Attentato a Ranucci, i quattro presunti “bombaroli” ora vogliono parlare: il silenzio può far saltare il muro attorno a Lavitola

Sigfrido Ranucci

I presunti “bombaroli” adesso vogliono parlare. Dopo due settimane di silenzio e due scelte consecutive di avvalersi della facoltà di non rispondere, i quattro accusati di avere materialmente organizzato e realizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci avrebbero chiesto di affrontare i magistrati e fornire la propria versione.

Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino e Saverio Mutone hanno incontrato nel carcere romano di Rebibbia i loro difensori, Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri. Marika De Filippis, sottoposta agli arresti domiciliari nell’Avellinese, condivide la stessa linea. Tutti intendono rompere il silenzio davanti ai pubblici ministeri.

La svolta può cambiare l’intera inchiesta sull’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report a Campo Ascolano, nel territorio di Pomezia. La bomba danneggiò gravemente l’automobile del giornalista e colpì anche la sua abitazione. La Direzione distrettuale antimafia di Roma contesta ai quattro, a vario titolo, la detenzione e l’impiego di esplosivi, la minaccia e il danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso.

Adesso i magistrati potranno finalmente capire se le dichiarazioni degli indagati apriranno una crepa nell’impianto accusatorio oppure se finiranno per rafforzarlo.

I quattro vogliono negare legami con la camorra

Il primo obiettivo difensivo appare evidente: allontanare l’inchiesta da qualsiasi contesto camorristico e tentare di far cadere l’aggravante del metodo mafioso.

Il Tribunale del Riesame ha finora confermato l’impostazione accusatoria. Le difese intendono però sostenere che i quattro non appartengono ad alcuna organizzazione criminale strutturata e che non avrebbero agito utilizzando la forza intimidatrice tipica dei clan.

Non basta negare l’appartenenza alla camorra. Gli indagati dovranno spiegare i rapporti reciproci, la disponibilità dell’esplosivo, le modalità con cui il gruppo avrebbe raggiunto la casa di Ranucci e le ragioni che avrebbero spinto persone apparentemente estranee alla vittima a compiere un’azione tanto grave.

Passariello, secondo gli inquirenti, avrebbe materialmente collocato l’ordigno. D’Avino avrebbe invece mantenuto i contatti con Gomes Clesio Tavares, indicato come intermediario nell’organizzazione dell’attentato. Mutone e De Filippis avrebbero completato il gruppo accusato dell’esecuzione materiale.

Fino a questo momento nessuno dei quattro ha offerto una ricostruzione alternativa. La scelta di parlare comporta quindi un rischio: ogni parola dovrà reggere il confronto con intercettazioni, tabulati telefonici, immagini, spostamenti e materiale sequestrato.

La distanza da Lavitola diventa il nodo della difesa

Il secondo obiettivo consiste nel marcare una netta distanza da Valter Lavitola, l’imprenditore ed ex giornalista che la procura di Roma indica come possibile mandante dell’attentato.

Secondo l’ipotesi investigativa, la catena di comando non avrebbe collegato direttamente i quattro esecutori a Lavitola. Il punto di contatto sarebbe stato Gomes Clesio Tavares, definito factotum dell’imprenditore e ritenuto dagli investigatori l’intermediario tra il presunto mandante e il gruppo incaricato di piazzare la bomba.

È su questo passaggio che si concentreranno con ogni probabilità gli interrogatori. I quattro potrebbero sostenere di non avere mai avuto rapporti con Lavitola e di avere conosciuto soltanto Tavares. Una versione del genere, però, non cancellerebbe automaticamente il quadro accusatorio.

Al contrario, potrebbe confermare l’esistenza di una struttura a compartimenti separati: un presunto mandante, un intermediario e un gruppo esecutivo mantenuto lontano dai livelli superiori proprio per evitare collegamenti diretti.

La distanza da Lavitola può quindi aiutare la difesa soltanto fino a un certo punto. Tutto dipenderà da ciò che gli indagati diranno sul ruolo di Tavares, sugli ordini ricevuti e sulla consapevolezza del progetto.

