«Giorgia, meglio aspettare». «No Matteo, facciamolo adesso»: scintille Meloni-Salvini, poi il compromesso da 28 miliardi

«Giorgia, è meglio aspettare». «No, Matteo, meglio adesso che sotto elezioni». Il dialogo attribuito a Matteo Salvini e Giorgia Meloni racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale il clima nel quale la maggioranza ha trovato l’accordo sul nuovo scostamento di bilancio. Una trattativa tutt’altro che tranquilla, combattuta soprattutto intorno a una parola diventata politicamente esplosiva: difesa.

Alla fine il compromesso è arrivato, ma ha modificato sensibilmente il progetto iniziale. Il governo punta a chiedere 28 miliardi di euro di maggiore flessibilità tra il 2027 e il 2028, destinati a energia e difesa. Il piano precedente arrivava invece a circa 36 miliardi. La differenza, circa otto miliardi, viene sostanzialmente sottratta all’incremento inizialmente previsto per il comparto militare.

Ed è proprio su quei miliardi che Meloni e Salvini hanno discusso a Palazzo Chigi.

Salvini prova a frenare: «Non si può spendere nelle armi in questa situazione»

Al vertice partecipano, oltre alla presidente del Consiglio e al leader della Lega, Antonio Tajani, Maurizio Lupi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sul sostegno contro il caro energia le distanze sono ridotte. Quando si arriva alle risorse per la difesa, invece, comincia il vero confronto.

Prima dell’estate lo schema prevedeva per il 2027 una maggiore flessibilità pari allo 0,3% del Pil per la difesa e allo 0,3% per l’energia. Nel 2028 la quota della difesa sarebbe salita allo 0,6%, mentre quella energetica sarebbe rimasta allo 0,3%.

Salvini arriva al vertice chiedendo due cose: ridurre sensibilmente il capitolo militare e rinviare la decisione sullo scostamento. La sua proposta è approvare intanto il Documento programmatico di finanza pubblica e prendersi qualche giorno per decidere sul resto.

Il ragionamento politico del leader leghista emerge chiaramente dalle ricostruzioni del vertice: in una fase segnata dall’aumento dei prezzi e dalle difficoltà economiche delle famiglie, destinare miliardi aggiuntivi alla difesa rischia di diventare molto difficile da spiegare all’elettorato. «Non si può spendere nelle armi, in questa situazione», è la posizione attribuita a Salvini nelle ore precedenti all’incontro.

Meloni dice no al rinvio: il problema sono anche le elezioni

Meloni non accetta però di congelare la pratica.

Il ragionamento della premier è soprattutto politico e riguarda il calendario: rimandare significa rischiare di trascinare lo scostamento sempre più vicino alla campagna elettorale, soprattutto nell’ipotesi di un voto in primavera.

Meglio affrontare adesso un dossier delicato che ritrovarselo sul tavolo quando la competizione elettorale avrà reso ancora più difficile qualsiasi accordo.

È qui che nasce il botta e risposta raccontato nel retroscena: Salvini invita ad aspettare, Meloni replica che è preferibile decidere subito piuttosto che farlo sotto elezioni. Sul calendario prevale quindi la posizione della presidente del Consiglio. Sul contenuto, però, Salvini ottiene una correzione importante.

Il compromesso: 28 miliardi e la difesa perde circa 8 miliardi

La soluzione trovata modifica soprattutto il 2028.

Per il 2027 rimangono lo 0,3% del Pil destinato alla difesa e lo 0,3% all’energia. Nel 2028, invece, la quota della difesa non sale più allo 0,6% ma resta allo 0,3%, affiancata da un altro 0,3% per l’energia.

Tradotto in denaro, il governo punta a circa 28 miliardi complessivi nel biennio, divisi sostanzialmente a metà tra energia e difesa: circa 14 miliardi nel 2027 e altri 14 nel 2028. Rispetto all’impostazione precedente, il capitolo militare perde dunque nell’ordine dei 7-8 miliardi di euro.

Un compromesso che permette a entrambi i leader di ottenere almeno una parte di ciò che chiedevano: Meloni evita il rinvio, Salvini porta a casa una riduzione delle risorse aggiuntive destinate alla difesa.

Adesso arriva il passaggio più delicato: il Parlamento

La partita, però, non finisce a Palazzo Chigi.

Il Consiglio dei ministri deve approvare la relazione necessaria per attivare la clausola di salvaguardia nazionale e avviare formalmente il percorso dello scostamento. Il documento passerà quindi da Bruxelles e soprattutto dalle Camere.

Ed è qui che potrebbe aprirsi un altro problema politico.

Per autorizzare lo scostamento non basta infatti la normale maggioranza dei presenti: serve la maggioranza assoluta dei componenti, circostanza che rende decisiva la compattezza dei gruppi parlamentari della maggioranza.

Le perplessità emerse nella Lega sulle maggiori spese militari spiegano anche la prudenza con cui Palazzo Chigi ha cercato il compromesso prima di arrivare al voto.

Energia, ecobonus e pannelli solari: dove potrebbero finire i soldi

Rimane inoltre da stabilire nel dettaglio come utilizzare le nuove risorse.

Sul capitolo energetico una delle ipotesi allo studio riguarda il rafforzamento degli incentivi per l’efficientamento degli immobili, con un possibile ecobonus al 65% per le prime case. Tra le proposte discusse figurano anche interventi energetici sugli edifici pubblici.

Meloni sta contemporaneamente cercando di ottenere da Bruxelles ulteriori margini per fronteggiare il caro vita e l’inflazione. Il governo punta quindi a costruire la prossima manovra utilizzando ogni spazio disponibile, mentre Giorgetti continua a predicare prudenza sui conti.

E dietro il confronto sui miliardi comincia già a intravedersi la vera questione politica.

Se davvero la legislatura dovesse avvicinarsi alla conclusione e il voto arrivasse in primavera, ogni scelta economica dei prossimi mesi diventerebbe inevitabilmente anche una scelta elettorale.

È probabilmente per questo che, davanti alla richiesta di Salvini di aspettare, Meloni avrebbe scelto esattamente la strada opposta: chiudere adesso la partita più scomoda, prima che inizi quella delle urne.