Papa Francesco un anno dopo: il racconto più commovente di chi gli è stato vicino fino alla fine: “In ascensore gli scese una lacrima”

Papa Francesco

Certe testimonianze arrivano in punta di piedi eppure lasciano un segno più profondo di molti discorsi ufficiali. Quella di Massimiliano Strappetti, l’infermiere che per anni è stato accanto a Papa Francesco e che tutti hanno imparato a riconoscere nelle immagini della carrozzina, dei ricoveri, delle uscite più fragili e più vere, appartiene a questa categoria. A un anno dalla morte di Bergoglio, il suo racconto spalanca una porta su un’intimità che finora era rimasta quasi del tutto protetta. Non c’è retorica, non c’è costruzione. C’è semmai la nostalgia concreta di un uomo che, quando sente troppo la mancanza del Papa, apre una boccetta di acqua di colonia della Farmacia Vaticana e ne respira il profumo per riportarlo vicino.

È da lì che parte il ricordo più forte. Strappetti, in una toccante intervista a Fabrizio Caccia per il Corriere della Sera, racconta che il giorno di Pasqua del 2025, dopo la benedizione Urbi et Orbi e il giro tra i fedeli, Francesco rientrò a Santa Marta sfinito ma felice. E proprio in ascensore, mentre erano rimasti soli, dal volto del Papa scese una lacrima. Non una scena studiata, ma un frammento di verità nuda, di quelli che spiegano più di mille analisi il rapporto tra Bergoglio e la sua gente.

Papa Francesco e Strappetti, il legame umano oltre il ruolo

Il cuore del racconto sta tutto in questo: Strappetti dice di averlo sempre visto come una persona, prima ancora che come il Papa. Ed è forse proprio per questo che Francesco si fidava di lui senza filtri. Gli affidava paure, stanchezze, battute, persino quelle domande semplici e vulnerabili che spogliano ogni figura pubblica del suo ruolo. Prima del giro in papamobile del giorno di Pasqua, per esempio, gli chiedeva se ce l’avrebbe fatta a salire sulla jeep e si preoccupava perfino di essere visto in difficoltà. Non parlava il Pontefice, parlava un uomo stanco, con il corpo provato, ma ancora deciso a non sottrarsi all’incontro con i fedeli.

In questa dimensione quasi familiare trova posto anche la promessa che rende il racconto ancora più struggente. Quando il 14 febbraio le condizioni del Papa si aggravarono e si rese necessario il ricovero al Gemelli, Bergoglio avrebbe detto con amarezza che forse quella era l’ultima volta che vedeva Santa Marta. Fu allora che Massimiliano Strappetti gli promise che lo avrebbe riportato lì vestito da Papa. Una promessa enorme, quasi impossibile da pronunciare senza tremare, ma che nella sua memoria resta come uno dei momenti più intensi della loro vicinanza.

La lacrima in ascensore e la felicità dell’ultimo bagno di folla

Il dettaglio della lacrima è quello che più colpisce, perché restituisce un’immagine di Francesco lontanissima da qualsiasi monumentalizzazione. Massimiliano Strappetti racconta un uomo esausto ma felice “come un bambino a cui avessero regalato un vasetto di cioccolata”. È una frase semplicissima, ma potentissima. Dentro c’è tutta la gioia quasi infantile di chi, pur schiacciato dal dolore fisico e dalla consapevolezza del declino, aveva ancora bisogno del contatto con la piazza, del calore della folla, della prossimità con le persone.

Ed è in questo passaggio che il racconto assume una forza speciale: Papa Francesco non appare come un capo della Chiesa ritratto nel suo tramonto, ma come un uomo che si aggrappa fino all’ultimo a ciò che gli ha dato senso. Il ritorno in piazza, quella domenica di Pasqua, per lui non fu un rito da protocollo. Fu un ultimo atto d’amore.

