Altro che crisi energetica alle spalle. L’Europa rischia di arrivare all’autunno con meno petrolio, costi molto più alti e lo spettro di un razionamento industriale che sembrava appartenere alle fasi peggiori delle precedenti emergenze energetiche. Il nuovo terremoto arriva dall’Arabia Saudita, dove gli attacchi contro l’oleodotto East-West hanno mandato in crisi proprio l’infrastruttura costruita per garantire le esportazioni di greggio quando il Golfo Persico diventa troppo pericoloso.
Saudi Aramco ha comunicato ad alcuni clienti europei che a ottobre non riceveranno i carichi previsti dai contratti a lungo termine. Secondo le informazioni disponibili, la decisione riguarda i compratori europei del greggio saudita. Per le raffinerie significa una cosa molto semplice: devono trovare altrove e rapidamente il petrolio che avevano già programmato di ricevere.
La Polonia offre già un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Orlen, che dipende in misura importante dalle forniture saudite, si è messa alla ricerca di greggio alternativo dal Mare del Nord, dagli Stati Uniti, dal Kazakistan, dall’Algeria e dalla Guyana. Quando molti compratori inseguono contemporaneamente gli stessi barili, però, il prezzo inevitabilmente sale.
Colpita proprio la via costruita per aggirare Hormuz
L’East-West attraversa per circa 1.200 chilometri l’Arabia Saudita e collega i giacimenti orientali con il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. La sua importanza strategica sta tutta nella geografia: permette a Riad di portare il petrolio verso Occidente senza attraversare lo Stretto di Hormuz, diventato uno dei punti più pericolosi dell’intero commercio mondiale di energia.
Gli attacchi hanno danneggiato le stazioni di pompaggio e costretto i sauditi a fermare l’infrastruttura. Prima dello stop, attraverso il sistema passavano diversi milioni di barili al giorno. Le stime oscillano a seconda dei periodi considerati, ma si tratta comunque di una quota enorme del petrolio mondiale. Le autorità saudite attribuiscono gli attacchi a milizie irachene legate all’Iran, mentre la pressione degli Houthi rende contemporaneamente più insicuro anche il versante del Mar Rosso.
Il risultato ha qualcosa di paradossale. L’oleodotto nato per salvare le esportazioni saudite da una crisi di Hormuz è diventato a sua volta un bersaglio, lasciando Riad a cercare percorsi alternativi proprio attraverso il Golfo.
L’Arabia Saudita sta infatti tentando di aumentare nuovamente le esportazioni attraverso Hormuz e di utilizzare complessi trasferimenti di petrolio da nave a nave nelle acque dell’Oman. Il sistema permette di recuperare una parte dei flussi, ma costa molto di più, richiede petroliere disponibili e aggiunge un altro anello fragile a una catena logistica già sotto enorme pressione.
Il petrolio europeo è già arrivato oltre 130 dollari
Il problema non appartiene al futuro. Sul mercato fisico europeo alcuni carichi hanno già superato i 130 dollari al barile, mentre gli acquirenti cercano disperatamente forniture alternative a quelle mediorientali. È una situazione molto più tesa di quella raccontata dalle sole quotazioni dei futures, che negli ultimi giorni hanno viaggiato su livelli inferiori.
Ed è qui che compare lo scenario da incubo dei 140 dollari al barile. Non rappresenta una quotazione già raggiunta né una certezza, ma uno degli scenari estremi discussi dagli operatori se le interruzioni dovessero prolungarsi e gli attacchi continuassero.
Per l’Europa sarebbe una mazzata. Il continente importa gran parte dell’energia che consuma e le raffinerie non possono sostituire automaticamente un tipo di greggio con qualsiasi altro. Qualità differenti producono rese differenti di diesel, benzina, cherosene e altri derivati. Cercare petrolio alternativo significa quindi non soltanto pagarlo di più, ma modificare approvvigionamenti, trasporti e lavorazioni.
E il conto non si fermerebbe al benzinaio. Il petrolio entra nei costi dei trasporti, della logistica, dell’agricoltura, della chimica e di una parte enorme della produzione industriale europea. Se il greggio resta caro abbastanza a lungo, l’aumento attraversa tutta la catena e finisce nei prezzi pagati da imprese e famiglie.
Il vero incubo è arrivare all’inverno con la crisi ancora aperta
Esiste una possibilità che lo scenario peggiore venga evitato. Nelle ultime ore sono arrivate indicazioni sulla possibilità di riportare presto l’East-West a circa metà della sua capacità, mentre i flussi attraverso Hormuz stanno lentamente recuperando terreno. Anche il Brent finanziario ha reagito scendendo nuovamente verso quota 100 dollari.
Ma il problema strutturale resta. Basta un nuovo attacco per rimettere tutto in discussione. Le petroliere disponibili scarseggiano, i costi di trasporto sono esplosi e una parte crescente della flotta deve percorrere rotte più lunghe o partecipare ai complicati trasferimenti di greggio organizzati intorno all’Oman. Secondo le ultime rilevazioni, circa il 15% della flotta mondiale di grandi petroliere si trova ormai coinvolto nelle operazioni della regione o nelle deviazioni necessarie per aggirare i punti più pericolosi.
Per questo l’incubo europeo non consiste soltanto nel vedere il petrolio a 140 dollari per qualche giorno. Il vero pericolo sarebbe una crisi che durasse abbastanza da costringere governi e industrie a decidere chi deve ricevere energia, quanta e a quale prezzo.
Se l’East-West tornerà rapidamente operativo, l’Europa avrà probabilmente evitato il peggio. Se invece gli attacchi continueranno e le rotte mediorientali resteranno sotto pressione, l’autunno potrebbe trasformarsi in una corsa mondiale agli stessi barili. Questa volta, quando la musica si fermerà, qualcuno rischia davvero di rimanere senza sedia.







