Due elezioni regionali, due vincitori agli antipodi e un solo grande sconfitto politico. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD conquista il 38,2% e arriva davanti alla Spd, mentre nella capitale Die Linke diventa per la prima volta il primo partito con il 25,7%. Ma il dato più clamoroso arriva dalla Cdu: nel Land affacciato sul Baltico precipita al 4,9% e resta fuori dal Parlamento regionale, un evento mai accaduto prima nella storia della Repubblica federale. Il cancelliere Friedrich Merz ammette: «Un disastro». Alice Weidel gli chiede di «trarre le conseguenze».
Due Germanie apparentemente opposte hanno mandato lo stesso messaggio a Friedrich Merz. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, affacciato sul Baltico e parte dell’ex Germania orientale, l’Alternative für Deutschland conquista il primo posto con il 38,2% e più che raddoppia il risultato ottenuto cinque anni fa; a Berlino, invece, Die Linke diventa per la prima volta la forza politica più votata della capitale, raggiungendo il 25,7%. AfD da una parte, Linke dall’altra, ma in mezzo si apre la stessa crepa: arretrano i partiti tradizionali e soprattutto la Cdu del cancelliere, che nel Nord-Est precipita al 4,9%, non supera la soglia di sbarramento e resta fuori dal Parlamento regionale.
È questa, più ancora dei singoli risultati, la fotografia politica consegnata dalle urne del 20 settembre. Non c’è una Germania che si muove tutta nella stessa direzione, né il voto permette di parlare di uno spostamento uniforme dell’elettorato verso destra o verso sinistra. Emerge invece un Paese nel quale il consenso si polarizza diversamente a seconda dei territori e nel quale le forze che hanno governato vengono messe sotto pressione da opposizioni molto lontane fra loro.
Nel Meclemburgo l’AfD supera la Spd, la Cdu resta fuori dal Landtag
Il risultato più pesante per Merz arriva dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Il risultato provvisorio assegna all’AfD il 38,2%, davanti alla Spd della ministra-presidente Manuela Schwesig, ferma al 35,5%. La distanza è ridotta, ma politicamente il sorpasso pesa: i socialdemocratici perdono il primato nel Land dopo quasi tre decenni.
Cinque anni fa l’AfD si era fermata al 16,7%. In una legislatura ha quindi più che raddoppiato i propri consensi. Ma il numero destinato a pesare maggiormente sulla politica nazionale è probabilmente un altro: 4,9%. È il risultato della Cdu, che nel 2021 aveva ottenuto il 13,3% e adesso non raggiunge neppure la soglia necessaria per entrare nel Landtag.
Non era mai accaduto. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica federale la Cdu viene esclusa dal Parlamento di un Land, perdendo completamente la rappresentanza parlamentare nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Fuori dal Landtag resta anche il BSW, fermo al 4,8%.
Anche i dati sui flussi elettorali aiutano a comprendere la profondità dello spostamento. Le stime di Infratest dimap mostrano una forte capacità dell’AfD di intercettare elettori provenienti da bacini differenti, compresi ex elettori cristiano-democratici e cittadini che nella precedente consultazione erano rimasti nell’area dell’astensione. Un movimento che suggerisce come la crescita del partito non dipenda soltanto dal consolidamento del proprio elettorato tradizionale.
Il primo posto dell’AfD non significa però automaticamente governo. Gli altri partiti continuano a escludere coalizioni con il partito e il cosiddetto Brandmauer, il «muro tagliafuoco» costruito attorno all’AfD, resta formalmente in piedi. La precedente maggioranza tra Spd e Linke non dispone più da sola dei numeri e per governare sarà necessario allargare la coalizione: con l’ingresso dei Verdi nel Landtag esiste aritmeticamente la possibilità di una maggioranza Spd-Linke-Verdi.
Alice Weidel porta la sfida direttamente a Merz
La leader federale dell’AfD, Alice Weidel, non ha perso tempo a trasformare un voto regionale in una questione nazionale. Intervenendo alla Zdf ha sostenuto che l’AfD abbia ormai sostituito la Cdu come Volkspartei, il tradizionale «partito popolare» capace di raccogliere consenso in settori differenti della società tedesca, e ha chiesto direttamente al cancelliere di reagire alla sconfitta: «Deve trarre le conseguenze. Deve farlo per il suo partito e anche per la Germania».
Weidel ha indicato inoltre come obiettivo di lungo periodo l’apertura di colloqui di coalizione con la Cdu, mettendo così nel mirino proprio il Brandmauer. Ed è questo il terreno sul quale la crescita dell’AfD pone una delle questioni più delicate ai cristiano-democratici: continuare a escludere qualsiasi collaborazione significa dover costruire maggioranze alternative anche quando l’AfD arriva prima; modificare quella linea significherebbe invece mettere in discussione una delle barriere politiche sulle quali si regge da anni il sistema delle alleanze tedesco.
