David Rossi, la vedova dopo la svolta: «Ora una Procura abbia il coraggio di indagare per omicidio»

David Rossi

Per Antonella Tognazzi c’è una frase che cambia tutto: «Oggi è certificato che David è stato ucciso». Tredici anni dopo quel 6 marzo 2013, quando David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitò dalla finestra del suo ufficio nella sede di Rocca Salimbeni, la vedova considera le conclusioni raggiunte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta un punto dal quale non si può più tornare indietro. Adesso chiede che anche la giustizia ordinaria riparta da lì: «Mi auguro ci sia una Procura con coraggio che apra un vero e proprio procedimento per omicidio».

Le parole arrivano dopo gli ultimi accertamenti tecnici sulla morte di Rossi. I consulenti della Commissione parlamentare hanno definito l’ipotesi del suicidio «tecnicamente e scientificamente insostenibile e priva di riscontri oggettivamente cristallizzati». La relazione psicologico-forense e medico-legale, lunga 217 pagine, segnala inoltre sul corpo di Rossi numerose lesioni ante mortem che, secondo gli esperti, non risultano compatibili con la sola precipitazione dalla finestra o con l’impatto al suolo.

È il risultato di un lavoro che negli ultimi mesi ha radicalmente cambiato la ricostruzione della morte dell’ex manager Mps. Già nella relazione intermedia approvata a marzo la Commissione aveva escluso il suicidio e indicato l’intervento di terze persone. Le simulazioni svolte nei giorni scorsi con il supporto del Ris hanno poi cercato di ricostruire materialmente gli ultimi istanti di Rossi, compresa l’ipotesi che fosse stato trattenuto all’esterno della finestra prima della caduta.

«Da qui devono ripartire le indagini»

Antonella Tognazzi torna così all’inizio di una battaglia durata tredici anni. «Le conclusioni di queste attività della Commissione sono quelle che auspicavamo e di cui eravamo sempre state convinte», racconta. La famiglia, sostiene, aveva incontrato fin dall’inizio una «carenza di risposte» e proprio per questo aveva continuato a chiedere che venissero chiariti gli elementi ritenuti incompatibili con la ricostruzione del suicidio.

«La nostra caparbietà ci ha portato a insistere per capire cosa fosse accaduto. La Commissione sta facendo un lavoro certosino e accurato per appurare ogni aspetto e scoprire quello che ancora non è emerso».

Per la vedova si tratta di un risultato enorme, ma incapace naturalmente di restituirle ciò che ha perso: «Non sarà mai una vera giustizia: quella sarebbe solo riavere mio marito e la vita di prima». Tuttavia, dopo anni di dubbi, consulenze e battaglie, considera quanto emerso «un passo significativo», pagato dalla famiglia con un sacrificio «fisico ed emotivo» quotidiano.

Il passaggio centrale riguarda ciò che dovrebbe accadere adesso. Tognazzi non usa perifrasi: «Da qui devono ripartire le indagini nella maniera più opportuna: con un fascicolo per omicidio».

La nuova ricostruzione degli ultimi istanti

La Commissione parlamentare ha concentrato una parte importante del proprio lavoro proprio sulla dinamica della morte. Nella simulazione eseguita al Foro Italico è stata ricostruita una finestra con le stesse caratteristiche di quella dell’ufficio di Rossi e utilizzato un atleta dei Carabinieri con peso e corporatura simili a quelli dell’ex manager.

Secondo la ricostruzione prospettata dai consulenti, Rossi avrebbe subito un’aggressione prima della precipitazione. L’ipotesi tecnica contempla la presenza di almeno due persone e un Rossi ancora cosciente, capace quindi di tentare di opporsi. Una volta all’esterno della finestra sarebbe stato trattenuto prima della caduta. Il presidente della Commissione Gianluca Vinci ha dichiarato che gli accertamenti hanno portato la Commissione ad appurare che si trattò di un omicidio e che, una volta completate le ultime perizie, il lavoro dovrà concentrarsi sull’individuazione dei responsabili.

La relazione medico-legale aggiunge un altro elemento. Gli esperti hanno individuato lesioni precedenti alla morte al volto, allo zigomo, al labbro, alle braccia e all’addome che giudicano incompatibili con la sola caduta. Sul piano psicologico, inoltre, non avrebbero individuato un quadro tale da sostenere una condotta suicidaria: Rossi appariva piuttosto in uno stato di forte preoccupazione e timore legato alla propria situazione professionale e reputazionale. È su questo complesso di elementi che la vedova chiede ora un cambio di prospettiva anche sul piano giudiziario.

«La Procura ci aveva indirizzato verso il suicidio»

Tognazzi ricorda infatti come la famiglia avesse inizialmente seguito la ricostruzione proposta dagli inquirenti. «La Procura ci aveva sempre indirizzato verso la loro ipotesi del suicidio. Quindi l’avevamo seguita». Poi erano cominciate le domande. «Quando sono iniziate ad emergere le prime incongruenze, abbiamo cominciato a fare domande».

Nel corso degli anni sulla morte di Rossi sono stati aperti due procedimenti per istigazione al suicidio contro ignoti, entrambi conclusi con l’archiviazione. È uno dei dati ricostruiti anche negli atti parlamentari della Commissione. Oggi lo scenario delineato dalla nuova Commissione è profondamente diverso. Per questo la famiglia chiede che gli accertamenti giudiziari affrontino la questione partendo dall’ipotesi dell’intervento di terzi.

L’attacco a Montepaschi: «Non si sono mai fatti sentire»

Nelle parole di Antonella Tognazzi c’è infine un’altra ferita che non riguarda direttamente perizie e indagini: il comportamento del Monte dei Paschi di Siena, la banca per la quale Rossi lavorava e all’interno della cui sede morì.

«Mi ha sempre amareggiato, e l’ho trovato anche incomprensibile, che la banca non si sia mai pronunciata», afferma. Tognazzi racconta che avrebbe voluto vedere l’istituto chiedere fin dall’inizio ai magistrati di approfondire quanto era accaduto a un uomo che, nelle sue parole, «aveva fatto di tutto» per la banca.

La stessa aspettativa è rimasta anche dopo gli ultimi sviluppi: «Mi aspettavo che anche oggi dicessero qualcosa, che sostenessero una famiglia che era stata distrutta. Non si sono mai fatti sentire, mai».

Poi c’è l’immagine forse più dolorosa. Lunedì gli esperti hanno simulato l’aggressione nell’ufficio e gli ultimi istanti prima della precipitazione. Per chi osservava quelle prove c’era un figurante, un corpo sul quale verificare movimenti, prese e compatibilità biomeccaniche. Per Antonella Tognazzi era qualcosa di completamente diverso: «In quelle immagini, per tutti, la vittima è un estraneo. Ma per me resta mio marito».