Hormuz, i pasdaran colpiscono le navi di Msc: la pista della ritorsione contro gli Aponte incendia lo Stretto

Stretto di Hormuz @lacapitalenews.it

Nello Stretto di Hormuz ormai non vale più il diritto internazionale, non vale la diplomazia, non vale nemmeno il linguaggio prudente della crisi controllata. Vale un’altra legge, molto più brutale e molto più semplice: colpo su colpo. “Occhio per occhio. Petroliera per petroliera”, dice Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e sicurezza nazionale del Parlamento iraniano. È una frase che suona come una rivendicazione e insieme come una promessa. E infatti poche ore dopo arrivano i fatti.

I pasdaran attaccano tre navi nei pressi del Golfo dell’Oman e ne sequestrano due. La mossa arriva in uno dei momenti più instabili delle ultime settimane, subito dopo l’estensione unilaterale del cessate il fuoco annunciata da Donald Trump e appena dopo la comunicazione iraniana sul mancato ingresso nei negoziati previsti per ieri. Il segnale che parte da Teheran è chiarissimo: se qualcuno pensa che la tregua basti a congelare il conflitto sul mare, ha capito male.

Hormuz, i pasdaran alzano il livello dello scontro

Secondo la ricostruzione che filtra nelle ore successive, la scintilla che avrebbe fatto saltare il tavolo è l’abbordaggio da parte del Commando Centrale Usa di una nave cargo collegata all’Iran, con relativo sequestro dell’imbarcazione e dell’equipaggio. Per Teheran quello è un atto di pirateria. E la risposta, coerente con la logica della rappresaglia evocata apertamente, parte quasi subito.

I primi allarmi scattano quando in Italia è mattina presto. Il Centro britannico per le operazioni commerciali marittime segnala l’apertura del fuoco da parte di una cannoniera delle Guardie rivoluzionarie contro una nave portacontainer nello Stretto, a nord-est dell’Oman. La nave è la Epaminondas, di proprietà greca ma operata da Msc. I danni al ponte di comando vengono descritti come gravi. Poco dopo tocca alla Euphoria, battente bandiera panamense e di proprietà di una compagnia con sede negli Emirati. Poi arriva il terzo episodio, quello che fa scattare anche l’allarme italiano: la Msc Francesca, bandiera panamense, viene presa di mira mentre lascia lo Stretto e punta verso sud. Riporta danni allo scafo e agli alloggi.

Msc nel mirino, paura per il gruppo Aponte

È qui che la vicenda cambia dimensione. Perché la Francesca non è una nave qualsiasi. Opera sotto il cappello di Msc, il colosso italo-svizzero della navigazione fondato da Gianluigi Aponte, il più grande gruppo armatoriale del pianeta. Anche la Epaminondas, pur appartenendo alla greca Technomar Shipping, viaggia sotto gestione Msc. Tradotto: nel pieno della crisi, il marchio del gruppo Aponte finisce dentro una delle aree più esplosive del mondo.

Per qualche ora si teme persino un coinvolgimento diretto dell’Italia, almeno sul piano politico e simbolico. Perché quando nel mirino entrano due navi operative del gruppo Msc, la linea tra attacco a un traffico commerciale e messaggio a una potenza economica europea diventa sottilissima. A rendere tutto ancora più tossico contribuisce anche la narrazione iraniana. L’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, accusa la Francesca e la Epaminondas di aver operato senza autorizzazione, di aver violato ripetutamente i regolamenti, di aver manipolato i sistemi di ausilio alla navigazione e di aver tentato di uscire clandestinamente dallo Stretto di Hormuz.

Ma non basta. Teheran spinge l’attacco anche sul piano politico-identitario e insinua un legame della Francesca con “il regime sionista”, richiamando le origini ebraiche di Rafaela Diamant-Aponte, cofondatrice del gruppo e moglie di Gianluigi Aponte. Un passaggio che rende il quadro ancora più pesante, perché sposta la vicenda dal terreno commerciale a quello della demonizzazione geopolitica.

La pista della ritorsione contro Msc

Ed è qui che entra in scena l’ipotesi più inquietante di tutte. Negli ambienti internazionali dello shipping circola infatti con insistenza una lettura diversa, più mirata, quasi chirurgica: gli attacchi alle navi gestite da Msc potrebbero rappresentare una ritorsione per la fuga di altre imbarcazioni della compagnia dal Golfo Persico.

Secondo questa ricostruzione, sabato si apre una finestra temporale brevissima. Poche ore appena, ma sufficienti per consentire a una nave da crociera del gruppo, la Msc Euribia, e ad altre unità di lasciare Hormuz a tutta velocità. In quella stessa corsa si sarebbero infilate anche diverse portacontainer del gruppo Aponte. Una piccola fuga organizzata, rapida, quasi da operazione d’emergenza, che avrebbe permesso a molte navi di sganciarsi dal Golfo prima che la situazione peggiorasse ulteriormente.

Fra queste, secondo le ricostruzioni, ci sarebbero state la Msc Clara, la Msc Grace, la Msc Margrit XIII e la Msc Madeleine. Navi che, sempre stando a questa ipotesi, avrebbero spento i transponder per cancellare le tracce e uscire dallo Stretto senza lasciare segnali utili alla localizzazione. Una manovra estrema, ma comprensibile in un quadrante ormai dominato dalla guerra navale a bassa intensità.

Le navi sfuggite e quelle bloccate

Se davvero è andata così, la chiave cambia completamente. Le navi fermate o colpite non sarebbero vittime casuali del caos, ma bersagli selezionati in risposta all’uscita delle altre. Una rappresaglia indiretta contro il gruppo Aponte, costruita per punire chi è riuscito a scappare e per mostrare che nello Stretto non si passa senza pagare un prezzo.

In questa lettura, la Msc Francesca e la Epaminondas diventano il simbolo di una vendetta navale. Non il frutto di un controllo ordinario, ma la risposta muscolare a una mossa di aggiramento compiuta da una parte della flotta. Se fosse confermata, sarebbe una svolta pesante, perché significherebbe che l’Iran non si limita a difendere le sue acque o a reagire agli Usa, ma sceglie scientemente di colpire un gruppo armatoriale ben preciso come messaggio esemplare per tutto il traffico internazionale.

Hormuz ormai è un fronte aperto

Il punto, alla fine, è che lo Stretto di Hormuz non è più un semplice corridoio commerciale sotto tensione. È un fronte. E come ogni fronte produce regole sue, brutali, mutevoli, imprevedibili. Una nave può diventare bersaglio perché trasporta merci, perché batte una certa bandiera, perché appartiene a un determinato gruppo o perché è rimasta indietro mentre le altre sono fuggite.

Per l’Europa, per l’Italia e per il commercio globale il segnale è devastante. Se davvero i pasdaran stanno scegliendo obiettivi da colpire in base a logiche di ritorsione, allora nessuna compagnia può sentirsi al sicuro. E se dentro quel mirino finisce Msc, cioè uno dei giganti assoluti del trasporto marittimo mondiale, significa che la crisi non sta soltanto minacciando le rotte: sta già riscrivendo i rapporti di forza in mare aperto.

Nel frattempo il cessate il fuoco evocato da Trump sembra già carta straccia, i negoziati slittano, le navi vengono fermate o colpite e la sensazione è una sola: nel Golfo la tregua non ha raffreddato nulla. Ha solo cambiato il modo in cui si combatte.