“Niente sarà più come prima”. Fu questa la frase ricorrente, ripetuta dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre di venticinque anni fa. La pronunciavano tutti, prima di tutto i politici, tanto che a chi scrive pian piano sembrò svuotarsi di significato.
Certo, nessuno aveva mai visto nulla di simile: aerei che si schiantavano in grattacieli fondendo insieme a 3mila gradi ferro e persone, gente disperata che piuttosto di farsi prendere dal fuoco preferiva lanciarsi nel vuoto consapevole di non avere nessuna probabilità di sopravvivere. La morte immediata come male minore. E noi, come tutto il mondo, assistevamo in diretta tv alle immagini della Cnn che le televisioni di tutto il mondo mandavano in diretta.
Impossibile non ricordare dove eravamo
Nessuno, credo, che avesse all’epoca l’età in cui i ricordi cominciano a fissarsi, può non ricordare dov’era, cosa faceva quel giorno e cosa ha provato l’11 settembre 2001. A casa la telefonata della direttrice dell’asilo frequentato dai miei figli – allora di 3 e 1 anno – arrivò verso le 14. Pensavamo a uno dei soliti avvisi (“il bambino ha la febbre, venite a prenderlo”, “il bambino si è fatto male cadendo mentre giocava in giardino”).
Invece la voce agitata della direttrice ordinò solo di andare a prendere i bambini perché avrebbero chiuso la struttura. Al nostro perché? disse soltanto: “Ma non sapete nulla di quello che è successo? Accendete la tv”. Per molti la sensazione era quella di una guerra mondiale imminente.
Un film catastrofico ma con personaggi reali
Lo facemmo e fu come assistere a un film catastrofico di quelli americani che avevano segnato la mia adolescenza (avrò rivisto dieci volte L’inferno di cristallo). Ma stavolta la sceneggiatura non era stata scritta ad Hollywood, ma lontano dagli Stati Uniti, scegliendo come location delle riprese dell’orrore la più aperta e cosmopolita città americana, New York.
Presi l’auto e insieme a quella che allora era mia moglie, ci precipitammo verso l’asilo. In quel periodo vivevo a Bari, una città caratterizzata dal traffico caotico a tutte le ore e, per di più, abitavamo su una strada che è la prosecuzione urbana della statale che arriva da Taranto, costellata dagli edifici dell’ospedale pediatrico, degli uffici finanziari e del campus, sede delle facoltà scientifiche dell’ateneo barese.
Un silenzio irreale anche nella caotica Bari
Nonostante fossero quasi le due del pomeriggio, il tempo sembrava essere sospeso; pochi, anche quelli avvezzi a farlo per un nonnulla, premevano sul clacson e la mia sensazione era che man mano che la notizia si spargeva sembrava cristallizzare le cose e le persone.
Non ho un ricordo preciso della scansione del tempo forse anche per questo, ma ricordo che appena accesa la tv, in diretta vedemmo il secondo aereo schiantarsi nella Torre risparmiata dal primo attacco. Poi cominciarono ad arrivare le notizie degli attacchi falliti al Pentagono e a un altro aereo.
Superfluo dire che rimanemmo poi incollati alla televisione fino a sera tardi e anche nei giorni seguenti, cercando di informarci contemporaneamente sui siti di informazione su internet che 25 anni fa non erano ancora così ben strutturati e aggiornati in tempo reale come lo sono oggi.
Dopo i giorni del dolore, quelli delle polemiche
Dopo i giorni del dolore e dello sgomento seguirono quelli delle polemiche e della crescente ira anti-islamica. Un giornalista oggi al Fatto Quotidiano ma allora collaboratore dell’edizione di Bari della Repubblica, barese doc ma dall’incarnato scuro e dal volto smagrito, volle fare un esperimento. Si travestì da arabo e andò in giro fermando le persone per strada per chiedere informazioni. Il più delle volte fu oggetto di parolacce e bestemmie.
Poi arrivarono Oriana Fallaci e la risposta di Tiziano Terzani. Alla rabbia e all’orgoglio della prima, rispose con toni pacati l’altro grande inviato. Si cercava di capire e lo si faceva confrontandosi con giganti della cultura. E se ci fossero stati i social già allora? Quante stupidaggini avremmo letto?







