«Matteo Salvini può farselo da solo il congresso straordinario della Lega. È un trappolone. Io non ci casco», dice Romeo. Parole che trasformano il malessere dei nordisti in una battaglia politica aperta, anche se il senatore precisa che né lui né i governatori Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti hanno chiesto formalmente a Salvini di lasciare la guida del partito. «Nessuno gli ha mai avanzato la richiesta di farsi da parte. Non è una sfida personale. La questione è solo politica».
Una questione politica che Romeo riassume con numeri impietosi e con un avvertimento diretto al segretario: se la Lega continuerà a perdere consensi allo stesso ritmo, alle prossime elezioni potrebbe ritrovarsi attorno alla soglia del 4%.
Romeo: «Perdiamo lo 0,2% al mese, possiamo finire sotto il 4%»
«Il partito è in caduta libera. Il trend fa spavento», sostiene Romeo. Secondo il capogruppo, la Lega perde circa lo 0,2% al mese e, se si votasse a maggio, rischierebbe di arrivare «intorno, se non addirittura sotto al 4%».
Il dato che alimenta la battaglia interna è il 4,7% attribuito al Carroccio da una recente rilevazione. La previsione di un’ulteriore discesa sotto il 4% non rappresenta un nuovo sondaggio, ma la proiezione politica formulata dallo stesso Romeo sulla base del trend che denuncia. Resta comunque enorme la distanza dal 34,3% ottenuto alle elezioni europee del 2019, quando la Lega guidata da Salvini raggiunse il proprio massimo storico.
Romeo descrive un malessere che, a suo giudizio, attraversa soprattutto il cuore settentrionale del partito: «A Varese, Bergamo, Brescia, a Monza e in Brianza, in Valtellina, ma anche in Liguria, in Piemonte, c’è un’insofferenza forte e diffusa».
La critica non riguarda soltanto i numeri, ma la trasformazione politica subita dalla Lega negli ultimi anni. Per l’area nordista il Carroccio avrebbe progressivamente smarrito parte della propria identità inseguendo temi e linguaggi che appartengono ormai ad altre forze della destra.
Romeo contro la strategia Vannacci: «Ce lo siamo accollato e si è portato via i voti»
Ed è qui che entra in scena Roberto Vannacci, portato da Salvini nelle liste della Lega alle Europee del 2024 e successivamente uscito dal partito per costruire Futuro Nazionale.
Romeo non usa giri di parole: «Vannacci prima ce lo siamo accollato per recuperare un po’ di voti, sebbene lui facesse discorsi spesso scarsamente condivisibili, poi se ne è andato e i suoi voti se li è portati via».
Ma il vero errore, secondo il capogruppo, sarebbe continuare a rincorrere l’ex generale sul suo stesso terreno politico. «Noi non dobbiamo più inseguire Vannacci sul suo terreno, non ha senso giocare a chi la dice più grossa».
Il giudizio diventa ancora più duro quando Romeo affronta sicurezza e immigrazione, due temi storicamente centrali nella comunicazione leghista. Il partito, sostiene, deve tornare a offrire «risposte serie e concrete da forza di governo», senza riempirle dello «stesso becero populismo di un generale che cerca di razzolare più voti possibili a destra».
La sua analisi parte da una constatazione politica: «A destra c’è già la Meloni, no? Poi, un po’ oltre, è andato a mettersi pure lui, Vannacci. E noi?». La risposta di Romeo è altrettanto netta: «Noi dobbiamo tornare ad essere la Lega, recuperando la nostra identità».
La rivolta del Nord non chiede le dimissioni di Salvini
Almeno ufficialmente, Romeo non propone di cacciare Salvini. La soluzione indicata dall’area critica consiste nella creazione di una sorta di comitato elettorale, una squadra dotata di poteri reali che affianchi la segreteria e intervenga immediatamente sulla linea politica.
L’obiettivo sarebbe riportare al centro temi come autonomia, federalismo, fisco, imprese, burocrazia e territori, recuperando quella funzione di rappresentanza del Nord che una parte del Carroccio considera indebolita dalla trasformazione nazionale impressa da Salvini.