Chi ha dato l’ordine e quanto è costata la bomba

I magistrati vogliono ricostruire soprattutto due elementi: la sequenza temporale degli accordi e il percorso del denaro.

Quando è nato il progetto dell’attentato? Chi ha individuato l’abitazione di Ranucci? Chi ha fornito le indicazioni operative? Chi ha procurato l’esplosivo? Quale compenso avrebbero ricevuto i presunti esecutori? Il pagamento è avvenuto prima o dopo l’esplosione?

Le dichiarazioni dei quattro potrebbero finalmente dare un nome e un contenuto ai passaggi finora ricostruiti attraverso riscontri indiretti.

La procura ritiene che il gruppo possa avere ricevuto da Tavares l’ordine e le istruzioni necessarie per piazzare una bomba con funzione intimidatoria. Gli indagati potrebbero confermare questa impostazione, ridimensionarla oppure negarla completamente.

Anche una confessione parziale aprirebbe comunque nuovi scenari. Ammettere il coinvolgimento nell’azione e negare la conoscenza del mandante permetterebbe alla difesa di tentare di circoscrivere le responsabilità, ma offrirebbe agli investigatori la conferma dell’anello esecutivo.

Negare tutto obbligherebbe invece i quattro a spiegare ogni contatto, ogni spostamento e ogni conversazione acquisita durante le indagini.

Le dichiarazioni possono alleggerire Lavitola oppure inchiodarlo

Il vero rischio, per tutti gli indagati, è che gli interrogatori producano un effetto opposto rispetto a quello sperato.

Le parole dei presunti esecutori potrebbero spostare l’attenzione lontano da Lavitola, qualora emergessero ordini diversi, motivazioni autonome o intermediari non ancora individuati. Ma potrebbero anche consolidare il quadro costruito dalla procura, soprattutto se uno o più componenti del gruppo confermassero di avere agito su richiesta di Tavares.

Lavitola risulta indagato come presunto mandante. Gli investigatori hanno perquisito la sua abitazione e sequestrato dispositivi informatici alla ricerca di riscontri. La procura sostiene che il rapporto tra l’imprenditore e Ranucci fosse stretto e proseguisse anche dopo gli arresti dei primi sospettati; lo stesso giornalista ha parlato pubblicamente di un’amicizia risalente al 2019.

Proprio questa vicinanza rende ancora più oscuro il possibile movente. Perché un uomo descritto dalla vittima come un amico avrebbe dovuto ordinare un attentato contro di lui? Quale interesse avrebbe avuto a intimidirlo? Quale vicenda personale, economica o giornalistica avrebbe potuto trasformare il rapporto?

Finora l’inchiesta ha ricostruito soprattutto il presunto meccanismo operativo. Il movente resta il pezzo mancante.

Il puzzle dell’attentato può arrivare alla svolta prima di Ferragosto

La richiesta di essere interrogati rappresenta la prima vera rottura nel fronte dei quattro indagati, anche se per il momento le difese sembrano muoversi lungo una linea comune.

La compattezza, però, dovrà superare la prova dei verbali separati. I magistrati confronteranno ogni racconto e cercheranno contraddizioni su orari, contatti, denaro, ordini e responsabilità.

Basta una divergenza apparentemente minima per aprire una crepa. Basta che uno degli indagati attribuisca a un altro una decisione, un incontro o una telefonata perché l’equilibrio difensivo cambi.

Il silenzio aveva protetto tutti, impedendo agli inquirenti di entrare nella logica interna del gruppo. Parlare significa invece esporsi, ma anche tentare di riscrivere il proprio ruolo prima che siano soltanto le prove raccolte dalla procura a farlo.

Entro Ferragosto l’inchiesta potrebbe quindi avvicinarsi a una soluzione. Le dichiarazioni dei quattro presunti esecutori potrebbero smontare una parte dell’accusa, confermare la catena che porta da Tavares a Lavitola oppure rivelare un livello ancora sconosciuto.

Per due settimane i “bombaroli” hanno scelto il silenzio. Ora vogliono raccontare la propria verità. Saranno i magistrati a stabilire se quelle parole serviranno a difenderli o finiranno per completare il puzzle dell’attentato a Sigfrido Ranucci.