La pressione, del resto, non nasce soltanto dal Meclemburgo. Il voto arriva appena due settimane dopo quello della Sassonia-Anhalt, dove l’AfD aveva già conquistato il primo posto con il 43,8%, mentre la Cdu si era fermata al 17,2%. Due vittorie dell’AfD in altrettanti Länder orientali nel giro di quattordici giorni trasformano una sequenza di elezioni regionali in un problema nazionale per la leadership cristiano-democratica.
Berlino va dall’altra parte: vince Die Linke
Se il Meclemburgo racconta l’ascesa dell’AfD, Berlino produce una risposta politicamente opposta. Il risultato provvisorio assegna a Die Linke il 25,7%, davanti alla Cdu al 18,8%, all’AfD al 16,3% e ai Verdi al 14,3%. La Spd precipita invece al 12,1%. Per la Linke è un risultato storico: per la prima volta diventa la principale forza politica della capitale.
Anche qui la maggioranza uscente viene punita. La coalizione Cdu-Spd non dispone più dei numeri per proseguire nella stessa forma e la costruzione del prossimo governo berlinese si annuncia complessa. Il voto della capitale, tuttavia, presenta caratteristiche profondamente locali e sarebbe riduttivo leggerlo soltanto attraverso lo schema nazionale.
Il risultato della Spd assume inoltre una dimensione storica: il 12,1% rappresenta il peggior dato mai ottenuto dai socialdemocratici in un’elezione per l’Abgeordnetenhaus di Berlino. Anche la Cdu paga un prezzo molto alto rispetto al 28,2% conquistato nel 2023, mentre l’AfD aumenta sensibilmente i propri consensi.
Uno dei temi dominanti della campagna è stato quello della casa. Die Linke ha costruito sul costo degli affitti e sull’accesso all’abitazione una parte importante della propria proposta politica, trasformando una delle questioni sociali più sentite nella capitale in uno dei terreni centrali dello scontro elettorale.
Anche nella capitale i flussi mostrano movimenti significativi. Le stime di Infratest dimap attribuiscono alla Linke un saldo positivo di circa 75mila voti provenienti dall’astensione, 51mila dai Verdi, 36mila dalla Spd e 14mila dalla Cdu. L’AfD, contemporaneamente, avrebbe guadagnato circa 65mila voti dall’area del non voto e 56mila dalla Cdu. Due movimenti in direzioni differenti che aiutano a comprendere la polarizzazione dell’elettorato berlinese.
Merz: «Un disastro». Ma va avanti
Friedrich Merz non ha cercato formule per attenuare la portata della sconfitta nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. «Un disastro», ha ammesso il cancelliere e presidente della Cdu, riconoscendo anche che dal governo federale non è arrivata quella spinta che avrebbe potuto aiutare il partito regionale.
Merz, però, non intende cambiare strada né lasciare la guida del governo. «Voglio portare avanti il nostro Paese», ha detto, ribadendo che «le riforme devono arrivare» e confermando la volontà di proseguire lungo la linea politica intrapresa.
Ed è proprio qui che comincia la partita politica più difficile. Merz non deve fare i conti soltanto con una Cdu ridotta ai minimi storici in un Land orientale, ma con due elezioni nelle quali i partiti tradizionali sono stati compressi da forze collocate ai loro lati e con due maggioranze uscenti che non hanno più i numeri per continuare come prima.
Il Meclemburgo non è Berlino, l’elettorato dell’AfD non è quello della Linke e anche le ragioni del voto sono differenti. Nel Nord-Est il voto si è intrecciato con il giudizio sul governo federale e con le questioni economiche; nella capitale il disagio abitativo è diventato uno dei grandi temi della campagna. Mettere tutto nello stesso contenitore significherebbe perdere proprio l’elemento più interessante di queste elezioni.
Le due urne, pur partendo da problemi e territori diversi, finiscono tuttavia per incontrarsi su un punto: la crescente difficoltà delle forze tradizionali nel trattenere elettori che cercano risposte altrove. Nel Meclemburgo l’AfD intercetta consensi provenienti da bacini differenti; a Berlino la Linke cresce pescando dai Verdi, dalla Spd e dai non votanti, mentre contemporaneamente l’AfD sottrae decine di migliaia di voti ai cristiano-democratici.
Per Merz il problema comincia proprio qui. Può continuare a governare e difendere la propria agenda, come ha annunciato, ma dopo il voto del 20 settembre dovrà farlo sapendo che la Cdu è appena rimasta fuori da un Parlamento regionale per la prima volta nella propria storia e che, nel giro di due settimane, l’AfD è diventata la prima forza sia in Sassonia-Anhalt sia nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
AfD nel Meclemburgo e Linke a Berlino non raccontano la stessa Germania. Raccontano però la stessa difficoltà dei partiti tradizionali nel contenere una polarizzazione che assume forme diverse da un territorio all’altro. E, all’indomani del voto, Friedrich Merz si trova direttamente al centro di questa pressione.