La distinzione che Romeo cerca di tracciare è importante: la battaglia, almeno nella sua versione ufficiale, non sarebbe contro la persona del segretario, ma contro la strategia politica seguita negli ultimi anni. Il problema è che quando il capogruppo al Senato arriva a contestare apertamente il congresso voluto dal leader e annuncia che non vi parteciperà, separare i due piani diventa sempre più difficile.
«Il congresso è un trappolone»: Romeo annuncia che non parteciperà
Il punto di rottura riguarda infatti il congresso straordinario annunciato da Salvini. Romeo contesta innanzitutto il metodo: il segretario non intenderebbe aprire la scelta direttamente alla platea dei militanti, ma convocare gli stessi delegati che lo hanno già eletto.
«Lui non è che lo allarga ai militanti», attacca Romeo. «Lui intende organizzarlo con tutti gli stessi identici delegati che l’hanno già eletto segretario un anno e mezzo fa».
Per il capogruppo si tratterebbe quindi di «niente di più che un espediente tattico». E da questa convinzione nasce la decisione destinata ad aggravare ulteriormente lo scontro: «Ne prendo atto. E non partecipo».
Romeo mette in conto anche le possibili conseguenze personali della ribellione. Salvini potrebbe togliergli la guida del gruppo al Senato oppure commissariare la Lega Lombarda, ma secondo il senatore una resa dei conti interna non risolverebbe il problema principale: gli elettori continuerebbero ad allontanarsi.
«Mettiamo pure che tu ti blindi con il tuo bel congresso straordinario, mi sollevi da capogruppo e commissari la segreteria della Lega Lombarda. Bene: cos’hai risolto? Avrai solo altri militanti che se ne vanno e i sondaggi che continueranno a precipitare».
«Dal 34% al 4%: vuoi ammettere che qualcosa non ha funzionato?»
Il passaggio più duro è quello con cui Romeo racconta ciò che avrebbe detto direttamente a Salvini durante il Consiglio federale: «Caro Matteo, se dal 34% adesso vediamo il fondo del pozzo, vediamo il 4%, vuoi ammetterlo o no che qualcosa non ha funzionato?».
È la domanda attorno alla quale ruota ormai l’intero scontro interno. Da una parte Salvini rivendica la tenuta della Lega, la forza della comunità militante e la capacità del partito di sopravvivere alle molte crisi attraversate negli ultimi trent’anni. Dall’altra Romeo e l’area nordista sostengono che proprio i numeri impongano un cambio di rotta prima che la discesa diventi ancora più difficile da arrestare.
Sul tavolo non c’è soltanto la leadership, ma l’identità stessa della Lega: partito nazionale salviniano oppure forza nuovamente concentrata sul Nord, sulle autonomie e sui territori? Romeo non chiede formalmente la testa del segretario, ma contesta la strategia con la quale Salvini ha guidato il Carroccio e rifiuta il congresso che dovrebbe riconfermarlo.
Salvini e Romeo ormai ai ferri corti
Alla frattura politica si aggiunge ormai anche quella personale. Secondo il racconto emerso nelle ultime ore, Salvini avrebbe persino tolto il saluto a Romeo. Quando i due si incrociano nei corridoi di Palazzo Madama, il leader leghista eviterebbe il contatto e fingerebbe di guardare l’orologio.
Un particolare da retroscena che non cambia la sostanza dello scontro, ma ne restituisce il clima. Perché il problema vero non è certamente un saluto mancato: è ciò che accadrà dentro la Lega nelle prossime settimane.
Romeo ha messo pubblicamente in discussione la strategia del segretario, ha definito il congresso straordinario un «trappolone», ha annunciato che non parteciperà e ha indicato nel rischio di precipitare sotto il 4% la prova che il partito deve cambiare rapidamente direzione.
Salvini, invece, intende andare avanti con il congresso. E così quella che fino a poche settimane fa appariva come la protesta di una parte del vecchio mondo nordista è diventata una sfida aperta ai vertici del Carroccio, combattuta mentre la Lega cerca di capire non soltanto chi dovrà guidarla, ma soprattutto quale partito vuole essere.