Il corpo curato fino all’ultimo e la veglia accanto alla bara

Massimiliano Strappetti rivela anche un dettaglio che da solo basta a raccontare la profondità del legame: restò per due giorni e mezzo accanto alla bara aperta del Papa. Non per formalità, non per rappresentanza, ma perché sentiva l’urgenza di continuare a prendersi cura del corpo che aveva assistito fino all’ultimo. È uno dei passaggi più forti dell’intervista, perché mostra quanto in quella relazione convivessero professionalità, dedizione e affetto autentico.

L’idea che il corpo del Pontefice, esposto a lungo ai fedeli, potesse avere bisogno ancora di attenzione pratica, concreta, e che proprio lui volesse essere lì per garantirla, dice molto più di qualsiasi omelia sulla fedeltà. Racconta una cura che non si interrompe con la morte.

L’ironia di Bergoglio e i frammenti privati

Ma nel racconto di Strappetti non c’è solo dolore. C’è anche l’ironia, quella vena asciutta e disarmante che ha sempre reso Bergoglio diverso da come molti si aspettavano un Papa. Ogni mattina, dice, gli chiedeva scherzando: “Ciao, chi è morto oggi?”. Era fatto così: capace di alleggerire perfino il peso della malattia con una battuta improvvisa. Un’ironia che tornava anche in ospedale, quando scherzava sui cardinali pronti a preparare il conclave ogni volta che lui finiva al Gemelli.

Sono questi dettagli a rendere vivo il ritratto. Non il Papa astratto, ma un uomo che rideva, scherzava, si informava sulla vita privata di chi gli stava vicino, regalava libri di cucina, si preoccupava per la compagna del suo infermiere, ricordava che il figlio di Strappetti da piccolo giocava in porta come lui in Argentina. Frammenti piccoli, quasi domestici, che però rivelano una cifra precisa: Francesco sapeva entrare nelle vite degli altri senza la distanza del ruolo.

Il giorno del poncho e quella foto che fece il giro del mondo

Tra gli episodi più teneri raccontati da Massimiliano Strappetti c’è anche quello del 10 aprile, passato già alla memoria come “la mattina del poncho”. Il Papa volle andare in Basilica per incontrare i restauratori dell’Altare della Cattedra. Lui aveva addosso il suo poncho argentino, Strappetti era senza giacca e gli chiese, quasi preoccupato, cosa sarebbe successo se qualcuno li avesse visti. Francesco rispose semplicemente: “Andiamo lo stesso”. Poi li vide un fotografo e il giorno dopo, invece di preoccuparsi, il Papa reagì con la sua consueta leggerezza: “Va bene, allora ci andiamo anche oggi!”.

Anche qui c’è tutto Bergoglio. L’istinto a sottrarsi il meno possibile alla vita, persino quando il contesto consiglierebbe prudenza. E c’è pure il gusto per una libertà personale che negli ultimi anni del pontificato non ha mai smesso di sorprendere.

Il saluto sulla tomba

Forse la frase che resta di più, alla fine, è la più semplice. Massimiliano Strappetti dice che va spesso a trovare Francesco a Santa Maria Maggiore, gli porta una rosa bianca e gli lascia una battuta delle loro, come se quel dialogo non si fosse mai interrotto davvero. È un’immagine bellissima, quasi privata nella sua nudità, e proprio per questo potentissima. Non c’è il culto della figura pubblica, ma la continuità di un rapporto umano che la morte non ha cancellato.

A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, questa testimonianza spazza via ogni racconto di circostanza e ci restituisce qualcosa di più raro: la misura di quanto un uomo possa lasciare dietro di sé non solo nella Storia, ma nella memoria fisica, quotidiana, quasi sensoriale di chi gli è stato accanto. Il profumo, una lacrima in ascensore, una promessa mantenuta, una battuta davanti a una tomba. A volte è lì, nei dettagli più piccoli, che si nasconde la verità più grande.