Salvini sogna il ritorno al Viminale e punta all’annuncio a Pontida: Meloni valuta la staffetta con Piantedosi per frenare Vannacci

Matteo Salvini

Matteo Salvini torna a guardare il Viminale. Non più soltanto come a un vecchio amore politico mai dimenticato, ma come alla possibile carta per rimettere in moto una Lega in affanno, frenare l’avanzata di Roberto Vannacci e provare a riaccendere un popolo che, anche nelle feste del Carroccio, sembra essersi disperso.

Il vicepremier si dice «a disposizione del Paese» per qualunque incarico serva. Una formula prudente, ma tutt’altro che casuale. Intanto corre a Bologna per incontrare prefetto, questore e una rappresentanza della Polizia di Stato, mentre la macchina comunicativa della Lega racconta ogni passaggio con puntualità chirurgica. Non siamo ancora all’annuncio, ma i segnali ci sono tutti. E nella politica, spesso, i segnali arrivano prima delle decisioni.

Salvini vuole tornare al ministero dell’Interno

Il ritorno al Viminale è da tempo il sogno politico di Salvini. Lì aveva costruito la sua stagione più forte, quella del giubbotto della polizia, delle ruspe, dei porti chiusi, della “tolleranza zero” trasformata in marchio personale. Oggi quella casella potrebbe tornare utile anche a Giorgia Meloni.

La premier non avrebbe in mente colpi di mano estivi. Il governo si prepara a celebrare il traguardo del 4 settembre, quando diventerà il più longevo della storia repubblicana, e nessuno vuole guastare la festa con un rimpasto anticipato. Dopo quella data, però, lo scenario potrebbe cambiare. E Pontida, in calendario a fine settembre, diventerebbe il palcoscenico perfetto per un annuncio capace di parlare alla pancia della Lega e alla destra più securitaria.

La logica è chiara: se Vannacci cresce intercettando rabbia, ordine pubblico e nostalgia identitaria, Salvini deve tornare nel luogo politico in cui quel linguaggio lo aveva reso dominante. Non basta più il ministero dei Trasporti, non basta più il Ponte sullo Stretto, non basta più rivendicare i ministri lombardi del governo. Serve una bandiera più forte.

Meloni valuta la carta anti Vannacci

Dentro Fratelli d’Italia, secondo i retroscena, molti avrebbero ormai capito che Salvini resta comunque il perno della Lega. Il fronte del Nord non ha sfondato, Luca Zaia non ha preso il testimone, il raduno di Treviso è saltato e il Carroccio non sembra nelle condizioni di cambiare guida prima delle Politiche.

Il problema, però, è che una Lega troppo debole rischia di diventare un danno per tutta la maggioranza. Se il partito scivolasse verso il 4%, il centrodestra perderebbe equilibrio, peso territoriale e capacità di contenere la concorrenza alla sua destra. Ecco perché il ritorno di Salvini al Viminale non sarebbe solo un favore al leader leghista, ma una mossa di sistema.

Per Meloni significherebbe provare a tenere Vannacci fuori dalla coalizione senza regalargli tutto il monopolio della linea dura. Per Salvini significherebbe tornare a occupare il terreno che conosce meglio: sicurezza, immigrazione, cronaca nera, ordine pubblico. Con la “Bestia” di nuovo libera di cavalcare ogni caso dalla tolda di comando del ministero dell’Interno.

La staffetta con Piantedosi

Resta il nodo Matteo Piantedosi. Per riportare Salvini al Viminale bisogna trovare una via d’uscita per l’attuale ministro dell’Interno. L’ipotesi più elegante sarebbe un incarico europeo, magari alla guida di Europol, ma la strada appare complicata. Le candidature sono già scadute e i giochi potrebbero riaprirsi solo in caso di inciampi degli altri candidati.

L’opzione più concreta, almeno nel giro salviniano, sarebbe invece una staffetta: Piantedosi ai Trasporti e Salvini all’Interno. Una soluzione politicamente comoda. Un prefetto al ministero delle Infrastrutture rassicurerebbe anche gli ambienti istituzionali e le magistrature che vigilano sui grandi cantieri, Ponte sullo Stretto compreso. Salvini, invece, tornerebbe nel ministero simbolo della sua stagione d’oro.

Non è più soltanto un sogno di mezza estate. Lo dicono gli stessi salviniani: «Aspettiamo Pontida». E Pontida, per la Lega, non è mai un luogo neutro. È il teatro dei messaggi identitari, delle svolte annunciate, delle promesse al popolo padano. Anche se quel popolo, oggi, sembra molto meno numeroso di un tempo.