essersi alleggerito troppo.

Nordio, dal suo punto di vista, prova a normalizzare un lessico già presente nel codice. Ma l’effetto mediatico e politico è l’opposto: sembra quasi sdoganare l’idea che esista una corruzione minore, quasi tollerabile, o comunque meno allarmante. Ed è proprio qui che l’opposizione trova terreno fertile per attaccare.

Giustizia civile, mediazione e Pnrr

Accanto al fronte penale, Nordio prova anche a spostare il discorso su un terreno più rassicurante, quello della giustizia civile e degli obiettivi del Pnrr. Rivendica i risultati già raggiunti sullo smaltimento dell’arretrato e parla di percentuali molto alte, superiori all’86% sia nei tribunali sia nelle Corti d’Appello.

Il ministro insiste anche sulla mediazione e sulle procedure conciliative, che considera strumenti da rafforzare per ridurre i tempi dei processi civili e alleggerire un peso che, a suo dire, incide per circa il 2% sul Pil. Qui il tono cambia: meno ideologico, più pragmatico. E non manca il ringraziamento alla magistratura, che – almeno su questo terreno – Nordio riconosce come protagonista dello sforzo di efficienza.

I magistrati over 70 e il piano per spingere la produttività

Nel pacchetto delle misure evocate dal ministro entra anche la possibilità per i magistrati ultrasettantenni di restare in servizio fino a 75 anni. L’obiettivo dichiarato è semplice: aumentare la produttività e continuare a smaltire l’arretrato. Una misura che si inserisce nella più ampia strategia di aggiustamento del sistema giustizia in chiave Pnrr e che il governo presenta come necessaria per non perdere il passo sugli impegni europei.

Ma è evidente che, per quanto rilevanti, questi temi finiscono in secondo piano rispetto alla bomba politica dell’abuso d’ufficio e delle “mazzette modeste”. Perché è lì che Nordio ha scelto di mettere il suo sigillo, riaprendo uno scontro che sembrava già infuocato e che invece adesso torna a divampare.

In definitiva, il ministro Carlo Nordio ha voluto mandare un messaggio molto chiaro: il governo non correggerà la sua riforma e non tornerà indietro sotto pressione. Però nel farlo ha usato parole e argomenti che rischiano di complicare ancora di più il clima. E quando si parla di giustizia, corruzione e reati dei pubblici ufficiali, il confine tra certezza politica e autogol comunicativo è sempre molto più sottile di quanto sembri.